Ultimo titolo da direttore musicale per il musicista milanese che affronta per la prima volta la popolare partitura di Verdi Luca Salsi umanissimo protagonista accanto ad Anna Netrebko Regia di Alessandro Talevi con i ballabili scritti per Bruxelles
Un uomo su un filo teso. In equilibrio precario sull’abisso Un equilibrio che si incrina. Un piede in fallo. E cade. Ma resta aggrappato a questo filo – a questa speranza? Metafora del potere. Metafora dell’esistenza. In perenne, precario equilibrio sul nulla. Un incubo. «Sogno ei fu… terribil sogno…». Ma reale. Come la vita. «Ah prigioniero io sono». Un uomo con una giacca rossa. Lunga. Ricami in oro. Re delle fiabe e anche un po’ dei cartoni animati. Domatore di circo. In una gabbia di leoni pronti a sbranarlo. Altra metafora del potere. Altra metafora dell’esistenza. Fagocitato (alla fine) dalla folla che lo acclama come re ritrovato. Drammatica metafora del potere. Drammatica metafora dell’esistenza. Di qualsiasi potere. Di qualsiasi esistenza. Stavolta del potere e dell’esistenza di Nabucco. Secondo Alessandro Talevi, almeno.
Un uomo in bilico. Con le sue incertezze e le sue fragilità. Talevi, australiano con radici italiane, racconta così il re babilonese che tanti hanno imparato a conoscere, prima che sui libri di storia, in musica, la musica di Giuseppe Verdi. Talevi, regista che firma il Nabucco – anzi, Nabucodonosor, si torna alle origini, in locandina il titolo per esteso, con il nome completo del re, come alla prima del 9 marzo 1842 proprio al Piermarini – Nabucodonosor, che chiude l’era (undici anni tra Verdi, Puccini e la Russia… con il Novecento e la mitteleuropa a cavallo tra le due Guerre) di Riccardo Chailly come direttore musicale del Teatro alla Scala – l’ultimo sigillo sarà la sempre verdiana Messa da Requiem, in autunno.
Titolo Nabucco, anzi Nabucodonosor, che più legato alla Scala non si può – alla Scala mancava dal 2017, in locandina oggi il ricordo di Gianadrea Gavazzeni a trent’anni dalla sua scomparsa e a sessant’anni dal suo Nabucco del 7 dicembre 1966, in mezzo, tra ieri e oggi, il Nabucco del 1986 (quello con il bis del Va’ pensiero) di Riccardo Muti che allora iniziava la sua quasi ventennale direzione musicale. Come suonano qui alla Scala le prime note della Sinfonia (e poi di tutta l’opera) non suonano da nessun’altra parte. Indipendentemente da chi dia quell’attacco iniziale ai tromboni, girandosi sul lato destro della buca d’orchestra. Aleggiano. Sempre e da sempre. Impregnano i muri. L’attacco dei tromboni. Basta quello. Vertigine del tempo e dello spazio. Per raccontare una storia storicamente connotata – quella del re babilonese che nel 587 avanti Cristo distrusse il tempio di Gerusalemme, il Tempio di Salomone –, ma che è oltre il tempo e oltre lo spazio. Un uomo. Un re. Un domatore.
Uno di noi. Diresti. Lo dici alla fine di questo Nabucco, Nabucodonosor applauditissimo – ma a volte l’impressione di fronte a battimani sostenuti e ritmati (come quelli che hanno salutato il non bissato Va’ pensiero) e a grida di «bravo maestro e brava l’orchestra» piovute dall’alto era quella di un successo preparato… un tempo si chiamava claque… e non c’era/c’è nulla di male – alla fine di questo Nabucco, Nabucodonosor applauditissimo (più di dieci minuti alla prima, a sipario calato), ma senza connotazioni temporali, niente tempio di Gerusalemme, niente menorah, niente giardini pensili di Babilonia, niente sponde dell’Eufrate… Lo dici perché la potenza della musica di Giuseppe Verdi, quella di Nabucco, l’opera della svolta, ti butta in faccia un’attualità – che non è (solo) quella drammatica dei campi di concentramento e dell’olocausto attraverso i quali si è spesso riletto questo titolo – un’attualità che non lascia scampo. «V’è un sol Nume, il vostro re… Non son più re, son dio…» delira il re. Vertigine del tempo. E certo pensi al presidente americano Donald Trump che si posta su Truth in versione Cristo miracolante. E certo pensi al premier israeliano Benjamin Netanyahu che – a ruoli invertiti rispetto alla deportazione a Babilonia, all’olocausto… – fa strage a Gaza e attacca il Libano puntando all’Iran. E certo pensi al presidente russo Vladimir Putin che dalla sua roccaforte del Cremlino continua a dare ordini di bombardare l’Ucraina. E certo pensi ai tanti dittatori di un’Africa dimenticata, di un Sud America che si maschera di democrazia, di un’Asia che vorrebbe occidentalizzarsi… Ma certo pensi anche ai tanti, troppi terroristi che agiscono violentemente in nome di un dio, di una fede, di un credo… che si autoproclamano martiri senza sapere il vero significato del martirio… testimone, non vendicatore.
Pensi al nostro mondo. Senza distinzione di buoni e cattivi. Perché Nabucco non è l’uno o l’atro. Come non lo è Abigaille. Verdi lo racconta. Ci racconta. Lucidamente. La musica più umana per Nabucco, il disperato grido di Chi mi toglie il regio scettro, la tenerezza del Dio di Giuda. La melodia più malinconica per Abigaille, l’incredulo Anch’io dischiuso… il sinistro (accompagnato dai legni che suonano echi di morte) Su me morente, esanime. Niente attualità, però, in scena. Un circo metafisico, piuttosto. Un sinistro cabaret. «Sogno ei fu… terribil sogno…». Ha il sapore di un sogno. Ha i contorni di un incubo lo spettacolo di Talevi – e forse l’estetica poco armoniosa, poco estetica racconta i contorni deformati dei sogni con uomini con la testa di uccello. Immerso nel nero. Un buio dal quale emergono lampi di memoria. Illuminati di una luce livida. Segni di un passato che ha i contorni di un presente fuori asse… la cupola del tempio che incombe sghemba e assomiglia a quella del Pantheon, la scala a chiocciola che si perde, assottigliandosi, nella graticcia come una torre di Babele della quale è impossibile raggiungere la cima… quel filo teso, in bilico sul nulla, sul quale è impossibile camminare. Il cielo che gli uomini volevano conquistare resta inarrivabile. Perché non c’è speranza in Nabucco. In quel re, in quel domatore, in quell’uomo fagocitato dalla folla. «Servendo a Jehovah sarai de’ regi il re» sentenzia Zaccaria, dichiarazione che fa il paio con l’anticlericalismo (il più feroce che Verdi potesse mettere sul pentagramma) di Don Carlo, di Filippo II che a denti stretti constata amaro che «il trono piegar dovrà sempre all’altare».
Non c’è speranza di risvegliarsi da un incubo. Quello nel quale sembra essere piombato il mondo. Luce inedita, livida su Nabucco. La getta Talevi, senza, però, un aggancio diretto all’attualità – ci sono macerie del passato e scale che sembrano quelle di un’astronave, ci sono bombe e ci sono fruste che schioccano, ci sono tuniche lacere e ci sono felpe. La getta Chailly con una direzione che spiazza. E non poco. Diversissima da tutte le sue altre verdiane. Meno sontuosa. Ancora più squadrata. Controllatissima. Direzione che tende ad asciugare. Ad essere il più possibile antiretorica – anche a scapito di una certa poesia di cui è intrisa la partitura. Fatta di echi di morte. Una lunga, lunghissima marcia funebre – grancasse e piatti ne cadenzano sonoramente il ritmo, ottoni e legni ne offrono la tinta, tempi ampi ne sanciscono la solennità. Echi di morte. Echi popolari. Una musica presentissima, protagonista. Sin dalla Sinfonia. Che squaderna già come sarà il Nabucodonosor di Chailly – al suo primo confronto con la partitura. Granitico e inciso nella pietra. A volte con il fuoco di ritmi forsennati, a volte con il cesello di uno scalpello che rifinisce la melodia con tempi dilatati – e qualche finale, tra lentezza e presenza delle percussioni, manca di leggerezza, però.
Una lettura Novecentesca, quella del direttore milanese, nelle sciabolate di luce livida che arrivano nel Vieni o Levita, negli improvvisi cambi di volume dell’Immenso Jehovah. Ma anche ottocentesca, salottiera nel quadro che apre la terza parte (Verdi e il librettista Temistocle Solera suddividono Nabucco in parti, ognuna con un suo titolo – Gerusalemme, L’empio, La profezia, L’idolo infranto accompagnato da un versetto di Geremia –, non in atti) ottocentesca, salottiera nella terza parte dove Chailly ha voluto eseguire i Ballabili che Verdi scrisse per la versione francese di Nabucco, proposta alla Monnaie di Bruxelles nel 1848. Scelta musicologicamente interessante (molti gli echi di Ballabili più famosi, da quelli di Macbeth alle Stagioni dei Vespri siciliani), ma che drammaturgicamente azzoppa e non poco il ritmo teatrale – Nabucco ha una costruzione serrata, un precipitare di eventi che corre inesorabile. Talevi, con il coreografo Danilo Rubeca, ferma l’azione e costruisce una pantomima, una storia nella storia, con Abigaille che, come una diva del cinema muto, interpreta Semiramide per il popolo che è venuto ad acclamare «è l’Assiria una regina». Teatro nel teatro (entra un grande teatrino, liberty, disegnato, come anche i costumi, da Gary McCann), suggestioni cinematografiche (le luci, belle, suggestive, efficaci sono di Marco Giusti) che, però, distraggono (qualche passaggio sfiora involontariamente il comico… le pose ammiccanti degli uomini-cavallo, il toro che insidia Abigaille/Semiramide…) e non aggiungono nulla al racconto.
E tutto lo spettacolo, forse, non aggiunge nulla alla potenza di Nabucco. Non aggiunge. Ma nemmeno toglie – e alla fine, seppur tiepidi, gli applausi arrivano anche per il regista, nessuna contestazione. Qualche suggestione visiva (il funambolo, la piuma che vola), tanto di già visto… le ombre, i cavalli di metallo (di recente in Turandot e Valchiria), le macerie… e il tradizionale posizionamento in palcoscenico, cantanti nei punti strategici, coro sempre schierato in proscenio nelle pagine salienti. Che in Nabucco sono tante – l’anno dopo, nel 1843, Verdi modellerà sull’esempio di Nabucco, sempre per la Scala, I lombardi alla prima crociata, che dovrebbero tornare presto al Piermarini (voci dicono che dovrebbe segnare il debutto al Piermarini di Ilaria Lanzino dopo un Nabucco tutto sbagliatro e antiverdiano firmato dalla regista a Düsseldorf). Tutte eseguite a meraviglia dal coro scaligero di Alberto Malazzi. Dagli Arredi festivi al Va’ pensiero (niente bis, però) all’Immenso Jehovah colorato di inquietudine da Chailly.
Umanissima inquietudine. Di chi prova ad avere speranza, di fronte agli eventi che dicono altro. Umanissimo come il Nabucco di Luca Salsi. Personaggio, quello del re babilonese, che il baritono canta da sempre, ma che qui colora di un’inedita e inaspettata fragilità, un’umanità che non era mai stata così intensa e che si percepisce sin da subito, da un ingresso nel tempio che non è stentoreo e spavaldo, da un «non son più re, son dio…» detto con un misto di boria e di sgomento – forse, a scontornare questo re fragile e umano, ha contribuito anche la rognosa tracheite che ha segnato il periodo delle prove e che non ha lasciato Salsi nemmeno alla prima… ma la stoffa dell’artista (mai incrinata musicalmente) si è vista chiara, lampante, nel trasformare efficacemente quello che poteva essere un ostacolo in risorsa interpretativa. Applauditissimo. Circondato di affetto. Come Anna Netrebko. Diva, inteso come personaggio che richiama il pubblico e garantisce l’applauso. Anche in ruoli che, forse, non le calzano a pennello. Come quello di Abigaille. Colorature non a fuoco, spesso non in appiombo con i disegni orchestrali nella grande scena del Salgo già del trono aurato – Verdi li scrive precisi, puntualissimi. Certo, carisma scenico calamitante, fiati lunghissimi, mezzevoci in acuto che affascinano, dominio del testo musicale da grande professionista. Come Michele Pertusi, inquieto Zaccaria (Talevi lo acceca alla fine del primo atto, come Gloucester in Re Lear), personaggio che il basso disegna come un uomo di fede ripiegato nel suo intimo più che come un leader carismatico, trascinatore di folle (figura, quest’ultima, che mette in guardai da un fanatismo sempre in agguato… ecco l’attualità di Nabucco, attualità che mette in guardia dal far subire ad altri ciò che per primi si è subito).
Calva, irrequieta, impreparata al martirio la Fenena di una puntuale ed efficace Veronica Simeoni. Squillo luminossimo, voce bella e generosa, avvolgente e screziata da un tormento umanissimo per l’Ismaele di Francesco Meli. Svetta in acuto, specie nei concertati (e in quello del primo atto Anna Netrebko/Abigaille esce di scena prima del da capo – dove pure dovrebbe cantare – per cambiarsi e andarsi a posizionare nei sotterranei, perché subito dopo tocca a lei salire in scena con la scala a chiocciola…) svetta in acuto l’Anna di Laura Lolita Peresivana. Presenti e incisivi il Gran sacerdote di Belo di Simon Lim e l’Abdallo di Haiyang Guo.
Figure che escono dal nero di un incubo. Quello che Talevi e Chailly raccontano nella loro ri-lettura di Nabucodonosor. Che si fa scavo nelle coscienze alla ricerca di una speranza. Che si fa indagine sull’uomo disilluso. Un uomo che cammina su un filo teso. In equilibrio precario sull’abisso. Metafora del potere. Metafora dell’esistenza. La nostra. Che Verdi, in Nabucco, aveva già raccontato.
Nelle foto @Brescia/Amisano Teatro alla Scala Nabucco