Il musicista siciliano inaugura il Mof con l’operetta di Lehar Dopo l’estate il ruolo di Primo direttore nella città tedesca
Da ragazzo «sognavo Sanremo». Perché all’inizio «studiavo musica leggera e volevo diventare arrangiatore». Tanto che a quindici anni «con una boyband messinese sono andato sino a Sanremo per partecipare all’accademia del Festival». La tv, però, non arrivò mai. Ma sono arrivati altri palcoscenici. «Il 29 giugno scorso quello del Teatro alla Scala di Milano con i solisti dell’Accademia» racconta Marco Alibrando, messinese, classe 1987, che il 18 luglio inaugura l’edizione numero sessantuno del Macerata opera festival con La vedova allegra di Franz Lehar, regia di Arnaud Bernard, protagonista Mihaela Marcu. Un’operetta, «ma il termine non indica un’opera che non ce l’ha fatta, anzi» racconta il direttore d’orchestra che da settembre assumerà il ruolo di primo Kapellmeister alla Staatskapelle di Weimar. «Ho sostenuto un’audizione – racconta Alibrando – e da subito è nata una bellissima intesa con l’orchestra che mi ha scelto con il 90% dei voti».
La vedova allegra, un’operetta per il titolo inaugurale del Macerata Opera Festival. Non un’opera… che effetto fa, Marco Alibrando?
«Il termine operetta può suonare quasi come una diminutio, ma non è così. Si tratta semplicemente di un genere diverso, codificato da Offenbach a metà Ottocento, basato sull’alternanza tra numeri musicali e parti recitate (un po’ come il Singspiel tedesco), ricco di danze e caratterizzato da una leggerezza che spesso si riflette anche nella trama, la quale non punta a scavare in profondità nella psicologia dei personaggi. Io stesso, come tanti musicisti, ho avuto dei pregiudizi verso questo genere, anche per colpa di un allestimento di scarsa qualità cui avevo assistito da adolescente. È stato solo aprendo la partitura de La vedova allegra, lo scorso ottobre, che ho scoperto quanto questo genere possa essere complesso, raffinato e coinvolgente».
A Macerata si ascolterà l’originale tedesco? E come la mettete in scena, fedeli a Lehar o con qualche libertà?
«Niente tedesco, abbiamo optato per la versione italiana in tre atti, come da tradizione. Era l’unica indicazione della direzione artistica. Per il resto massima libertà. Così per l’apertura del terzo atto ho strumentato la canzone di Njegus, l’unico ruolo interpretato da un attore e non da un cantante lirico, un personaggio che Marco Simeoli caratterizza anche con qualche divertente inflessione dialettale napoletana. Abbiamo inoltre inserito nove minuti di musiche scoppiettanti dal Gaîté Parisienne di Offenbach, che si concludono con il celebre can can, il Galop infernal da Orphée aux Enfers. Infine, abbiamo voluto rendere un piccolo omaggio a Gustav Mahler che, come ci racconta la moglie Alma nelle sue Erinnerungen, apprezzava moltissimo questa partitura, ma non poteva ammetterlo pubblicamente, vittima di un “intelletualismo tanto snobistico”, così scrive Alma, lo stesso in cui ero caduto anch’io da adolescente, affascinato com’ero dalla seconda scuola di Vienna».
Come si sviluppa il racconto del regista Arnaud Bernard?
«Il regista ha immaginato una produzione classica, elegante e fedele alla musica e al libretto. L’ambientazione resta dunque quella originaria, senza stravolgimenti, nel mondo del fantomatico Pontevedro, ma lo spettacolo è tutt’altro che scontato: è imprevedibile, mai banale e ricco di sorprese, a cominciare da un brevissimo prologo al quale partecipa con grande complicità anche l’Orchestra filarmonica marchigiana, eseguendo un celebre brano di Chopin orchestrato da Elgar. Bernard gioca con i cliché dell’operetta senza mai deriderli, trovando un equilibrio raffinato tra ironia e rispetto per la tradizione. Naturalmente, i libretti delle operette non richiedono un approfondimento psicologico dei personaggi, ma i temi affrontati ne La vedova allegra restano universali: i sentimenti umani, il denaro e le dinamiche del potere, trattati con leggerezza e intelligenza».
Perché l’operetta non è un genere minore?
«L’operetta è semplicemente un’altra cosa rispetto al melodramma. Ha elementi in comune con l’opera, certo, ma segue regole diverse, ha un linguaggio tutto suo e una vocazione alla leggerezza che non va affatto sottovalutata. Non sono uno specialista del genere, anzi, La vedova allegra è la mia primissima operetta, ma fin dal primo sguardo alla partitura sono rimasto colpito dalla qualità della scrittura orchestrale: brillante, curata, mai banale né dal punto di vista armonico né timbrico. Il cuore musicale di questa partitura pulsa “in tre”: valzer, mazurke, ritmi danzanti ne costituiscono l’anima. Il secondo atto è profondamente intriso di spirito slavo: si apre con una polacca dai colori vivaci, con squilli di tromba che evocano Čajkovskij – viene quasi in mente Onegin – e prosegue con un coro costruito su un vocalizzo dalle sonorità magiare, che sfocia poi in una danza popolare balcanica, un kolo. Lehár tratta le voci con una leggerezza straordinaria: i cantanti non sono mai costretti a forzare, anche grazie a un’orchestrazione trasparente ed elegante. E naturalmente il suo talento melodico è straordinario: sono certo che molti spettatori usciranno dal teatro canticchiando».

Classe 1987, la Scala è arrivata da poche settimane, prima il Colón di Buenos Aires, la Germania. Tanti debutti in una carriera già avviata, ma fatta passo passo…
«E ora sono onoratissimo di debuttare allo Sferisterio con una nuova produzione. Farlo con un titolo che viene messo in scena qui per la prima volta, è per me motivo di grande orgoglio, ma anche di forte senso di responsabilità.
Credo che questo debutto importante, come altri che si sono susseguiti negli ultimi anni, sia arrivato al momento giusto: dopo tanti anni di gavetta, in un mestiere che ho sempre considerato fatto per musicisti “con i capelli bianchi”… anche se, per ora, ancora non ne ho.
È giusto e fondamentale iniziare a dirigere da giovani, ma è altrettanto importante non bruciare le tappe. Anche perché il livello delle orchestre oggi è sempre più alto, i cantanti sono sempre più preparati, e ai direttori è richiesta (giustamente) una preparazione e una maturità solide».
Alla Scala, dopo il concerto con l’Accademia, tornerai a settembre 2026 con L’elisir d’amore.
«Il 29 giugno ho realizzato il sogno di tutti i musicisti, debuttare sul palcoscenico del Teatro alla Scala di Milano. Ho avuto il piacere di accompagnare i giovani cantanti solisti dell’Accademia nel loro concerto finale. È una grande responsabilità: per loro è il momento più importante, una vetrina decisiva che arriva al termine di un percorso formativo di due anni, in cui si presentano non solo al pubblico, ma anche agli addetti ai lavori – agenti lirici, direttori artistici e casting manager – figure che possono determinare concretamente l’inizio delle loro carriere. L’orchestra dell’Accademia è composta da giovanissimi musicisti di talento, spesso alle prime esperienze con il repertorio operistico. Anche per loro – e per me – è stata una bella sfida tecnico-musicale: affrontare autori molto diversi tra loro, da Rossini al Verdi maturo, passando per Donizetti, Bizet e Massenet, richiede grande flessibilità e attenzione stilistica. Mi sono sentito un po’ come un fratello maggiore: li ho guidati con affetto e con cura, con la speranza e l’augurio di ritrovarli presto nelle orchestre stabili di tutta Italia. Nel 2026 tornerò alla Scala, stavolta nella buca d’orchestra – o nel golfo mistico – per il mio debutto in una nuova produzione scenica: L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti, con la regia di Maria Mauti e le forze artistiche dell’Accademia. È un repertorio che frequento molto e con piacere e non vedo l’ora di lavorare a fondo con la regista, i giovani solisti, l’orchestra e il coro dell’Accademia, soprattutto sul piano stilistico donizettiano».
Intanto da settembre sarai primo Kapellmeister a Weimar. Come è arrivata la chiamata? Quale sarà il tuo ruolo? Che titoli? Solo repertorio italiano?
«Dopo i debutti al Teatro Colón di Buenos Aires e alla Dutch National Opera di Amsterdam, anche alcuni teatri tedeschi hanno iniziato a interessarsi al mio lavoro. Lo scorso dicembre sono stato invitato dal nuovo team di sovrintendenti appena insediatosi a Weimar, a sostenere un’audizione con la Staatskapelle Weimar per la posizione di Erster Kapellmeister. Si tratta di un incarico di grande responsabilità: il Primo direttore dirige circa cinque titoli l’anno, di cui tre sono generalmente nuove produzioni. L’orchestra mi ha scelto con oltre il 90% dei voti. È nata un’intesa incredibile sin dall’inizio della prova e, in un certo senso, anche io ho scelto loro, poiché nel frattempo avevo ricevuto un’altra proposta simile da un altro teatro importante. Nella mia prima stagione dirigerò due opere in lingua tedesca (Hänsel und Gretel e Der Mordfall), una francese (Werther) e due italiane (Il barbiere di Siviglia e La traviata). Un repertorio vario, in più lingue, che riflette bene la mia formazione e la mia curiosità musicale. Fra due stagioni, chissà… forse il mio primo Wagner».
Quale il valore aggiunto di un musicista italiano in Germania?
«Un musicista italiano ha senz’altro il vantaggio della lingua, visto che gran parte del repertorio lirico è italiano. Ma anche dirigendo opere non italiane si può portare con sé un tocco di italianità, soprattutto nel modo di cantare e nel fraseggio. A Weimar, città dove hanno vissuto e operato Bach, Wagner, Liszt e Richard Strauss, per citarne solo alcuni, credo avrò molto da imparare sullo stile e sulla tradizione dai musicisti della Staatskapelle. Spero, al tempo stesso, di poter ricambiare con quella italianità che è tanto apprezzata nei paesi di lingua tedesca».
Nessuno è profeta in patria… Vale il detto anche per te?
«Per me non vale. Ho diretto principalmente in Italia, debuttando come direttore sinfonico a Firenze a 24 anni. In ambito operistico, invece, il mio debutto è stato a 25 anni al Festival Rossini in Wildbad, che si trova in Germania, ma è un festival totalmente italiano. Il vero debutto nel circuito operistico tedesco è arrivato solo nel 2022, alla Deutsche Oper am Rhein, con cui ho oggi un rapporto continuativo di cui sono molto orgoglioso. Anche per quanto riguarda la mia città natale non posso dire che quel detto sia vero. Messina mi ha dato tanto, sia negli anni di formazione attraverso il Conservatorio sia con il suo teatro, che ha creduto in me fin da giovanissimo, nel 2014. Ancora oggi mi segue con affetto e stima, continuando a invitarmi regolarmente. Tornerò “a casa” per il Concerto di Capodanno 2026. D’altronde, il musicista, avendo a che fare con un linguaggio universale, è un po’ cittadino del mondo. Il fatto che io non debba cambiare modo di dirigere in Giappone o in Argentina ne è, in fondo, la prova».
Come ti sei avvicinato alla musica? Quando hai deciso di farla diventare la tua vita?
«Non provengo da una famiglia di musicisti, anche se so che qualche mio avo, che però non ho mai conosciuto, aveva avuto a che fare con la musica anche come professionista. Mi sono avvicinato per gioco, come tanti bambini, perché i miei genitori avevano notato in me una predisposizione naturale. La svolta è arrivata a 14 anni, quando ho ascoltato per la prima volta la Prima Ballata di Chopin per pianoforte: è stato un colpo di fulmine. Da quel momento ho capito che la musica sarebbe stata la mia strada e ho iniziato a studiare con serietà».
Sacrifici? Rinunce? Rimpianti? Hai detto dei no?
«Sacrifici e rinunce ce ne sono stati, sicuramente, ma non li ho mai vissuti come un peso, perché quando si tratta di una passione o addirittura di una vocazione tutto viene naturale. La musica, e in particolare la direzione d’orchestra, è un’arte totalizzante, che riempie la vita: vi si intrecciano mille altri interessi, dalla storia all’arte in senso ampio, ma anche ambiti apparentemente lontani come lo sport o la salute. Qualche “no” è stato necessario, certo, ma devo ammettere di essere stato fortunato: le proposte più importanti sono sempre arrivate al momento giusto. Non ho mai rischiato di bruciare le tappe».
Oggi sei il musicista che sognavi di essere da ragazzo?
«Da ragazzo, prima di entrare in Conservatorio, studiavo musica leggera: il mio primo sogno era quello di diventare arrangiatore e direttore d’orchestra in quell’ambito. Sognavo Sanremo. Poi, quando ho scoperto la musica classica, l’interesse iniziale per la composizione si è trasformato in una vera passione per il repertorio sinfonico, e quindi per l’arte della direzione d’orchestra. Da quel momento, il sogno è cambiato e oggi posso dire che quel sogno lo sto realizzando».
Nelle foto @Agnese Carbone il direttore Marco Alibrando
Intervista pubblicata in parte su Avvenire del 17 luglio