Il regista tedesco parla della sua versione dell’opera di Gounod ambientata in un mondo onirico e surreale tra clown e acrobati «Io, violinista, sul palco traduco in immagini i segni musicali Nella partitura si trova la prima interpretazione del testo»
«Ascoltare con gli occhi. Vedere con le orecchie». La sfida per lo spettatore. «Perché se su una musica metto un’azione giusta, in appiombo, quella musica si sente molto meglio». Una sfida, dunque, anche per un regista. Raccontare attraverso la musica. Johannes Ertah lo fa «da violinista». Perché prima di diventare regista il cinquantunenne tedesco, era in buca, alla Volksoper di Vienna «E mi sono accorto che mi interessava molto quello che accadeva in palcoscenico». Il violino nella custodia per dedicarsi alla regia. Germania, Spagna, il Nord Europa. L’Italia, naturalmente. Palermo, Roma, Pesaro – la sua Ermione del 2024 al Rof ha vinto il Premio Abbiati come miglior spettacolo. Ora il Teatro alla Scala. Con il Faust di Charles Gounod, ultimo titolo della stagione 2025/2026. Daniele Rusioni sul podio. In scena l’allestimento nato un anno fa a Valencia – andrà poi a Madrid e a Berlino. «Faust non può essere minimale, lo dice la musica. Ecco perché una coproduzione tra quattro teatri. Ma per Milano ci ho rimesso completamente mano» racconta il regista tedesco, classe 1975. «Un tempo straordinario durante le prove» racconta Erath calato il sipario sulla prima, che è stata poi la seconda perché la sera del debutto la recita è saltata per lo sciopero proclamato dai lavatori del teatro nell’ambito della vertenza per il rinnovo del contratto. «Un lavoro con i cantanti, con coro e orchestra e con tutti i reparti tecnici – dice il regista – davvero entusiasmante»
Perché tornare a Faust, Johannes Erath? E perché al Faust di Gounod?
«Perché Faust ci racconta qualcosa di noi. I francesi da sempre sono stati interessati alla letteratura tedesca. Faust con Gounod, però, diventa qualcosa di altro rispetto all’originale di Johann Wolfgang von Goethe, perché il racconto si veste della sensibilità francese. Non posso dire cosa sia meglio, posso solo dire che è una sensibilità che va rispettata e soprattutto compresa per metterla in scena. Goethe è vertiginoso. Ma nella lettura di Gounod ci sono scelte davvero interessanti con qualcosa di archetipico soprattutto nella dialettica tra Faus e Mefistofele. Non c’è un valore assoluto, ci dice questo incontro/scontro. Noi uomini dobbiamo sempre spiegare qualcosa con il suo contrario per comprenderlo a fondo. Se crediamo che c’è Mefistofele crediamo anche che c’è il suo contrario, ovvero dio. Nel Faust questo è molto evidente. Ci sono gli opposti, Faust e Mefistofele, Faust e Margherita, che si scontrano in una battaglia finale dalla quale lei esce vittoriosa, perché rimane sempre la stessa, durante tutto il corso dell’opera. Lei ha fede, non vacilla anche di fronte alle tentazioni di Mefistofele. Margherita è una funambola, cammina sul filo, la rappresento così, sicura, non perde mai l’equilibrio perché crede. E la fede è quello che il nostro mondo ha dimenticato, perché se l’uomo non crede finisce per perdersi».
Chi è Faust? E come lo racconta nel suo spettacolo?
«Faust, come lo Jedermann di Hugo von Hofmannsthal, è Ognuno, è ciascuno di noi. Ci rivediamo in lui. Ma nei suoi confronti non proviamo compassione, perché in ogni situazione cerca un’uscita di sicurezza, quando succede qualcosa che non sa gestire se ne va. L’opera ha una forza centrifuga, racconta una perenne fuga, un continuo fuggire da un centro. Faust ha paura. Lo dice subito, la prima parola che pronuncia è Rien, Nulla. Faust è un narcisista, come lo è la nostra società. Faust vuole avere tutto sotto controllo e vorrebbe decidere anche la sua morte. Lo incontriamo, quando si apre il sipario, alla fine della sua vita, una vita durante la quale ha analizzato tutto, ma non ha mai vissuto veramente. E per questo chiede la gioventù, perché si accorge di non aver mai vissuto e vuole ricominciare tutto da capo. Ma amore e controllo non possono stare insieme, le cose non si possono trattenere».
Questo è il suo secondo Faust, il primo lo ha messo in scena all’Opera di Colonia, nella versione opéra-comique del 1859 che poi Gounod nel 1869 trasformò in grand-opera, versione che va in scena ora alla Scala. Che cosa significa per un regista tornare sullo stesso testo?
«Significa ripensare completamente il lavoro. Non voglio più fare le cose di cinque anni fa, ma nemmeno quelle di una anno fa quando questo allestimento ha debuttato a Valencia. Tutta la prima sequenza, ad esempio, l’ho completamente ripensata per Milano. Ogni volta, poi, devo lavorare con i cantanti che ho a disposizione e tenendo conto della sala dove lo spettacolo va in scena. Da qui nascono le differenze, necessarie e stimolanti».
Il cabaret, il teatro tornano spesso nei suoi spettacoli. Come è nata la sua passione per la scena?
«La musica e l’opera mi hanno affascinato sin da quando ero bambino. Sono stato violinista, ma non mi sarei mai immaginato di diventare regista. Poi la vita mi ha messo di fronte a questa sfida. Tutte le mie regie sono su ciò che ho imparato da violinista, perché cerco di far diventare immagini i segni musicali, non potrei mai pensare di mettere sul palco un’immagine che sia contro la musica. E dove la metto questa diventa, come in una partitura, un contrappunto che spiega ciò che voglio dire con il suo contrario. La musica è la prima interpretazione del testo. Io poi, con il mio lavoro, faccio un’ulteriore interpretazione».
Cos’è per lei il teatro?
«Un’utopia che non dobbiamo perdere. Se perdiamo questo mondo, il mondo del teatro, siamo persi. Il teatro è un luogo sacro dove possiamo vivere qualcosa al di fuori del tempo, quello che chiede Faust: Attimo fermati, sei bello. Nell’opera arriviamo a un tempo che si ferma e questo è necessario per il nostro mondo, un momento nel quale ci fermiamo insieme. Il teatro è un villaggio, una piccola società. Per me quando lavoro è importante creare un’atmosfera ottimale perché tutti abbiamo il desiderio di fare questo spettacolo. Così le diversità si annullano per fare qualcosa di bello insieme».
Cosa può dire oggi il teatro?
«Non dobbiamo mettere sul palco uno specchio che faccia vedere in teatro quello che si vede fuori, nella vita di tutti i giorni. Dobbiamo fare teatro, più surreale che reale, suscitare meraviglia, toccare i sentimenti, risvegliare qualcosa che ci riporti alla nostra infanzia. E facendo questo dobbiamo toccare le persone nel profondo per poter riflettere su quello che succede fuori dal teatro. Penso che sia più importante suscitare domande piuttosto che dare risposte. Se diamo tutte le risposte il teatro, allora, non diventa più interessante né tantomeno necessario».
Nelle foto @Brescia/Amisano Teatro alla Scala il regista Johannes Erath e una scena di Faust
Intrevista pubblicata in gran parte su Avvenire del 28 ottobre 2026
