Al Piermarini torna l’allestimento del 1990 della regista Protagonista il soprano statunitense, sul podio Michele Gamba
Quelle mani. Quelle braccia. Quel corpo adagiato su un divano, avvolto da un abito bianco, braccia allargate sullo schienale, testa all’indietro. Per un attimo orologi e calendari fanno un salto all’indietro. Vertigine del tempo in un gesto. Basta una mano. Appoggiata sull’orecchio per non sentire l’eco dell’amore che è palpito dell’universo. Basta un braccio. Nella stessa identica posizione di allora. Un braccio teso, a stringere un angolo di un tavolino per provare a soffocare il dolore. Vertigine del tempo in un dettaglio.
Inconfondibile la cascata di note che apre il sipario della Traviata – stessa cascata che Verdi aveva messo in un passaggio della sua prima opera, Oberto conte di San Bonifacio… seme che qui germoglia – inconfondibile la cascata di note che apre il sipario della Traviata, risate e bottiglie di champagne miste a chiacchiere, genio e teatro in un’Introduzione. Subito dentro il cuore dell’azione, come se noi che siamo in platea entrassimo alla festa… o spiassimo, quasi dal buco della serratura, quello che succede. Dentro il cuore dell’azione. Vertigine dello sguardo che si perde e si ritrova, in quel tavolo con i grandi candelabri attorno a cui tutto ruota. Vertigine del tempo, che sembra tornare al 21 aprile 1990. Lo fa ogni volta che “la” Traviata “di” Liliana Cavani torna sul palco del Teatro alla Scala – nel 2013 hanno provato a sostituirla con quella, poi rottamata, di Dmitri Tcherniakov, quella con Alfredo che taglia le verdure mentre canta i suoi Bollenti spiriti… doveva essere sostituita questa volta con una nuova Traviata “di” Mario Martone, progetto, poi, accantonato…. dopo il Rigoletto in versione Parasite e un Onegin incompiuto.
Un dettaglio. Un gesto. Una mano. Nella stessa posizione di allora – allora (nel 1990) il gesto era di Tiziana Fabbricini, impressionante nel suo identificarsi con Violetta, alla festa e sul letto di morte… le foto di scena di allora, Lelli e Masotti, sono impressionanti. Cura del particolare che la regista di Carpi – allora (nel 1990) alla sua prima regia lirica dopo film dal segno forte, Portiere di notte e Francesco agli antipodi – ha messo in campo anche questa volta (insieme a Marina Bianchi, custode dei classici scaligeri di Strehler, che ha rimontato Traviata con la Cavani). Novantatré anni, lo stesso piglio, lo stesso abbigliamento (pantaloni e camicia coreana) da lavoro di sempre (anche per gli applausi alla prima). Anche questa volta, per l’ennesima ripresa di Traviata – ripresa dieci volte in trentasei anni, in questa tornata di repliche va in scena per la centesima volta, lo spettacolo scaligero più longevo dopo la Bohème di Franco Zeffirelli.
Traviata 2026, secondo titolo pop della ripresa autunnale della stagione dopo L’elisir d’amore dell’Accademia. Sulla carta tutta costruita, questa Traviata, intorno a Nadine Sierra, soprano in cartellone la sera della prima, star del Met di New York – che nel corso delle repliche (dodici, tantissime, ma Traviata fa sempre il pieno, alla Scala e nel mondo) si passa il testimone con Francesca Pia Vitale. Nadine Sierra che è la risorsa, ma anche il limite più grande, di questo allestimento. Lo spettacolo funziona. Classico, sontuoso… scene del premio Oscar Dante Ferretti (che impongono due lunghissimi intervalli, trentacinque minuti l’umo, per i cambi), costumi belli, ma in gran parte rifatti, che poco oggi hanno a che fare con gli originali di Gabriella Pescucci… altri tessuti, altre decorazioni, altri tagli… Spettacolo viscontiano o zeffirelliano, come si vuole va bene per descrivere la regia della Cavani… tutta sul libretto di Francesco Maria Piave, con qualche sprazzo naïve, come gli invitati alla festa di Flora con teste di cavallo che “osservano” la scenata di Alfredo a Violetta. Spettacolo al quale si può lavorare per settimane per costruire i personaggi o nel quale si può saltar dentro in corsa, con una manciata di prove… tutto funziona comunque.
Lo spettacolo funziona – le luci di Andrea Giretti, la coreografia di Miche van Hoecke ripresa da Lara Montanaro. Rassicurante e ideale per i post su Instagram. La musica… anche. Accettato il fatto che per una buona parte sia non “la” Traviata “di” Giuseppe Verdi… ma “di” Nadine Sierra. Specie nel primo atto… irriconoscibili e antiteatrali certe lentezze sul Sempre libera… i fiati lunghi e lunghissimi la prima volta sorprendono, la seconda lasciano un attimo perplessi… la terza stufano… esibizione autocompiaciuta di bravura – che c’è e tutta, inutile negarlo, ma forse andrebbe incanalata drammaturgicamente sulla musica – e rischiano di essere fuochi d’artificio che se a New York strappano l’applauso (scatta spesso, fragoroso, anche alla Scala, piena di turisti), con Verdi poco c’entrano. Questione di scelte. Che un teatro come la Scala dovrebbe fare sempre partendo dalla musica. E dal rispetto per la partitura. Che qui un po’ manca.
Eppure Michele Gamba sul leggio ha l’edizione critica di Fabrizio della Seta, la segue, la sbalza con gusto e attenzione, la innerva di invenzione – ed è sicuramente la sua direzione migliore in dieci anni di frequentazione della buca d’orchestra scaligera. Orchestra verdiana, tempi sempre narrativi, atmosfere sul testo… leggere e spensierate, ma subito innervate di morte… colori che si incupiscono con il passare del tempo, si avvolgono di morte… nella lettura che Gamba mette in campo. Ma che, inevitabilmente, a tratti deve scendere a compromessi con “la” Traviata di Nadine Sierra. Perché il soprano impone tempi, dinamiche, colori… variazioni e cadenze (mai sentite) specie nel primo atto. Impone tagli… niente seconda strofa dell’Ah forse è lui… niente da capo nel duetto con Germont padre Morrò e la mia memoria… resta solo la seconda strofa dell’Addio del passato… aria nella quale, peraltro, la Sierra confonde le parole, anticipando nella prima alcune della seconda strofa…
Tagli che, in verità, si abbattono anche sul da capo delle cabalette di Alfredo… Oh mio rimorso o infamia… e di Germont… No non udrai rimproveri… peccato, perché alla prima apparizione, nel 1990, era una Traviata integrale… e solitamente nelle riprese si procede con la stessa edizione… Tagli che non impediscono, comunque, agli interpreti di raccontare in musica una storia. Nadine Sierra è carismatica in scena. Calamita l’attenzione con una presenza affascinante e con una voce sempre piena e a fuco.. tecnica solidissima, gusto non sempre sulla partitura. Gusto che c’è, sorprendente e vertiginoso, nel Germont di Boris Pinkhasovic, voce di velluto, intenzione tutta sul testo, capacità di disegnare, in un accento, in un fiato, un Germont meno gretto del solito, ma forse ancora più sinistramente inquietante… il baritono ha tecnica e classe, presenza e misura. Come Piero Pretti, generoso Alfredo, tutto in crescendo… certo il personaggio è quello che è, colpevolmente ingenuo, assurdamente disarmato, inutilmente combattivo… ma il tenore riesce a colorarlo di inaspettata umanità, quasi di una pietà che alla fine coinvolge e commuove.
Coinvolge e commuove Traviata. Sempre. Commuove e coinvolge in quello sguardo di affetto e comprensione, di pietà umana, che Violetta ha sul mondo… umana pietà. Manca dio, manca uno sguardo di speranza. Lo dice il nero del finale, nel quale la musica si spegne. Lo dice la sospensione che resta dopo il grande concertato del secondo atto… Alfredo Alfredo di questo core non puoi comprendere tutto l’amore… che Gamba asseconda e rimarca nella sua Traviata umanissima e grondante dolore. Niente caricature nei personaggi di contorno, l’azzeccatissimo Gastone di Francesco Pittari, la misuratissima Annina di Mariapaola Di Carlo, il Dottor Grenvil di un sempre musicalissimo Xhieldo Hyseni… e poi il Marchese d’Obigny di Gianluca Failla, la Flora di Carlotta Vichi, il Barone Duphol di Fabrizio Beggi, il Giuseppe di Aldo Sartori, il Commissionario di Zhibin Zhang, il Domestico di Flora di Gabriele Valsecchi.
Gesti. Sguardi. Intenzioni. Le stesse di un tempo. Vertigine del tempo. Che è il tempo della Traviata della Cavani. Ma soprattutto il tempo – che non ha tempo, perché ci parla, prepotente e disarmante, del nostro tempo – della Traviata di Verdi.
Nelle foto@Brescia/Amisano Teatro alla Scala La traviata