La Carmen di Chung sotto il sole di Michieletto

Alla Scala l’opera di Bizet con il prossimo direttore musicale trasporatta in una periferia dell’anima dal regista veneziano Vittorio Grigolo è Don José, Clémentine Margaine Carmen

Caldo e polvere. Arbusti bruciati dal sole. Aridi. Come il cuore di chi tra quella sabbia si muove. Spacciatori. Trafficanti di armi. Contrabbandieri di sigarette – succedeva negli anni Settanta e Ottanta, forse succede ancora oggi in qualche angolo del mondo dove il tempo va a rilento. Aridi come i poliziotti che dovrebbero far rispettare la legge, ma che sono corrotti. Venduti per un pacchetto di sigarette o per la promessa di una notte d’amore. Una landa desolata. Un posto di confine. Frontiera dell’anima. Limbo dove provare a sopravvivere per quei poveri disgraziati che si sono trovati a nascere lì. Si tira a campare.

Ai confini dell’anima, tra caldo e polvere Damiano Michieletto racconta Carmen. Regia essenziale. Raccontata. Niente simboli, ma un racconto in presa diretta. Il respiro di una serie tv. Asciutta ed essenziale. L’impressione di essere dentro uno spaccato di vita quotidiana. Dove Carmen non ha la mantiglia, ma una tuta da operaio e vestiti presi in un outlet. Una Carmen di periferia. Ai confini del tempo. La Carmen di Georges Bizet che è il primo passo di Myung-Whun Chung come direttore musicale del Teatro alla Scala – l’incarico ufficiale da dicembre, con l’inaugurale Otello di Verdi (ancora Michieletto in regia), ma in questo scorcio estivo di stagione c’è stato quasi un passaggio di testimone con Riccardo Chailly, impegnato sul podio con il verdiano Nabucco con le ultime recite che si sono intrecciate proprio alla Carmen di Chung – passaggio di testimone polemiche sugli aumenti dei prezzi dei biglietti per la prossima stagione con un timido lancio di volantini a inizio serata dal loggione «contro l’espulsione degli abbonati e del pubblico storico, per un teatro di tutti», istanza discutibile, come se il loggione, frequentato sempre dalle stesse persone (che regolarmente poi sono anche alle prove generali, dove entrano senza pagare il biglietto, ma recuperandolo dai lavoratori scaligeri), sia un baluardo di competenza (e non curva suda della lirica, con tifosi come allo stadio)… giusta invece l’istanza per il ritorno a prezzi accessibili per gli spettatori con disabilità.

Carmen di assoluta bellezza musicale. Ma tagliata, troppo tagliata (un solo intervallo e si esce da teatro quando non sono passate ancora tre ore dal vorticoso incipit). Scorciata in tutti i dialoghi – non ce ne sono praticamente, né parlati né accompagnati. Ridotta all’essenziale, ai numeri musicali – snaturandone così la natura di Opéra-comique dove dialoghi e numeri musicali si alternano in una forma che ha fatto la storia del teatro musicale… e che così deve essere restituita. Tagliata, troppo tagliata. Scorciata, con colpi di forbici netti. Con il rischio di disorientare chi l’ascolta per la prima volta – e non solo. Se non consci a fondo la storia fatichi a capire chi fa cosa e perché.. don José, ad esempio, non arriva con il cambio della guardia, ma a un certo punto te lo ritrovi in scena… nessuno gli dice che lo ha cercato una ragazza con la treccia bionda… e lui a un certo punto si ritrova davanti Micaela senza battere ciglio…. Ellissi narrative che, però, azzoppano la drammaturgia. Ma questa è la “versione” di Chung, prendere o lasciare. Versione con la quale anche la regia di Michieletto – nata cauta per Londra dopo le contestazioni per lo stupro portato in scena dal regista in un precedente, contestatissimo Guglielmo Tell – ha dovuto fare i conti, costretto a rimettere mano alla drammaturgia per farla funzionare lo stesso.

Certo lo spettacolo, meno simbolico degli ultimi immaginati dal regista veneziano, racconta. Michieletto racconta. A modo suo, naturalmente, moderno e asciutto (e non a tutti piace visti i fischi che gli sono piovuti addosso alla prima). Niente folklore, solo qualche comparsata di toreri nel quarto atto – toreri che sono ancora oggi uno dei tormenti della Spagna che nella calura delle arene invoca il sangue del torno, catarsi moderna, sublimazione di una violenza (forse insita nell’uomo) che si cerca di incanalare in altro.  Michieletto racconta portando Carmen in un posto di frontiera – le scene di Paolo Fantin sono in pratica una scena unica, una casa/stanza in sezione (da una parte esterno e dall’altra interno), che ruota e cambia di atto in atto, passando dalla caserma, alla taverna che diventa uno squallido night club, a un capanno dove i contrabbandieri nascondono la refurtiva e alla sartoria dove c’è la vestizione di Escamillo prima della corrida. Gli anni Settanta – diresti dai costumi di Carla Teti che inaspettatamente mortificano la fisicità degli interpreti, fasciandoli in modelli esteticamente (forse sarà voluto) brutti.

Li vuole (forse) così Michieletto… una Micaela che è a metà tra una suora laica e una no global di sinistra che frequenta centri sociali, una Carmen sopra le righe, donna non più giovanissima di quelle che si vedono nelle balere di periferia, pronte a sedurre e abbandonare, nel giro di una notte, gli uomini (idiote che cadono ai loro piedi)… una Mercedes e una Frasquita volgari, caricature da social che scimmiottano influencer con vestiti e trucchi pacchiani… Un’umanità che sembra uscita da un film di Ken Loach per raccontare una società (di ieri e di oggi) dove la superstizione ha sostituito la fede. Superstizione che è incarnata da una figura in nero – la madre di Don José… intuizione già presente (nell’identificazione con Miacela) nella Carmen di emma Dante… qui però più sfumata, la donna in nero portrebbe essere qualunque donna – una figura in nero che nei punti di snodo del racconto si presenta a Carmen (pare la veda solo lei… fantasma, allucinazione della mente…) brandendo la carta che indica la morte – quella che la zingara si troverà sempre tra le mani nel gioco delle carte del terzo atto.

Orchestra scaligera in gran forma (inaspettatamente, questa volta, il coro un po’ meno… con qualche scollamento e con qualche intonazione icrinata), capace di aderire con convinzione e partecipazione alla lettura poetica e vertiginosa (nei colori, negli accenti, nel passo teatrale) di Chung. Chung che sa guidare Vittorio Grigolo (voce bellissima, questa volta tenuta sapientemente sul testo musicale, senza eccessi melodrammatici… che a volte, però, rispuntano nella gestualità tra braccia allargate e acuti lanciati in punta di piedi) nel disegnare un intensissimo e commovente (la Fleur incanta e segna anche un po’ lo spartiacque tra un’interpretazione controllatissima e fascinosa e il ritorno a qualche grigoleggiamento, ma va bene così) Don José.

Clémentine Margaine ha colore brunito, ideale per Carmen, personaggio che ha cantato in giro per il mondo. Ma in questa sua prima scaligera mostra troppe incertezze di intonazione (almeno alla prima), imprecisioni, genericità musicali che non le permettono di disegnare un personaggio che lascia il segno. Destino di Carmen, spesso, è di vedersi rubare la scana da Micaela… due duetti, un’aria e spesso diventa la più applaudita della serata (come Liù che ruba la scena a Turandot). Non capita, però, con Natalia Tansii che è una (troppo) timida Micaela mentre nell’Escamillo di Giorgi Manoshvili non c’è lo smalto che ci si sarebbe aspettati dal basso georgiano.

Cast più o meno francofono per i contrabbandieri, Pierre Doyen è Le Dancaïre, Loïc Félix Le Renedado, Sarah Dufrense è Frasquita, Marine Chagnon Mercédès. Simone Del Savio è Moralès. Lascia il segno con una voce bella, musicalissima e avvolgente Xhieldo Hyseni che è Zuniga.

Su tutti incombe un sole moderno, fatto di luci teatrali, messe in fila (da Alessandro Carletti) su una grande griglia sospesa (opera d’arte contemporanea) che diventa cielo soffocante. Sotto il quale Carmen, ancora una volta, (soffocata) muore.

Nelle foto @Brescia/Amisano Teatro alla Scala Carmen