Al via l’edizione numero trentuno de I suoni delle Dolomiti Jakub Orliński, Ilya Gringolts, Danilo Rea e Daniele Silvestri portano la musica in alta quota camminando con il pubblico Cartellone firmato da Brunello in un dialogo tra note e rocce
Formula che vince non si cambia. «Condividere il cammino, sullo stesso sentiero, artisti e pubblico». Non si cambia. O quasi. «Perché ci spostiamo in avanti, da luglio e agosto sconfiniamo sino all’inizio di ottobre». Sipario, tutto virtuale, perché il teatro è quello della natura, sipario il 24 agosto sull’edizione 2026 de I suoni delle Dolomiti. Musica ad alta quota. Che fino al 3 ottobre torna a riempire di musica le vette del Trentino. «Edizione numero trentuno e, come, sempre la vera protagonista è la montagna» dice il direttore artistico, il violoncellista Mario Brunello. Diciotto appuntamenti, il primo a Malga Tassulla sulle Dolomiti di Brenta con i Violoncellisti della Scala e il Coro della SoSat. Il violino di Ilya Gringolts, il violoncello dello stesso Brunello, il controtenore Jakub Józef Orliński, ensemble come l’Ilumina Ensemble, il Pomo d’Oro e poi Danilo Rea, Daniele Silvestri e l’attore Giuseppe Cederna. Tutti concerti gratuiti. «Artisti di tutto il mondo – racconta Brunello – che vengono in Trentino sapendo cosa significa suonare qui, un’acustica tutta da inventare, la condivisione con il pubblico, che è condivisione anche del cammino per arrivare sul luogo del concerto: si cammina sullo stesso sentiero, si arriva in un luogo e ci si “inventa” un concerto che sarà irripetibile, in un luogo unico».
Una formula unica, Mario Brunello, che ha però molti tentativi di imitazione. Ma quali le caratteristiche che rendono unici, però, I suoni delle Dolomiti?
«Quando veniamo a conoscenza di “repliche” della nostra formula non possiamo che apprezzare, soprattutto quando vengono rispettati i valori fondamentali che abbiamo messo a fondamento della nostra rassegna, il rispetto del luogo, l’interazione con la musica e con la natura. Certo, ci sono anche imitazioni forzate, come quei concerti con un pianoforte portato ad alta quota con un elicottero. Non è quello che vogliamo fare noi, non rispetta quello spirito di condivisione del percorso, con i musicisti che camminano insieme al pubblico portando il loro strumento. Che è ciò che rende unici I suoni delle Dolomiti».
Come si è evoluta la formula iniziale, come è cambiata?
«Ci sono stati dei passi in più, come le albe e i tramonti da vivere insieme in montagna, scoperte che si sono aggiunte nel corso degli anni. Ci sono poi progetti speciali, quest’anno è quello dedicato alla Musica verticale, un’indagine tra il virtuosismo della musica e quello dell’arrampicata. Il 1 ottobre al Rifugio Gardeccia, ai piedi del Catinaccio, si confronteranno la pianista Chiara Schmidt, appassionata di montagna, e uno dei più grandi arrampicatori, Alexander Huber, che nel tempo libero, per rilassarsi, suona il pianoforte».
I suoni delle Dolomiti si spostano sempre più verso l’autunno…
«Da qualche edizione, anche con una certa preveggenza, ci siamo accorti dell’assalto alla montagna, il cosiddetto over tourism che è arrivato anche in alta quota. E non abbiamo voluto sovraccaricare la natura, rendendoci responsabili di un aumento dei turisti. E possiamo dire che siamo l’unico festival che si è spostato… per troppo pubblico. Ma c’è anche un altro motivo, più poetico, quello di allargare l’estate, di trattenerla andando verso settembre, che in montagna ha una luce tutta particolare».
Qual è per un artista il valore aggiunto di suonare nella natura?
«Personalmente ho imparato che a creare il “mio” suono, senza nessun aiuto di acustica pur fantastica di teatri e sale da concerto. In alta quota, in mezzo alla natura la musica è nuda e tu devi cercare il tuo suono, senza aiuti, ma solo dialogando con il tuo strumento».
E come dialogano paesaggio e musica nei concerti ad alta quota?
«Ogni artista che viene a fare musica in Trentino offre un racconto diverso della sua esperienza. Io posso dire che quando suono il violoncello in mezzo alla natura guardo le creste delle montagne, il loro profilo che si staglia sul cielo e lo leggo come una partitura che la natura ha scritto. E la fantasia si libera».
Come portare questa esperienza in alta quota nei concerti tradizionali, in teatro?
«Ricreando al chiuso di una sala da concerto il suono che sei riuscito a plasmare all’aperto, un suono che è più graffiante, più denso. E quando suoni non aspetti più il ritorno del suono, ma lo senti già che vibra sulle corde».
Nella foto ©Trentino Marketing Orlerimages Mario Brunello