A Parma cancellata la prima di Falstaff per lo sciopero generale Fischi per la bandiera palestinese e la scritta «Free Gaza» esposte durante gli applausi finali di Macbeth e Otello
La bandiera palestinese. La scritta «Free Gaza». A mezz’aria, sul palco. Dove Otello ha appena ucciso Desdemona. E partono le contestazioni. Buu sonori. «Basta!» lanciati tra gli applausi che salutano gli interpreti. Strano epilogo per la prima replica dell’Otello, pomeridiana di domenica 5 ottobre. Inaspettato boomerang per lo sciopero generale del 3 ottobre, pressoché solitario nel panorama dei teatri italiani – persino al Teatro alla Scala, roccaforte delle proteste sindacali, si è andati in scena con Petite Mort e Bolero, serata di balletto. Sciopero generale indetto da Cgil e Usb dopo lo stop alla Flottilia nelle acque internazionali antistanti Gaza, sciopero dichiarato illegittimo dal garante, ma che a Parma ha costretto a cancellare la prima di Falstaff. Perché i tecnici di palcoscenico hanno deciso di incrociare le braccia, chiudendo ad ogni possibilità di mediazione del sovrintendente Luciano Messi – c’era la diretta di Radio3, era stata offerta la possibilità di leggere un comunicato, ma nonostante orchestra e coro fossero disposti ad andare in scena, i tecnici hanno comunque bloccato la prima. Danno di immagine (e sicuramente anche per le casse del teatro). Amaro in bocca per il direttore Michele Spotti, per il regista Jacopo Spirei (si riprendeva uno suo bellissimo spettacolo, tutto britisch tra pub e punk) e per i cantanti che, «per cause di forza maggiore», come si legge nel comunicato del teatro, rischiano di non percepire il loro cachet, nonostante fossero pronti in camerino – strano meccanismo quello italiano dove le prove non sono pagate, dove all’alaggio deve provvedere l’artista con il cachet che percepirà per ogni recita… ma se questa viene cancellata «per cause di forza maggiore» niente cachet e spese a proprio carico.
Ma questa è (forse) un’altra storia. Torniamo a Parma. Festival Verdi edizione 2025, edizione numero venticinque. Festival shakespeariano. Tema facile e già pronto, tre titoli, Macbeth, Otello e Falstaff, quelli che il compositore ha scritto ispirandosi a William Shakespeare – e tra l’altro Macbeth torna al festival per la terza volta in cinque anni, due volte in francese, una, quella di quest’anno, nella versione di Firenze del 1847… forse un po’ troppo, bello, bellissimo il melodramma sul male assoluto, ma Verdi ha scritto ventisette opere. Parma. Che si scalda in fatto di voci verdiane. Non si contano i «Povero Verdi!» che piovono dal loggione del Regio… su cantanti e, spesso, sui registi “colpevoli” di modernizzare il messaggio (modernissimo, basta ascoltarlo) delle opere del compositore di casa.
Parma (anche) questa volta ha fatto sentire la sua voce. Dissenso per la bandiera palestinese e per la scritta «Free Gaza» accesa tra le luci di scena dell’Otello di Federico Tiezzi. Non solo. Contestazioni anche la sera precedente, sabato, a Busseto, nel minuscolo Teatro Verdi dove va in scena Macbeth, versione, appunto, del 1847. Regia di Manuel Renga, sul podio Francesco Lanzillotta. Anche qui dissenso scoppiato al solo evocare un dramma che, invece, dovrebbe unire tutti. Ma che negli ultimi giorni non fa che dividere. Politicamente. Tra piazze dove si scende a manifestare, stazioni occupate, tangenziali bloccate… Flottilia e (anti)sionismi.
Sconfitta per l’arte, però. Occasione persa per fare (ancora una volta) una riflessione sul mondo di oggi – quello che non riesce fermare la strage di Israele a Gaza, l’invasione del Cremlino in Ucraina, le mattanze dei regimi in Myanmar o nei tanti, troppi paesi dell’Africa. Occasione persa perché, credendo di far sentire la propria voice, si è fatto tacere un’altra voce. Quella della musica. Quella di Giuseppe Verdi. Sempre politica… Macbeth, Otello, anche Falstaff con il suo sguardo malinconico su un mondo che ride di un uomo anziano. Scenario surreale la sera del 3 ottobre davanti al Teatro Regio. Pochi manifestanti, una cinquantina, una bandiera palestinese sulla facciata giallo ocra, una voce isolata che scandisce «Free free Palestine…», ma che non fende la folla dei passanti. Pochi in verità, in questo inizio freddo di ottobre. Vertici del Regio assenti, dopo la lunga, inutile trattativa con i lavoratori del palcoscenico. Per dare un segnale, forse, che il teatro non era con chi ha deciso di incrociare le braccia. Solo le maschere, schierate nel foyer dove le luci erano tutte accese. In teatro non si poteva entrare. Tantopiù sul palcoscenico, nessun addetto alla sicurezza, nessun tecnico… dunque fuori tutti. Certo, nel pomeriggio era arrivato un comunicato che avvertiva il pubblico che la prima di Falstaff era cancellata e che i biglietti sarebbero stati rimborsati… Ma perché non provare una forma di concerto? – Riccardo Muti, alla Scala, negli anni Novanta, quando l’orchestra scioperò, si mise al pianoforte e suonò tutta La traviata. Ma pare che per le (strane) logiche di assegnazione dei fondi del Fus meglio cancellare una recita che non farla in forma di concerto, varrebbe meno punti che non un’alzata di sipario…
Eppure, tra le voci che quotidianamente e a tutte le ore (voci delle armi, voci dei duellanti politici…) si sovrappongono e che vogliono imporsi l’una sull’altra, quella della musica avrebbe avuto una forza travolgente. Parma lo sa. E da venticinque anni, intorno al compleanno del maestro, il 10 ottobre, diventa il cuore pulsante della sua musica. Eventi collaterali, il cartellone parallelo del Verdi Off – quest’anno fiore all’occhiello l’installazione di Damiano Michieletto e Paolo Fantin, Il sonno uccidesti, dedicata a Macbeth – le contaminazioni contemporanee di Ramificazioni a fare da cornice ai tre titoli verdiani del cartellone. Edizione critica sul leggio dei direttori – quest’anno sono Roberto Abbado per Otello, Francesco Lanzillotta per Macbeth e Michele Spotti per Falstaff (ci sarà poi Robert Treviño il 18 ottobre per la Messa da Requiem). Interpreti verdiani, o che verdiani lo diventeranno. Voci che cantano verdi in tutto il mondo e giovani che si affacciano sulla scena lirica. In un dialogo generazionale nel nome di Verdi. Regie che non sempre colgono nel segno. Tiezzi non sa se scegliere l’astrattismo o il bozzettismo per il suo Otello che vorrebbe essere psicanalitico, ma che rischia di essere (quarto atto a parte) un concerto in costume. Spirei con gusto e giusta ironia racconta Falstaff come un film alla Ken Loach. Renga fa diventare tutto il Teatro Verdi di Busseto luogo delle visioni di Macbeth.
Ecco la sfida per il futuro. Per il Festival Verdi. Ma in generale per tutti i festival dedicati ai compositori di casa – il Rof a Pesaro, il Donizetti opera a Bergamo, il Puccini di Torre del Lago, il Bellini di Catania… e così via – ferratissimi ed efficientissimi in fatto di edizioni critiche delle partiture, ma spesso prudenti nell’interpretazione dei testi. La sfida delle regie. La sfida della drammaturgia. Per interpretare, calandolo nella nostra realtà, nella nostra quotidianità (che non significa fare Traviata in jeans in un call center) il messaggio (senza tempo) dei grandi compositori.
Il messaggio dell’arte. Che ha una sua forza. Dirompente. Capace di far sentire la propria voce. Oltre i fischietti. Oltre lo scoppio dei fumogeni. Oltre gli slogan «Free Palestine». Necessari, certo, come necessaria, imprescindibile è la forza della musica.
Nella foto gli applausi finali alla replica di Otello del 5 ottobre
Articolo pubblicato in gran parte su Avvenire del 7 ottobre