Gorini, un mese a Ravenna tra scuole e rsa riscoprendo le mie radici romagnole

A Ravenna festival la residenza del pianista di Carate Brianza tra recital e progetti sociali sul mondello di Sonata for 7 cities

Ha il sapore di un andare alle radici. «Perché mio padre è di Russi e, prima di diventare fisico nucleare, ha frequentato il liceo scientifico a Lugo». Filippo Gorini «ogni anno a Pasqua» torna nel ravennate. «Dove affonda parte delle mie radici. Ci sono zii, cugini, amici di infanzia». Quest’anno lo fa una volta in più. Perché dal 20 maggio al 20 giugno è «in residenza» al Ravenna festival. «Recital, ma anche lezioni, incontri nelle scuole e concerti in case di cura». Sul modello di quel Sonata for 7 cities che sta portando nel mondo. Ravenna festival si apre il 21 maggio, il violino di Anne-Sophie Muttere  la Royal philharmonic orchestra. Ma un giorno prima si inaugura il progetto di Filippo Gorini, classe 1995, di Carate Brianza. Formazione tra Bergamo e Salisburgo. Oggi una carriera internazionale. Sempre in viaggio. «Perché la musica – racconta il musicista – è la mia ragione di vita».

E come racconta questo, Filippo Gorini, nel suo progetto di residenza a Ravenna festival?

«Le quattro settimane che passerò in Romagna sono un’estensione del mio progetto Sonata for 7 cities, partito a febbraio dello scorso anno da Vienna. Un progetto che nasce dal desiderio di non vivere fugacemente le città in cui mi trovo a suonare, una toccata e fuga di uno o due giorni, ma dalla volontà di potermi calare nella vita e nel territorio, fermandomi un mese intero. Cinque settimane dove, accanto ai concerti istituzionali, ai recital, all’attività pubblica, tengo lezioni, entro nelle scuole di musica e porto le note di Mozart o Beethoven in luoghi difficili come case di cura, carceri, comunità di accoglienza. Un viaggio in sette città che si chiuderà a maggio del 2027 a Milano e che arricchisco di tappe intermedie, come questa a Ravenna. Nei quattro recital, due a Ravenna, uno a Russi e uno a Lugo, proporrò non solo pagine di Mozart, Beethoven, Schumann e Schubert, ma anche le quattro commissioni che ho eseguito sinora nelle città che ho visitato con Sonata for 7 cities, Vienna, Città del Capo, Hong Kong e Portland, pagine di Michelle Agnes Magalhaes, Federico Gardella, Beat Furrer e Stefano Gervasoni».

Anche a Ravenna porterà la musica in luoghi insoliti?

«Case di riposo e scuole, certo. Non mi piace il modello di masterclass con due giorni con tanti allievi e per questo ho scelto un insegnamento prolungato con quattro o cinque ragazzi, allievi del Conservatorio, per poter instaurare un confronto che vada più in profondità. Ci saranno poi incontri nelle scuole. Mi piace parlare con i ragazzi, spiegare loro il brano che eseguo, per andare in profondità, per parlargli con il cuore in mano dicendo quanto tengo a un brano, ad un’opera. E per cercare di far scattare anche in loro quella scintilla che per me è scattata quando avevo dodici anni».

Perché portare la musica fuori dai luoghi della musica?

«La sala da concerto resta sempre il luogo ideale dove ascoltare la musica, per l’acustica, per il clima di raccoglimento, per la concentrazione che si crea. Ma questi sono luoghi che non tutti possono frequentare, chi per questioni economiche, chi perché la malattia lo costringe a letto, chi perché incarcerato. Ecco perché porto la musica in istituti di pena, ospedali, mense per senza fissa dimora, per raggiungere gente che ha un bisogno profondo che attraverso la musica può essere sfamato».

Cosa può fare la musica per alleviare le sofferenze o il dolore di chi è in ospedale, in carcere, in una casa di cura?

«Ognuno di noi attraversa problemi, ma anche bellezze diversissime. Quando suono non so chi ho di fronte, quali sono i sentimenti che lo attraversano, quali le difficoltà e le gioie della sua vita. Ma so la grandezza della musica che ho tra le mani. Ricordo una volta, dopo aver eseguito la Sonata op.110 di Beethoven in carcere, una persona del pubblico mi ha avvicinato dicendomi che quella pagina gli aveva fatto ripercorrere sessant’anni della sua vita. E mi ha confidato la speranza che anche la sua vita potesse concludersi nella gioia, come la Sonata di Beethoven. In un’altra occasione, suonando in una mensa per persone in difficoltà, una rifugiata ucraina mi ha detto che il calore del concerto l’aveva riportata ai giorni in cui il suo paese non era in guerra e durante i quali lei poteva andare a teatro ad ascoltare musica. Sono piccoli miracoli che si realizzano nelle persone che ascoltano. Ci credo. Ogni pagina parla a ciascuno in un modo unico, ci fa sentire compresi. E quando la musica attraversa il nostro dolore ci riempie di speranza. Lo fa con il contadino sudafricano e con il miliardario di Hong Kong».

Come intende il suo ruolo di musicista?

«Come quello di un esploratore che trova pagine bellissime di cui si innamora, le studia, le approfondisce al meglio per poi restituirle al pubblico. Quando mi rendo conto di avere in mano pagine straordinarie mi chiedo sempre come posso fare fruttare al meglio questa ricchezza. Da qui nascono i miei progetti per fare risplendere luoghi e persone di bellezza. Ho sempre fatto concerti negli ospedali, nelle case di riposo. Concerti singoli, alternati ai recital e ai concerti in teatro. E a un certo punto ho pensato di cucire il tutto insieme in un unico progetto. Ecco allora la residenza a Ravenna festival e il progetto di Sonata for 7 cities. Ad agosto sarò a Medellín, a febbraio del prossimo anno a Shanghai per chiudere a maggio 2027 a Milano, la mia città, che sono sicuro vedrò con altri occhi e conoscerò in un modo inedito».

La musica classica oggi ha bisogno di progetti fuori dall’ordinario per far parlare di sé?

«Per me la musica è solo una cosa, un incontro tra chi suona e chi ascolta. In teatro, in ospedale, in un carcere. Se poi la musica è bella, suonata bene, scatta sicuramente qualcosa. Noi musicisti dobbiamo ragionare su come e dove far avvenire questo incontro, senza effetti speciali, senza fronzoli, ma solo con la potenza della musica».

Cos’è per lei la musica?

«La mia ragione di vita. Non ricordo giorno senza la musica e senza il pianoforte che suono da quando avevo cinque anni. Poi a dodici anni, ascoltando le Sonate di Beethoven, è scattata una scintilla che ha dato una svolta alla mia vita perché è nato in me il desiderio di studiare, di mettermi al pianoforte sei, sette ore al giorno per restituirle al meglio… le Sonate di Beethoven, ma tutta la musica, per far arrivare ad altri questa bellezza che io ho scoperto e che è un dono fatto all’umanità dai musicisti, di ieri e di oggi».

Nella foto @Anna Cerrato Filippo Gorini

Intervista pubblicata in gran parte su Avvenire del 16 maggio 2026