All’Oper Köln l’opera in forma di concerto diretta da Carella Protagonisti Young Woo Kim, Marta Torbidoni e Insik Choi
Laboratorio di idee. Lo dice, inconfondibilmente, l’incipit. Un tema, quello della vendetta, quello del corno e del «se uno squillo intenderà, tosto Ernani morirà», che si fa strada nel buio. Nel silenzio carico di attese che ogni volta avvolge la sala. Una qualsiasi sala. Velluti rossi. Ori. Oppure impalcature di metallo e sedute nere austere, plastica e tessuto, come quelle della Sala uno dello Staatenhaus di Colonia, dove, ancora per poco, staziona l’Oper Köln – da settembre si torna, dopo quasi quindici anni, nella piramide di cemento di Offenbachplatz, la festa è già pronta.
Il tema della vendetta. Evoca la tragedia che si compirà alla fine. «Ecco il pegno, nel momento in che Ernani vorrai spento… se uno squillo intenderà…». E quello squillo ci sarà. Il suono più cattivo della storia dell’opera. Il più ingiusto. Il suono della vendetta. Che si fa strada da subito, nel buio e nel silenzio, nell’incipit di Ernani. Laboratorio di idee. Perché quell’incipit drammaturgicamente rivoluzionario tornerà, più evidente, ma potente quanto questo, nel Rigoletto. La maledizione. Qui la vendetta. Ombre sinistre che si allungano sulla storia. L’avvolgono. Un fermo immagine di cui è subito chiara la tinta. Tinta verdiana, senza dubbio. Colore e sapore che avverti da subito. La maledizione, superstizione e assenza di dio, in Rigoletto. La vendetta, sentimento atroce e allo stesso tempo umanissimo, in Ernani. Una pennellata che ti racconta, in pochi secondi l’opera.
La mette Giuseppe Verdi, tratto drammaturgico inconfondibile, dichiarazione di intenti musicali ben chiara. È la musica che narra, che traccia il filo rosso, che guida.
In Rigoletto, cifra evidente. In Ernani, sorprendente. Dice che l’opera del 1844, la commissiona Venezia, non è solo laboratorio di idee. Ma è capolavoro compiuto. Di un Verdi trentunenne che ha già chiaro il suo percorso teatrale – Ernani è un progressivo andare al cuore del racconto, al nocciolo drammaturgico, scarnificando, sfrondando, si chiude con un terzetto, niente cori, niente trionfi, si chiude quasi nel silenzio, come i grandi melodrammi della maturità, Forza, Aida, Otello. Prequel Ernani, come si direbbe in termini cinematografici, del Don Carlo, perché racconta l’ascesa al trono di Carlo V, nonno di Don Carlo, appunto, papà di Filippo II, quello che poi «nelle lane il serto asconde e la lorica d’or… è voce che nel chiostro, appaia ancor». Gigante, tanto che il suo atto, il terzo, Verdi e il librettista Francesco Maria Piave lo intitolano La clemenza – più che atto meglio dire parte, questa la suddivisione scelta come in Nabucco, come nei Lombardi, ci sono, si sentono in Ernani, sono ormai patrimonio verdiano al quale attingere e dal quale ripartire. La clemenza, le altre parti raccontano di tipologie di persone, Il bandito, L’ospite, La maschera… La clemenza di Carlo V, «perdono a tutti, mie brame ho dome». Potente nella musica di Verdi.
Ancora più potente se ascoltata in purezza. Opera in forma di concerto all’Oper Köln. Opera italiana con la bacchetta di Giuliano Carella, attenta a trarre pennellate verdiane dalla Gürzenich-Orchester, tedesca nel dna. Musica in purezza, ma non astratta. Perché il racconto verdiano arriva in tutta la sua attualità. La vendetta e la clemenza. Parole troppo (o poco) usate oggi. Scenari di guerra nel mondo. Quella che si combatte con le armi. O con le sanzioni. Ma anche quella che si combatte quotidianamente. Perenne contrapposizione, tutti contro tutti. Sui social e in politica – cattiva maestra, spesso, nel fornire modelli di scontro sempre e comunque… cattivi maestri i politici, forse, non la politica. Carlo V ha un altro spessore. Certo, vuole Elvira e cerca di prenderla con il potere che ha… ma poi perdona chi ha congiurato contro lui perché «sarò lo giuro a te e a dio delle tue gesta imitator», promette a Carlo Magno, sulla tomba ad Aquisgrana… «E vincitor de’ secoli il nome mio farò»… scena bellissima, notturno che Verdi colora di inquietudine e speranza, c’è dentro già l’Escorial del Don Carlo, ci sono gli abissi dell’animo umano che troneranno… già e non ancora di tutto il percorso verdiano, non solo laboratorio, ma capolavoro compiuto.
Carella asseconda il racconto musicale verdiano, passo teatrale e atmosfere sempre in appiombo sul testo. Racconto tutto affidato alle voci. A un cast di altissimo livello, con punte di eccellenza nel terzetto dei protagonisti tenore-soprano-baritono – tutti al debutto nel ruolo e subito a segno. L’opera come si faceva una volta, diresti sentendo le voci di Young Woo Kim che è Ernani, Marta Torbidoni che è Elvira, Insik Choi che è Don Carlo. Sontuose, proiettate, di un colore e di una pasta antica, venate di malinconia, ma anche attraversate da una febbre giovanile che è la cifra del racconto. E per questo modernissime, sul testo e sul tempo, il nostro tempo, di giovani che mordono il freno, ma rischiano di dover soccombere di fronte al potere (alla cattiveria) dei grandi (solo nell’età, non certo nella statura morale) vecchi. Silva, che ha lo spessore vocale (più mozartiano che verdiano, forse) di Adrian Sampetrean, bravo, puntuale, sicuro, ma (inevitabilmente) un gradino sotto i tre (eccelsi). Silva, il personaggio più cattivo che Verdi abbia scritto (forse insieme al Loredano dei Foscari), che non conosce la generosità, la pietà, la compassione… e suona il corno… «se uno squillo intenderà, tosto Ernani morirà».
Opera in forma di concerto. Orchestra, la Gürzenich, in buca – che significa a livello dal pavimento dello Staatenhaus – coro dell’Oper Köln, preparato alla perfezione da Rusatm Samedov (svettano le donne), sul palco, solisti in primo piano, leggii davanti all’orchestra, mano tesa verso il pubblico… entrate e uscite con la partitura (chi cartacea, chi impressa sul tablet). Qualche gesto, qualche movimento, tutto sulle intenzioni e sul testo… azione immaginata da Cora Hannen con luci e proiezioni (quattro segni, uno per ciascuna parte dell’opera) di Dominik Vogelgesang, suggestive e discrete, ad avvolgere il palco vestito rigorosamente di nero. Macchie di colore. Come i fiori che appaiono in scena, contrappuntando il canto, gesto di affetto o di sfida, a seconda di chi li porge a chi…
Commovente e coinvolgente l’Ernani di Young Woo Kim, squillo luminosissimo, musicalità a cascata, gusto e accento nel raccontare il bandito innamorato con una voce rara e preziosa di tenore lirico. Compiuta, matura nell’approfondimento del personaggio l’Elvira di Marta Torbidoni che trova in questa scrittura (che è ancora belcanto, ma che è proiettata verso le Contarini, le Leonore, le Amalie… anche verso le Violette) il suo repertorio ideale tra lame di luce e abbracci di velluto. Voce nobile, ideale per Don Carlo, quella di Insik Choi (anche lui, come Young Woo Kim, dell’ensemble dell’Oper Köln), accenti sempre verdiani, testo che arriva sempre chiaro e scolpito nel suono, capacità di tirare dentro il racconto musicale con un personaggio che lascia il segno. Sinistro, inquieto e inquietante il Silva di Adrian Sampetrean al quale Carella concede la cabaletta “spuria”, ma patriotticamente coinvolgente (il riferimento è il Nabucco, calco perfetto della canaletta del quarto atto del re babilonese) – sul leggio il direttore vuole la partitura integrale, con tutti i da capo e senza tagli, scelta onorevolissima e giusta. Ensemble negli altri ruoli, Ferath Baday è Jago, Maria Koroleva è Giovanna, Wesley Harrison Don Riccardo.
Fiori in scena. Macchie di colore. Squarci di luce nel buio. Di una vicenda modernissima e attualissima. Specchio di un tempo, il nostro. Laboratorio di idee musicali per Verdi. Che sa ancora parlarci.
Nelle foto @Matthias Jung Ernani all’Oper Köln