Torino, Muti illumina l’anima nera di Macbeth

Al Regio il maestro dirige l’opera di Verdi tratta da Shakespeare Protagnisti Luca Micheletti e Lidia Fridman, regia di Chiara Muti Le radici del male in una rilettura psicologica delle vicende

È tutto in un batter di ciglio. Tutto in quell’istante infinitesimale tra il sonno e la veglia. Tra lucidità e follia. È tutto lì, da custodire «come pupilla degli occhi» direbbe il salmista, il Macbeth di Riccardo Muti – e della figlia Chiara che firma una regia che tanto deve al Macbeth cinematografico di Roman Polanski per quella landa desolata, fango e foglie, in cui tutto succede, limbo tra sonno e veglia, tra lucidità e follia dal quale e nel quale prendono forma visioni e allucinazioni. Il Macbeth di Giuseppe Verdi che il direttore rimette sul leggio al Teatro Regio di Torino – alla prima sala esaurita e vestita da inaugurazione di stagione, mezzo mondo musicale italiano (mondo musicale classico e lirico… ma c’era anche Jury Chechi…Come faceva lei a tirarsi su agli anelli?… No, come fai tu a dirigere una meraviglia simile lo scambio di battute dietro le quinte tra il maestro e il campione olimpico) mezzo mondo musicale italiani in platea nonostante il debutto di Sanremo, perennemente evocato, comunque, ad ogni occasione, dal sottosegretario Mazzi, anche lui corso nel capoluogo piemontese ad applaudire il maestro.

Il Regio, unico teatro dove in questi ultimi anni Muti fa l’opera in forma scenica… Così fan tutte, Don Giovanni, Un ballo in maschera. E ora Macbeth. Un Macbeth tutto sul testo verdiano – e, certo, anche shakespeariano, anzi, forse più shakespeariano della tragedia stessa. Tutto sulla partitura, musica e parole che impastate insieme sono teatro, vita. Come sempre. E (forse) più di sempre. Perché il direttore torna su una delle partiture della vita (a luglio saranno 85, classe 1941), una di quelle che lo hanno accompagnato negli anni. E lo fa ripartendo (come sempre) da una pagina bianca. Via i Macbeth di ieri. Per restituire un Macbeth per l’oggi – a 85 anni e con una curiosità vivacissima. Non c’è nulla che suona come già sentito nella lettura di Muti. Tempi che trovano il respiro del tempo… il respiro di un’anima che rallenta mentre fuori tutto corre sempre più veloce. Impasti, disegni, contrappunti che, certo, in Verdi ci sono, ma che non si erano mai sentiti così netti, così sbalzati… così vivi per raccontare un mondo fuori asse. Le sonorità ancestrali del mondo delle streghe… la desolazione, il ripiegamento delle scene in cui il potere perpetua se stesso con la violenza.

Un Macbeth, quello che oggi Muti restituisce dal podio, per un mondo in bilico tra sonno e veglia, il sono della ragione, la veglia di chi è in perenne allerta.. le sirene della guerra, il bombardamento di notizie (non certo buone) cui siamo sottoposti quotidianamente. Un mondo in bilico tra lucidità e follia, la follia di chi si lascia guidare dal male (chiamiamole streghe… ma sono tutti fantasmi della nostra mente o di un passato, rosso o nero, non ha colore, che incombe e non sempre vale come monito) e la lucidità di chi – metteteci un Papa, metteteci un leader pacifista… metteteci chi quotidianamente costruisce la pace negli arsenali del bene silenzioso… a due passi dal Regio, a Torino, pulsa il cuore del Sermig – la lucidità di chi non si stanca di dire che la guerra è follia. Voce che grida nel deserto. In una landa desolata. Foglie e fango. E acqua stagnante. Perché «sulla metà del mondo or morta è la natura…». O forse lo è sul mondo intero.

Voce, quella di chi invoca una pace disarmata e disarmante, che, tragicamente, nel Macbeth non c’è. Non c’è in quello di Shakespeare, la più cupa delle sue tragedie. Manca il fiato. Soffochi perché non respiri nemmeno un refolo di speranza. Non c’è in quello di Verdi. Mai c’era stata sino ad allora, siamo nel 1847 (la revisione francese – e poi italiana – arriva nel 1865 ed è questa la partitura che Muti ha sul leggio) mai c’era stata (e forse non ci sarà più) una musica, una scrittura così tagliente, sghemba, inquieta e antitrionfalistica – il finale, che pur dice «Vittoria» ti lascia addosso un senso di disagio, di nuvole che si addensano subito dopo che hai avuto l’illusione di vedere il sole. Perché tutto è nero e il (presunto) lieto fine, tale non è. Perché un potere assoluto si perpetua… «Salve o re». Lo racconta così il Macbeth di Verdi (ma anche tanto di Shakespeare perché i riferimenti sono chiari, il teatro nel teatro del «racconto di un povero idiota» che arriva, apparizione di un sipario rosso, nel dormiveglia allucinato di Macbeth) lo racconta così Chiara Muti.

Indagine sulle radici del male. Tutta nella mente dei protagonisti. I personaggi di contorno spesso sono voci, allucinazioni, apparizioni, come le streghe… Una mente scandagliata in una lunga seduta psicanalitica. Siamo noi lo psicoterapeuta al quale Macbeth fa il suo (ancora) «racconto d’un povero idiota». Ma l’indagine freudiana tra padre padrone e madre edipica nella quale la regista trasforma le danze del terzo atto non convince… troppo dramma borghese (pur in un’estetica tutta sul simbolo) e poco mistero. Più teatro che danza. Ed è un peccato, perché il talento del coreografo Simone Valastro – Scuola di ballo del Teatro alla Scala, una militanza tra le fila (cosa che capita a pochi italiani) del Corpo di ballo dell’Opera de Paris e ora una carriera da corografo – risulta un po’ imbrigliato.

Indagine freudiana questo Macbeth, racconto intimo. Racchiuso in un batter di ciglio – le scene di Alessandro Camera (poco illuminate da Vincent Longuemare, che fa cento con controluce che rendono ancora più sinistra l’atmosfera) sono occhi e obiettivi che si aprono e si chiudono su squarci di una vita sospesa, congelata in un mondo barbarico dai costumi (cinematografici… teatrali, di un teatro che oggi preferisce cappotti e jeans a mantelli e armature) di Ursula Patzak. Foglie e fango. Magma dal quale prendono vita i personaggi. E nel quale ritornano. Visione suggestiva sulla quale si innestano (a tratti chiassosi) simboli che rischiano di sottolineare troppo un racconto già di suo potentissimo.

Lo racconta la musica. Lo racconta la lettura di Riccardo Muti. Intima, nera… ma non senza una luce che squarcia, come le lame di luce che si riverberano sugli specchi rotti e inaspettatamente ti fanno chiudere gli occhi, le tenebre del male. Via i trionfalismi e i patriottismi, via i ritmi forsennati di strette e cabalette, via certezze e sicurezze per rimettere al centro il dubbio. Quello che la presenza del male insinua nella mente dell’uomo. Nella mente di chi lo subisce – il grido di Giobbe nella disperazione di Macduff. Ma anche in quella di chi lo compie. Sopraffatto dal male stesso – qui non c’è il Mal per me che m’affidai, retaggio della versione 1847 di Firenze, che Muti ama eseguire prima del finale, non c’è la presa di coscienza di Macbeth di essersi affidato «ne’ presagi dell’inferno» per la «vil corona»… forse perché il male inghiotte tutto. Foglie  fango dento le quali giace il cadavere del re, trafitto poi, in un rito barbaro, dai nuovi sudditi del nuovo re…

Eppure le Ondine e silfidi che devono ridonare «la mente al re svenuto» sono un’oasi di pace inaspettata, ninna nanna per un uomo che ritorna bambino e vorrebbe inerbare nel grembo materno per provare ad avere una seconda possibilità. Il Patria oppressa ha dentro un’urgenza di riscatto, non c’è (come direbbe il testo) solo disperazione, c’è coscienza di un popolo che potrebbe (può) risollevarsi. E il Sonnambulismo della Lady è un purgatorio dei sentimenti che tocca nel profondo. Muti racconta un mondo bipolare tra potere e superstizione – gli echi di uno entrano continuamente in dissolvenza nell’altro –, ma illuminato da una pace interiore che, se non è quella dei protagonisti, è quella che avvolge chi ascolta – il finale secondo è quasi cameristico, pensi a Brahms, a certo Schubert liederistico… incredibile come l’orchestra sussurri e i cantanti si facciano soffio di voce… le arie diventano meditazione interiore, tutte in proscenio, avvolte nel buio… Un Macbeth verdiano, di un suono verdiano sempre uguale e al contempo sempre diverso, perché ri-cercato e ri-creato da Muti (questa volta) su Orchestra (concentratissima e con soli che si stagliano) e Coro del Regio – le voci, sempre a fuoco e sul testo, sono preparate da Piero Monti. Un lavoro di cesello, di ripensamento continuo della partitura quello del direttore. Uno sguardo che abbraccia l’unicità di Macbeth e la restituisce nella sua sinistra bellezza… accenti a volte inaspettati, respiri profondi ti avvolgono e ti tirano dentro il racconto.

Un Macbeth modellato sugli interpreti. Accento e tormento nell’incisivo Macbeth di Luca Micheletti. Recitazione cesellata, come se fosse davanti alla macchina da presa in un lungo piano sequenza, presa diretta di sentimenti che diventano musica. Respiro sempre in sintonia con il podio, concentrazione e misura per disegnare quasi in trasparenza un verdiano e cupo antieroe. Allucinata, disarmante (e a tratti empatica) verità nella Lady di Lidia Fridman… “a casa” come non mai nel ruolo che le sta meglio di tutti, per potenza vocale e graffio interpretativo, per sicurezza scenica e credibilità musicale. Lame di luce livida, affondi magmatici torbidi per u canto sempre timbratissimo e drammaturgico. Inquieta nel Vieni t’affretta, sinistra nella Luce langue, ipnotica nella Macchia è qui tutt’ora. Dove Chiara Polese e Luca Dall’Amico sono la Dama e il Medico che ne ascoltano la confessione. Le “apparizioni” del Domestico, del Sicario e dell’Araldo sono affidate ad artisti del Regio Ensemble, Eduardo Martinez, Tyler Zimmerman e Daniel Umbelino.

Maharram Huseynov illumina di una inaspettata e malinconica luce Banco, Giovanni Sala è un appassionato e musicalissimo Macduff e Riccardo Rados (voce, tecnica, intelligenza musicale… statura da possibile e auspicato protagonista) è Malcolm. Toccati nel profondo dal male che Macbeth e la Lady esercitano. Ma, nel tempo di un batter di ciglio, capaci di dimenticare il torto subito. E forse, racconta Muti con quegli squarci di speranza con i quali illumina il nero del male, di perdonare. Attualità necessaria di un Macbeth che dialoga con il nostro tempo.

Nelle foto @Mattia Gaido e @Daniele Ratti Macbeth al Teatro Regio di Torino