Norma a Parma, una donna uccisa dalle donne

L’opera di Bellini con protagonista Vasilisa Berzhanskaya nell’allestimento risorgimentale del regista Nicola Berloffa Renato Palumbo sul podio, Dmitry Korchak è Pollione

Quanto possono essere (sono) cattive le donne. Certe donne. Invidiose della felicità altrui. Un giro sui social. E gli insulti peggiori nei confronti delle donne vengono dalle donne stesse – vogliamo parlare degli “sgambetti” sul posto di lavoro? Ma non siamo in epoca social. Siamo a teatro. Sul palco un Ottocento risorgimentale. Quanto possono essere (sono) spietati gli uomini. Incapaci di comprendere e di farsi compagni compassionevoli. Un  giro nei palazzi della politica. O in un qualsiasi posto di lavoro. E le decisioni più spietate sono di uomini nei confronti di altri uomini. Ma non siamo in epoca capitalistica. Siamo a teatro. Sul palco un Ottocento risorgimentale. E poi. Non ha nemmeno senso la distinzione manichea uomini e donne. Perché è l’essere umano in sé, uomo o donna non è questione di genere, ad essere (spesso, troppo spesso ci dice la cronaca) cattivo, spietato… Ma non siamo in epoca di indagini mediatiche.

Siamo in un Ottocento risorgimentale. Suggestioni melodrammatiche alla Senso di Visconti… visioni afose da un interno del Gattopardo… atmosfere febbricitanti alla Piccolo mondo antico. Un palazzo in rovina. Trincea di un mondo (e sicuramente di un’anima, di tante anime…) in guerra. Una guerra perenne. Continua. Senza tregua. Un palazzo in rovina abitato da relitti umani, reduci, un tempo soldati valorosi, ai quali la guerra ha indurito ancora di più i cuori. Feriti, nel corpo e nell’anima. In un limbo, in attesa. Un purgatorio sulla terra, dopo aver visto con i loro occhi l’inferno. Ma incapaci di intravedere, oltre le barricate, un paradiso. E poi ci sono le donne. Pietose nel prendersi cura di questi relitti umani. Amorose nel lavare e purificare uno dei tanti (troppi) cadaveri. Per loro fiori e onori. Giovani vittime che l’odio reclama. Che scatenano l’ira. O forse no. Perché «ancor non son della nostra vendetta i dì maturi». Più che strategia politico-militare, strategia del cuore di chi pronuncia la sentenza. Perché chi la pronuncia è innamorata del nemico… è legata a lui… e non vuole (ancora) ferirlo. Lo farà dopo «nel suo cor ti vo’ ferire… già mi pasco ne’ tuoi sguardi, del tuo duol del suo morire…».

E quando saranno maturi i giorni, la vendetta sarà un’altra. Non politica. Non bellica. Non messa in atto da colei che la prometteva e la profetizzava. Sarà di altri. Di altre. Barbara. Vendetta del sentimento. Di chi non sa amare. Atroce. Disumana – certo, quale vendetta è umana, estranea come è a un’etica che ci è scritta dentro dal Principio? Perché la colpa, la colpa di Norma, non sarà purificata dalle fiamme. Ma per lei, per la sacerdotessa che ha tradito i suoi voti – ha amato un uomo, Pollione, il nemico del suo popolo (ma forse questo è un corollario) ed è diventata madre di due figli – per lei la condanna (corto circuito con la cronaca di queste settimane, cronaca di sacerdoti che lasciano il ministero invocando la necessità di una vita a due… oltre le promesse, oltre le scelte, oltre gli impegni presi) per lei la condanna è, se possibile, ancora più atroce del rogo. Una fine barbara. Disumana.

Perché Norma, la Norma di Vincenzo Bellini come la racconta il regista Nicola Berloffa, non si avvia volontariamente verso le fiamme mano nella mano con Pollione, l’uomo che le ha fatta rinnegare la sua fede e che «ah toppo tardi t’ho conosciuta, sublime donna io t’ho perduta… moriamo insieme ah sì moriamo…» – immagine romantica, stucchevole anche, che vuole addolcire la morte, la cosa più disumana che ci sia, incomprensibile. Norma, una volta confessata la sua colpa, non si avvia volontariamente verso le fiamme, ma viene linciata dalle donne del suo popolo, sacerdotesse della sua stessa religione – quelle che prima erano pietose e compassionevoli, che lavavano cadaveri e portavano fiori. Uccisa non per aver amato il nemico. Ma per aver amato. Uccisa a mani nude sull’altare del sacrificio mentre il padre di lei, Oroveso, sgozza Pollione. Sotto gli occhi dei figli – e anche qui, quanti i figli oggi orfani per i padri che uccidono le madri. Racconto di un mondo barbaro. Che tanto assomiglia al nostro – la cronaca parla da sola, non serve fare parallelismi. Va bene, per raccontarcelo, un Ottocento risorgimentale .

Uccisa, Norma, perché ha amato. Uccisa da donne come lei che, messaggio devastante e attualissimo, non capiscono l’amore. Ucciso, Pollione, perché ha compreso. Perché si è fatto compassionevole. Ucciso da uomini come lui che, messaggio devastante e attualissimo, non capiscono la compassione. Ultima, potente immagine della Norma di Nicola Berloffa, tornata al Teatro Regio di Parma – secondo titolo della stagione lirica – dove era già passata a marzo del 2022 (la prima italiana dell’allestimento che ha debuttato a San Gallo nel 2016 – e che dunque compie dieci anni – era stata qualche mese prima, a ottobre 2021 a Piacenza). Tornata con un cast di quelli imperdibili, da segnare in agenda già al momento dell’annuncio del cartellone. Perché accanto al ruolo di Norma c’è il nome di Vasilisa Berzhanskaya. Adalgisa nel ritorno dopo cinquant’anni di Norma al Teatro alla Scala, a giugno dello scorso anno. Norma già in passato, in alcune incursioni in territorio di soprano che il mezzosoprano russo si è concessa. Ma ora affrontata in un periodo di svolta. In un periodo in cui, onorati i contratti per i ruoli da mezzosoprano già pattuiti, la Berzhanskaya ha deciso di tornare alle origini. Ha già cantato la rossiniana Corinna del Viaggio a Reims, prossimamente sarà Semiramide a Palermo… pare ci sia all’orizzonte una Bolena… E accanto al ruolo di Pollione c’è il nome di Dmitry Korchak. Belcantista insuperabile (perché non sfodera mai acuti o colorature fini a se stessi, ma canta sul testo e nel contesto) che sta esplorando altri territori… a novembre ha fatto centro come Lohengrin a Roma.

Previsioni rispettate. Attese (quasi tutte) esaudite. Perché Vasilisa Berzhanskaya è una Norma come ce ne sono (state) poche. Voce che sale e scende – e Norma è sì belcanto, ma è anche discesa negli abissi dell’anima della sacerdotessa… quanto fa tremare il «dormono entrambi» che apre il secondo atto… Voce che sale e scende con una facilità impressionante, sempre timbrata, sempre sul testo. Pianissimi infiniti e sognanti, acuti di luce argentea che si avvolge di fiamma. Ritmo e cuore, tecnica e intelligenza scenica. Sempre sul testo e nello spettacolo. Musicalissima, belliniana anche negli accenti inaspettati, nelle infinite e quasi impercettibili variazioni al testo che diventano teatro. Dmitry Korchak ha una nobiltà che forse – finale a parte – Pollione non merita. Voce, intelligenza musicale (nel risolvere qualche inciampo vocale dato, forse, da una serata non ottimale… l’impressione, almeno, era questa), presenza scenica adeguata – un Pollione che vive distrattamente la vita. Nobile e sulla parola il canto di Carlo Lepore, un Oroveso declamato impeccabilmente.

Attese. E sorprese. Come quella dell’Adalgisa di Maria Laura Iacobellis. Soprano – e Bellini scrisse la parte proprio per questa vocalità. Soprano brunito, voce bronzea che ben si amalgama nei duetti crepuscolari – perché sono in interni, ma perché raccontano di anime che non intravedono speranza – con Norma. Li colora così dal podio Renato Palumbo. Che sin dalla Sinfonia mette le carte in tavola, racconta la sua idea di Norma, un’arcata narrativa unica, un unico respiro. Racconto in perenne dissolvenza. Melodie (lo sappiamo, quelle di Bellini sono “lunghe”) che si dilatano in oasi meditative e improvvisamente si accendono e si condensano in repentine corse in avanti – vertice oil Guerra! Guerra! del sempre eccellente Coro del Teatro Regio di Martino Faggiani. Verso il tragico finale. Verso il nero che incombe sul racconto da subito Palumbo accompagna il canto – appropriato quello di Alessandra Della Croce che è Clotilde e di Francesco Congiu che è Flavio – lo serve e lo esalta, anche dove i tempi sembrano infinitamente lunghi – ma così si respira bellezza.

Quella della musica di Bellini. Che ti scava dentro. Perché dentro, in qualche angolo remoto dell’anima,. Sembra esserci da sempre. Come quei sentimenti. Ingovernabili. Atavici. Barbari. Che condannano Norma soffocata dalle donne sull’altare. Che condannano Pollione. Che condannano, in qualche modo, anche Oroveso impietrito alla fine, non una lacrima, perché piange dentro. Non perdona. Lui come le donne e gli uomini. Figura emblematica di una società barbara che, anche evangelicamente, non sa comprendere, non sa perdonare a chi ha «molto amato», come la peccatrice che lava i piedi a Gesù. Bellini  e il suo librettista Felice Romani la raccontano al tempo di galli e romani, Berloffa la trasporta in pieno Ottocento, un Risorgimento di lombardi e austriaci evocato dalle scene di Andrea Belli (scene illuminate dai tagli di luce di Simone Bovis) e dai costumi di Valeria Donata Bettella. Epoca di grandi ideali l’Ottocento che, nella sua perfetta, elegante, compita formalità si rivela la cornice ideale per raccontare un mondo di apparenze (di sepolcri imbiancati) dietro le quali si celano fragilità enormi. Inconfessabili, da rinchiudere in una stanza – la stanza di Norma, dove la sacerdotessa tiene nascosti i suoi figli.

Perché Norma diventa una parabola tra pubblico e privato. Le scene “politiche” nel cortile del palazzo. Quelle intime nella camera di Norma, scena nella scena, tre pareti (due sedie e il letto dei bambini che Norma vorrebbe uccidere, gesto che non compie, fermandosi un passo prima di Medea) in mezzo a quelle del grande edificio in rovina dove deflagrano sentimenti e conflitti che scatenano la tragedia. Che è quella di Norma, certo. Ma che diventa drammaticamente quella di chi non sa amare, non sa comprendere e non sa perdonare. Tragedia di una società, quella delle Gallie o quella del Risorgimento, che tanto assomiglia alla nostra, che ritrovi, spenta la musica, fuori dal teatro.

Nellew foto @Roberto Ricci Norma al Regio di Parma