Giorgio Battistelli, nel 2026 ricomincio da me

Il compositore dopo l’addio a MiTo e alla Fondazione Haydn racconta le motivazioni ceh lo hanno poartato a queste scelte dando poi uno sguardo all’Italia e al ruolo dei musicisti

Un tempo il proverbio diceva… anno nuovo, vita nuova. «Lo prendo alla lettera». Volta pagina Giorgio Battistelli. Come ha fatto tante volte. Per scrivere, lui che è compositore e che ha riempito di note fogli (pentagrammi) bianchi, una nuova pagina. Non solo di una nuova partitura. «Perché ne ho diverse sul mio tavolo». Ma anche una nuova pagina nella sua vita. Vita d’artista – Künsterleben si intitola uno dei più popolari valzer di Johann Strauss, dato che è di pochi giorni fa il Concerto di Capodanno dei Wiener philharmoniker. Vita di un Leone d’oro alla carriera della Biennale di Venezia, istituzione per la quale Battistelli ha guidato il settore Musica. Vita di compositore, ma anche di organizzatore musicale – dal Cantiere d’arte di Montepulciano all’Opera di Roma passando per l’Orchestra regionale della Toscana e il Festival Puccini. Sino alle recenti esperienze a MiTo e alla Fondazione Haydn. «Esperienze che si sono chiuse con il 2025» dice il musicista di Albano Laziale. Classe 1953. «Nato il 25 aprile». Allievo di Karlheinz Stockhausen. Una musica politica la sua. Da sempre – e Battistelli è stato anche candidato sindaco nella sua Albano. Capace, la musica del compositore, di parlare al presente del presente. Quando il libretto è ispirato ad Al Gore e anche quando la fonte è William Shakespeare – profonda la riflessione sul potere dei suoi Richard III e Julius Caesar. «Ripenso all’esperienza di CO2 per Expo 2015 al Teatro alla Scala dove la primadonna era la Terra – ricorda il musicista –. Oppure Sette minuti ispirato al dramma di Stefano Massini sul lavoro».

Partiamo da qui, Giorgio Battistelli, dalla musica. Oggi c’è ancora spazio nella società per un compositore?

«La musica d’arte così come l’abbiamo conosciuta si è trasformata, non solo in Italia. Ha virato verso atmosfere pop, specie nel mondo nordamericano e questa tendenza sta entrando anche in Europa. Ciò che si produce deve dare subito un risultato, non si rischia, non si scommette. Così la musica contemporanea “tradizionale” rischia di richiamare poco pubblico. Ma non per questo ci si deve arrendere. E l’educazione alla nuova musica deve partire dalla scuola. I tempi di apprendimento oggi sono veloci, ma questo non corrisponde alle nostre vere necessità. E anche nella cultura i tempi veloci non sono efficaci, occorrono tempi lunghi. Lo spazio c’è. Occorre capire per dire cosa».

Cosa dovrebbe dire, allora, oggi la musica?

«Mi piacerebbe che ci fosse un ritorno a istanze etiche. Spesso i compositori sono chiusi in se stessi, autocelebrativi Non affrontano più temi etici. Penso a quando ho scritto CO2 per il Teatro alla Scala con l’allora sovrintendente Stephane Lissner che mi chiese di pensare a un tema di attualità e io gli proposi di lavorare sul libro di Al Gore Una scomoda verità. Una scelta forte, per dare il la alle proposte culturali di Expo2015. La terra doveva essere la prima donna dell’opera. Mai successo. Un’altra opera etica che ho scritto è Sette minuti ispirata a un testo di Stefano Massini e dedicata al lavoro, alla dignità del lavoro. Oggi al di là di commissioni specifiche, cosa scriverebbe un mio collega pensando in autonomia a un tema?».

E lei cosa scriverebbe?

«Ci sono tanti libretti nella mia testa, perché ci sono tanti drammi nel mondo. Penso che mi piacerebbe lavorare sulla famiglia, un’istituzione oggi al crepuscolo. La musica è un linguaggio che può entrare in questo mondo per esplorarlo. Occorre recuperare una dimensione etica e non rimanere indifferenti a ciò che accade nel mondo. Ho cassetti pieni con almeno dieci progetti in ogni cassetto. Una forma di resistenza alla morte».

Riesce ad attuarla in Italia? Qual è la situazione della musica nel nostro paese?

«Fragile, perché c’è poca progettualità. Il cambiamento si può fare, ma non deve essere fine a se stesso. Occorre avere un progetto, un piano A e un piano B. Spesso non c’è strategia, non c’è la creazione di un orizzonte nelle nostre istituzioni. I teatri vengono gestiti bene se si è fortunati, ma spesso sono solo posti da occupare e da gestire tirando a campare».

Riflessioni queste che stano anche alla base delle sue dimissioni, in anticipo di un anno rispetto alla scadenza del suo mandato, dalla Fondazione Haydn di Trento e Bolzano? Dopo di lei anche l’addio del direttore musicale Ottavio Dantone…

«Nell’ultimo tratto del 2025 c’è stata una strana concomitanza di eventi. Originata da una mia sofferenza nel lavoro alla Haydn dove sono stato benissimo per quattro intensi anni. L’orchestra è stata riconosciuta come la migliore nell’ambito delle Istituzioni concertistico-orchestrali dal ministero della Cultura. Ma negli ultimi tempi sentivo che c’era qualcosa che non andava e mi sono accorto di cosa era confrontandomi con i vertici, ovvero l’incapacità di progettazione, di come guardare il futuro di un’istituzione così importante. Mi stava stretta la mancanza di ampi orizzonti culturali. Il rischio di chiudersi nel proprio territorio è sempre in agguato pur con una qualità altissima. Sentivo che il tempo era compiuto e dovevo fare un passo di lato».

Nel 2025 si è chiuso anche il suo biennio alla guida del festival MiTo di Milano e Torino.

«Ho collaborato con due amministrazioni di due grandi città del Nord Italia profondamente diverse anche dal punto di vista della risposta alle proposte culturali. Certo è stato faticoso, ma molto bello. Abbiamo incrementato notevolmente le presenze. E sono riuscito a fare quello che volevo fare. I festival non sono mai esaustivi perché la sensazione è che non si riesca a mettere in un cartellone tutto ciò che si vuole di un mondo talmente vasto e diversificato per poter essere ricompreso in un programma. Ho esaurito il mio progetto in due anni e penso che sia stato il tempo giusto. Oggi non si lascia un ruolo se non c’è qualcosa di più importante. Per me, invece, non è stato così, ho lasciato la Haydn e ho lasciato MiTo pur senza avere in mano altri incarichi. Perché il percorso era compiuto».

Pubblico e privato come devono e possono interagire in ambito culturale?

«Devono farlo, ma rispettando precisi confini. Quello della poppizzazione della realtà è un rischio che è sempre dietro l’angolo perché se si dà alla dimensione culturale solo una funzione di intrattenimento c’è qualcosa che non funziona, perché se si fa questo si risponde solo a una legge del mercato e si offre solo un prodotto da consumare. Occorre uscire dall’idea che solo le cose che possono attirare il pubblico sono degne di essere proposte».

Come regolarsi, allora?

«Da organizzatore culturale devo essere abile per trovare artisticamente il modo di non tradire me stesso. Il rischio è che pur di piacere siamo disposti ad accettare qualsiasi cosa. E alla fine non si fa più arte, si fa un oggetto artigianale, fatto bene, ma nulla di più. Oggi a una strategia dell’emozione è subentrata una strategia della comunicazione: la prima donna a dirigere, il primo compositore di colore, il primo cantante a varcare i confini… Ma alla lunga questo non porta a nulla».

Intervista pubblicata su Avvenire dell’11 gennaio 2026