Al Donizetti Opera Il furioso nell’isola di San Domingo Alessandro Palumbo sul podio, regia di Manuel Renga Protagonisti Bordogna, Machaidze, Taddia e Ballerini
Si è vestito. Anzi, forse lo hanno vestito. Elegante. Giacca e cravatta. Per una cerimonia, sicuramente. Perché anche la moglie, dovrebbe chiamarsi Eleonora, è elegantissima nel suo cappottino nero, cappellino con la veletta perfetto sulla capigliatura grigia raccolta in uno chignon molto raffinato. Un matrimonio. Forse. O forse un funerale. Magari il battesimo di un nipote, perché quel signore elegante una certa età ce l’ha. Una cerimonia importante. Uno di quegli appuntamenti che scandiscono il ritmo della vita. Momenti privati, intimi a volte, che rendono solenne una quotidianità. Si è vestito o l’hanno vestito elegante. Poco importa. Chissà per cosa. Ma anche questo importa poco. Importa che quel signore anziano che cammina trascinando i piedi, sostenendosi al braccio della moglie, lo sguardo perso, vaga nel vuoto, in su e in giù corrono gli occhi vispi e attraversati da una luce malinconica e al tempo stesso vivace.
Lo sguardo altrove. Un altrove abitato dalla sua mente che vorresti, sì vorresti, perché l’identificazione è totale, inevitabile, fa male e bene allo stesso tempo, un altrove che vorresti poter vedere anche tu – perché sai che lì c’è qualcuno che ti aspetta e che hai perso e che vorresti tenere per mano. Ha sottobraccio un vecchio album di fotografie. Non lo molla. Lo tiene stretto. Si siede su una sedia. Dove siamo? In chiesa? In uno studio medico? Poco importa. Lui il suo album non lo molla. Lo apre. Lo sfoglia. Lo guarda con quel suo sguardo che penetra anche un ricordo stampato in bianco e nero. E a un certo punto si compie il miracolo. Forse un mattino andando, in un’aria di vetro, arida, rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo… Montale ti lavora in testa.
Flash. Di un miracolo. Di una foto. Uno di quelli di una vecchia macchina fotografica. Che immortala, rigorosamente in bianco e nero, un matrimonio. Anni Cinquanta? Potrebbe essere. Il matrimonio di Eleonora e Cardenio. Lei felicissima. «Dopo sì lungo pianto, così m’inebbria amore, che il mio soave incanto un paragon non ha» canta, rondò (il testo è di Iacopo Ferretti) che chiude Il furioso nell’isola di San Domingo. Terzo titolo dell’edizione 2025 del Donizetti Opera di Bergamo. Variazioni sul tema del matrimonio al festival. Scene da un matrimonio, Anzi. da quattro. Quello di Caterina e Lusignano, siamo nella Cornaro, dove l’amore è dono totale, espressione altissima, paradosso di un’unione che suggerirebbe un legame, di libertà. Quelli scanzonati, coppia aperta diremmo oggi, di Serafina e Pistacchio con il terzo incomodo Enrico e quello di Rita e Pepè con lo spettro poi scacciato di Gasparo. Da raccontare con un sorriso. Ma anche con tanta nostalgia. Se l’amore diventa (ciò che è) riconoscimento (non importa quando) di sé nell’altro.
Variazioni sul tema. Scene da un matrimonio. Quello tra Eleonora e Cardenio ne Il furioso nell’isola di San Domingo. Titolo raro, ma bellissimo. Melodramma, opera semiseria, sempre in bilico tra sorrisi e lacrime, sul crinale della follia – lo suggerisce il titolo. Anno 1833, lo stesso anno della Borgia, un anno dopo l’Elisir, due anni prima di Lucia e Stuarda, tre anni dopo la Bolena. Piena maturità compositiva di Donizetti, che guarda sì a Rossini (inevitabile il calco, eppure fatto con un certo distacco, rifacendosi a quelle forme, ma superandole), ma che ha come modello il Mozart di Idomeneo – l’altro me stesso che il re di Creta indica nel figlio Idamante, il riconoscersi per conoscersi… intreccia il testo e il suo significato ai rimandi musicali. Anno 1833 per la partitura che si ascolta integralmente – ed è un gran piacere – nell’edizione critica (Ricordi e Fondazione Domizetti a garantire) di Eleonora Di Cintio.
Scene da un matrimonio. Quello tra Eleonora e Cardenio. Che è un flash sul Preludio. Scatto d’epoca che un signore anziano – sì, quel signore anziano – vede nel suo album dei ricordi. Si apre il sipario – l’otturatore di una macchina fotografica, che si apre e si chiude su scatti di un tempo passato – si apre il sipario e siamo in una rsa, una casa di riposo a misura di anziano (l’infermiera è burbera, ma amorevole, il signore deve mangiare…) nella cameretta di Cardenio. Un Cardenio ormai vecchio. Che vive di ricordi, racchiusi in uno scatolone… una cornice con una foto, un ciondolo con un ritratto, un tulle di un velo da sposa… Vive tra pile di libri, come Don Chisciotte… e guarda caso il soggetto del Furioso viene proprio da Cervantes, racconto nel racconto tra le avventure dell’hidalgo de la Mancha.
Siamo nella stanzetta di Cardenio. Ci porta lì il regista Manuel Renga per il titolo scenicamente più riuscito del Donizetti Opera – candidato a diventare il miglior spettacolo lirico dell’anno. Ci porta in un mondo che è drammaticamente familiare. Seppure chiuso in rsa di collina o in appartamenti di città sorvegliati da badanti dell’est. Ci porta nel mondo della demenza senile. Che si è ripresentata nella vita di Cardenio. La follia che lo aveva colto sull’isola di San Domingo per l’infedeltà della moglie Eleonora, ha messo le radici. E Cardenio, il Cardenio anziano di oggi, pigiama e giacca da camera e ciabatte da trascinare sul pavimento, non riconosce più nessuno. Chi è quella donna che si presenta nella sua stanza, elegantissima nel suo cappottino nero, cappellino con la veletta perfetto sulla capigliatura grigia raccolta in uno chignon molto elegante, mentre lui disegna fiori sulle pareti e cancella il volto di una ragazza che lo guarda da una foto appesa al muro?
Entriamo nella stanzetta di Cardenio. Ed entriamo nella sua mente. Popolata di oggetti. Una stanza che si espande, si allarga come in un sogno/incubo. Carta da parati esoticheggiante, tra piante e animali, di quelle che vanno di moda nella case di design. Un luogo della mente dove le fotografie, gli oggetti che lo circondano – un dondolo e un tavolo, una vasca da bagno e un armadio, una bicicletta e un ombrellino e un frac gli accendono nella mente lampi di memoria. Così riviviamo con lui, in una stanza della memoria che si popola di cose e persone (bellissime e poetiche le scene e i costumi di Aurelio Colombo, set illuminato da Emanuele Agliati) le sue avventure di un tempo. Ogni oggetto è legato a un ricordo… la valigetta del pic nic a Marcella che gli lasciava del cibo senza farsi vedere dal padre Bartolomeo, la vasca da bagno al ristoro di Eleonora sopravvissuta alla tempesta che l’ha colta mentre era in viaggio per ritrovare lo sposo tradito, il modellino di un veliero al fratello Fernando, arrivato a San Domingo (qui esce da un armadio… un po’ Narnia con tutti i suoi significati anche biblici) per cercare di riportarlo a casa.
Oggetti di ieri che popolano oggi la mente di Cardenio. Volano per aria nel concerto che chiude il primo atto. Ritornano a contrappuntare il racconto fino alla fine, quando le pareti della stanza cadranno, perché la memoria si rompe e solo l’amore, sotto una pioggia di fiori, la può ricostruire e purificare. Due piani narrativi che corrono in parallelo e ben si fondono nella narrazione del regista, sempre leggibile e chiara – un passaggio su tutti, quello di Cartdenio che guarda da dietro la finestra scostando una tenda che si fa poi enorme, dando forma al cielo e al mare in tempesta. A Renga – che viene dal teatro ragazzi (e si vede) e lo si vede anche dalla versione per i più piccoli, Il furioso Gaetano, che va in scena nella stessa scenografia del Furioso per i grandi – a Renga riesce quello che a Francesco Micheli non è riuscito nella Caterina Cornaro, tenete insieme più piani narrativi in modo convincente e drammaturgicamente efficace. E con un tocco di poesia – quella delle piccole cose, quella del gioco del teatro – che commuove. Sino alle lacrime. Ma… non spoiler.
Commuove. Perché commuove la musica di Donizetti che Alessandro Palumbo, sul podio dell’Orchestra Donizetti Opera e con il fortepiano sferzante di Hana Lee, dirige con gusto. Dirige senza bacchetta (bello toccare la musica, ma a volte la mediazione è necessaria) una partitura teatralissima, che scorre in un flusso continuo (certo è a numeri, ma la sensazione è di un respiro unico) di invenzione e tradizione. La musica di Donizetti che è bellissima. Restituita da un cast affiatatissimo. Musicalissimo e teatralissimo. Paolo Bordogna è Cardenio, scenicamente intenso, immedesimato in modo sorprendente nel ruolo (e negli sguardi) del protagonista. Doppiato dal Cardenio anziano di Andrea de Manincor. Nino Machaidze è Eleonora, l’Eleonora di riferimento… diresti (certo il titolo è raro, ma non dovrebbe esserlo, dovrebbe ascoltarsi molto più spesso) per la passione, la partecipazione, la gioia (e i tanti affetti) che mette nella costruzione del suo personaggio: voce che va su e giù senza difficoltà, agilità precisissime, lame di luce in alto, velluto nei centri e nei bassi per la Machaidze che contagia tutti con il suo sorrido. Santiago Ballerini è Fernando, scrittura belcantistica nelle due scene che Donizetti scrive per il personaggio – e rispetto ad altre opere qui il tenore non è così protagonista – che Ballerini restituisce preciso e con voce luminosa e solare.
Nella lettura di Renga Kaidamà è un clown triste, faccia imbiancata dalla biacca che si toglie (un Vesti la giubba al contrario) quando il suo pungolo di coscienza tragica (grillo parlante percosso e rimosso) non occorre più. Alter ego di Cardenio (due i duetti che li vedono contrapposti) che Bruno Taddia restituisce con la misura tragica (ma anche malinconicamente comica e sicuramente teatrale) che lo distingue ogni volta che è in scena e con una voce al servizio della scrittura donizettiana. Marcella è un vero secondo soprano, non una “confidente” da due battute, anzi, Donizetti la vuole in duetti e concertati, presentissima e svettante. Compito che Giulia Mazzola assolve al meglio, con gusto e precisione. Così come centrato è ogni intervento di Valerio Morelli, Bartoilomeo. Applauditissimi insieme al coro dell’Accademia della Scala, sul palco in tutti gli allestimenti del Donizetti Opera. Che il prossimo anno mette al centro la politica. Inaugura L’esule di Roma diretto da Antonino Fogliani con il debutto italiano di Kathharina Thoma, regista tedesca di casa a Londra, Glyndebourne, Colonia e Francoforte. Poi ci saranno Alahor in Granata diretto da Chiara Cattani e con la regia di Benedetto Sicca e Le convenienze ed inconvenienze teatrali con Alberto Zanardi sul podio e allestimento con la firma di Silvia Paoli.
Forse un mattino andando, in un’aria di vetro, arida, rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo… Montale è sempre lì in testa. E Cardenio, il Cardenio anziano è seduto in proscenio. Si è vestito. Anzi, forse lo hanno vestito. Elegante. Giacca e cravatta. Sulla sedia accanto a lui la moglie, dovrebbe chiamarsi Eleonora, elegantissima nel suo cappottino nero, cappellino con la veletta perfetto sulla capigliatura grigia raccolta in uno chignon molto raffinato. Vedrò compirsi il miracolo… Un flash sul palco. Scatto d’epoca del matrimonio di Eleonora e Cardenio. Lui ha lo sguardo che va altrove. La sua follia è stata purificata dall’amore. Ma forse ha messo radici. Lo sguardo perso. Come quello dell’anziano. Che stringe il suo album. Guarda le foto. E lo sguardo non è più perso. Chi è quella donna accanto a lui? Si ri-volge verso di lei. Il miracolo. Uno sguardo alla foto sull’album e poi di nuovo a lei e poi ancora all’album. Per fissarsi poi negli occhi della donna… quella che lo ha accudito, che gli ha dato il braccio. Eleonora, certo! Commozione e poesia. Non servono parole. Bastano le lacrime.
Nelle foto @Photo Studio U. V. Il furioso nell’Isola di San Domingo