Il Capo dello Stato a Milano per il concerto diretto da Chailly per celebrare l’anniversario della riapertura del Piermarini Nabucco di Verdi per ricordare la serata con Arturo Toscanini Giovani in platea in palco reale gli ospiti di Casa Verdi
Le parole del Va’ pensiero affiorano sulle labbra senza che te ne accorga. «Del Giordano le rive saluta, di Sionne le torri atterrate». Il canto di un popolo oppresso, che non può essere inno di una nazione libera e democratica. «O mia patria sì bella e perduta…». Musica che impregna le pareti. Perché il Nabucco, Giuseppe Verdi naturalmente, l’opera che più di tutte racconta unità e identità di un popolo, è parte di queste mura. Crollate nel 1943, sotto i bombardamenti che hanno raso al suolo Milano. Rimesse in piedi, tempo record, simbolo di rinascita di tutto un paese, nel 1946. Perché Milano aveva deciso di ripartire dalla cultura. Valore fondante di un popolo disperso. Diviso e lacerato dalle lotte fratricide. Ripartire dallo spirito. Dalle anime. Da riedificare insieme agli edifici distrutti.
Ottant’anni fa il Teatro alla Scala tornava a riempirsi di musica. Dove sino a poco prima c’erano le macerie della Seconda guerra mondiale, macerie fisiche e spirituali, appunto, la musica segnava la ripartenza. Una data impressa nella storia, 11 maggio 1946. Arturo Toscanini tornava dal suo volontario esilio statunitense – aveva voltato le spalle all’Italia e alle leggi razziali nel 1938 – e, prima di votare al referendum del 2 giugno tornava in quella che era stata la sua casa musicale – il 9 febbraio 1893, quando Giuseppe Verdi dirigeva la prima assoluta del suo Falstaff lui suonava il violoncello in orchestra, per dire… Tremila persone in sala allora, nel 1946, impossibile pensarlo oggi. Orchestra, coro, voci bianche stipati sul palco. Gente per le strade e in piazza, piazza della Scala e piazza Duomo. Le due animi, civile e spirituale, della città. I genitori portavano i loro figli. Tutti volevano esserci per l’Inaugurazione della ricostruita sala del teatro, come si legge sui manifesti di allora. Ore 21 «precise» l’indicazione.
Orario ribaltato questa volta, ore 12, ma anche qui «precise». Orario insolito per il Concerto per l’ottantesimo anniversario della Scala ricostruita. Il Capo dello Stato Sergio Mattarella in platea. Per una volta non in palco reale, tutto riservato, come l’11 maggio 1946, agli ospiti di Casa Verdi. Che acclamano Mattarella, «la tenerezza di chi saluta un coetaneo» scappa a qualcuno. Applausi che salutano la senatrice Liliana Segre e si mischiano a quelli che accolgono sul podio Riccardo Chailly. Tutti in piedi per l’Inno di Mameli. Affiorano le parole tra i presenti. Chi le canta sommesso, chi più convinto. «L’Italia chiamò» le parole che scaldano i cuori e accomunano i Fratelli d’Italia. Parole che rimbalzano tra palco e platea. Tra i giovani che riempiono i palchetti centrali – parole che non canteranno durante i prossimi Mondiali di calcio, perché, per la terza volta siamo fuori – e i lavoratori scaligeri che si affacciano in sala, sulle scale che conducono in platea, nei palchetti di proscenio… una foto da postare sui social, un ricordo da conservare insieme alla locandina. Al Museo c’è quella del 1946, programma ricchissimo scelto da Toscanini e replicato, praticamente identico, da Riccardo Muti nel 1996 per celebrare i cinquant’anni della ricostruzione. Oggi gli anni passati sono ottanta – istituzionale il concerto per l’ottantesimo, con il direttore musicale Riccardo Chailly sul podio, dopo gli indicenti diplomatici del 2021, per i settantacinque anni, con un concerto dei Wiener philharmoniker programmato (nella Scala in assetto Covid) per l’11 maggio, ma anticipato di un giorno da un concerto commemorativo del ritorno di Toscanini con i complessi del teatro e Chailly.
Oggi gli anni passati sono ottanta. E Milano deve restare «una città aperta, dinamica, capace di guardare all’Europa e al futuro senza rinunciare ai valori che ne hanno segnato la storia» dice dal palco il sindaco di Milano, presidente della fondazione scaligera, Beppe Sala. Saluti istituzionali. Per ricordare un momento che fu «politico e poetico, la riapertura del teatro». Dialogo che si rinnova. «Ho attraversato la piazza intitolata alla Scala per arrivare qui: pochi passi da Palazzo Marino, che sorge davanti al teatro. Non è geografia, è un manifesto politico. Tra il tempio dell’arte e il palazzo del governo intercorre solo il breve spazio di una piazza. I pilastri della vita civile di questa città» ha detto Sala. Che sgombra il campo da qualsiasi «esercizio nostalgico. «Celebrare la ricostruzione della Scala pone un interrogativo urgente: cosa significa oggi ereditare quella ricostruzione?».
Un ricordo, che è anche impegno per il futuro, di un gesto, quello della ricostruzione rapidissima, che fu «un gesto di portata epica non solo per Milano ma per la nazione. Un miracolo di forza di questa città» dice il sovrintendente e direttore artistico Fortunato Ortombina. Commosso. Voce inaspettatamente incrinata dall’emozione. Sale sul palco, la bandiera italiana, quella europea e lo stendardo presidenziale alle spalle. Porta il saluto di tutti i lavoratori. «Io sono l’ultimo arrivato» sorride. «E se la Scala è ancora la Scala oggi è perché ogni giorno gli artisti e i lavoratori sentono la responsabilità del sacrificio fatto allora per costruire quello che oggi è un bene di tutti». Il pubblico applaude. Applaudono i discendenti di Toscanini, seduti in sala. Il loro trisnonno «quella volta non era solo un direttore d’orchestra, era un esule che tornava. Tornava un padre fondatore della Scala, per traghettarla in una dimensione moderna, conferendo una importanza straordinaria alla dignità del lavoro».
Risuona la voce di Toscanini. In un raro documento audio che restituisce il clima infuocato di una prova del verdiano Ballo in maschera (inizio atto secondo, l’introduzione all’Orrido campo) con la Nbc symphony orchestra. Tirannia – oggi un direttore come Toscanini non durerebbe un giorno sul podio, tra codici comportamentali e tutele sindacali – e passione, «Come mi piace questo preludio!!» le parole che restano sospese per un attimo. Poi arriva un’altra musica. Sempre Verdi. Nabucco. Prova generale musicale dello spettacolo che andrà in scena sabato 16 maggio, ultimo titolo da direttore musicale del Piermarini per il musicista milanese. Nabucco, legato come nessun’altra opera alla storia della Scala. Chailly lo sta rifinendo in questi giorni. Lo si ascolta in anteprima. Le pagine più significative. La Sinfonia, il coro iniziale, gli Arredi festivi che «giù cadano infranti. Il popol di Giuda di lutto s’ammanti» perché Nabucodonosor sta per distruggere il tempio di Gerusalemme. Magnifico, verdiano come nessun’altro, il Coro del Teatro alla Scala preparato da Alberto Malazzi. Il lutto. Ma anche la speranza. «Sperate o figli» esorta Zaccaria ripercorrendo la storia della salvezza, «d’Egitto là sui lidi, egli a Mosé diè vita». E ricorda: «Chi nell’estremo evento fidando in lui perì?». Lo restituisce, ieratico e rassicurante Michele Pertusi.
Poi tocca al Va’ pensiero. Le parole affiorano sulle labbra senza che te ne accorga. «Va’ ti posa sui clivi, sui colli. Dove olezzano tepide e molli, l’aure dolci del suolo natal». Qualcuno lo canta insieme al coro. Impossibile trattenere l’emozione. Emozione da catturare in un video con il telefonino. Subito condiviso, mentre il Capo dello Stato lascia la sala. Mattarella non parla in pubblico. Sorride. Saluta. Stringe mani. Alza lo sguardo. Promette al sovrintendente Ortombina: «Ci vediamo il 7 dicembre». Quando in cartellone ci sarà Otello. Sempre Verdi – per il primo Sant’Ambrogio di Myung-Whun Chung, che raccoglierà il testimone di direttore musicale da Chailly. Un altro popolo che invoca. «Dio fulgor della bufera! Dio, sorriso della duna! Salva l’arca e la bandiera della veneta fortuna». Per far placare il mare.
Pace. «O mia patria sì bella e perduta…» il canto che ti resta in testa, mentre uscendo, qualcuno sfila una rosa bianca e un garofano rosso dal cuscino di fiori che ha incorniciato il palco. «O membranza sì cara e fatal». Il canto di un popolo oppresso, che non può essere inno di una nazione libera e democratica. Un canto necessario, che racconta ancora oggi speranze che altre macerie e altre guerre possano presto lasciare spazio alla ricostruzione.
Nelle foto @Brescia/Amisano Teatro alla Scala il Concerto per l’ottantesimno anniversario della ricostruzione