Rita e Il campanello come un film dei Vanzina Bonfadelli a Bergamo porta Donizetti sul set

Donizetti Opera 2025, i giovani della Bottega nei due atti unici riletti dalla regista come un film della commedia all’italiana Dirige Enrico Pagano, in scena con i ragazzi Alessandro Corbelli Bene Cristina De Carolis, Lucrezia Tacchi e Pierpaolo Martella Protesta delle femministe per la scelta di Deux hommes

I fratelli Vanzina non hanno inventato nulla. Perché le loro Vacanze di Natale i loro Yuppies li aveva già fotografati in musica, in tempi non sospetti, l’opera lirica. Risate e ammiccamenti. Certo con un gusto meno pecoreccio di certa commedia all’italiana – quella anni Ottanta, scollacciata e volgarotta, un doppio senso continuo – e con un garbo che, ancora oggi va a segno. I fratelli Vanzina non hanno inventato nulla. Ci avevano già pensato librettisti e compositori dell’Ottocento (qualcuno anche prima) a raccontare, con il sorriso, tradimenti, corna, scappatelle… cafoni e arrampicatori sociali. Perché l’opera, nel bene e nel male, da sempre racconta la vita. In tutte le sue varianti umane. E sa farlo – lo ha saputo fare da sempre – anche con uno sguardo ironico, a tratti feroce e spietato che si allunga su vizi e virtù degli uomini, mettendoli a nudo. Efficace, a volte efficacissima (forse più di tanti striscioni, flash mob, scarpette rosse e panchine…) denuncia di mali che si insinuano come virus nella/nelle società. Ieri come oggi.

I fratelli Vanzina non hanno inventato nulla. Dunque. Ci aveva già pensato (tra i tanti geni) Gaetano Donizetti a raccontare triangoli d’amore e gelosia. Nei suoi atti unici, farse brevi, un’oretta al massimo, che potrebbero essere benissimo capitoli di un film a episodi – un tempo si usava, da Ieri, oggi e domani a I mostri sino a I complessi (citazione obbligatoria perché in un episodio, in Guglielmo il dentone, accanto ad Alberto Sordi, ci sono, nel ruolo di se stesse, Alice ed Ellen Kessler, scomparse drammaticamente insieme a Monaco di Baviera). E sembra un film a episodi il secondo titolo del Donizetti Opera 2025, quello che vede in scena i giovani artisti, allievi  della Bottega Donizetti. Lo immagina così Stefania Bonfadelli, regista dello spettacolo che unisce (e cuce insieme in una trama intelligentemente curiosa) Il campanello, farsa andata in scena a Napoli nel 1836, e Deux hommes et une femme, Opéra-comique, composta nel 1841, la prima (postuma) nel 1860 con il titolo di Rita, ou Le marì battu (e il sottotitolo la dice lunga… su come il sorriso possa essere denuncia graffiante).

Due episodi concatenati, in un garbato intreccio narrativo, scene da un matrimonio, anzi da due (e forse tre) che la Bonfadelli – indimenticata interprete a inizio millennio delle grandi eroine del melodramma, da Amina a Violetta – ambienta su uno stesso set (disegnato da Serena Rocco e illuminato da Fiammetta Baldiserri), l’Hotel Rita, da una parte, la Pharmacie Pistacchio (Pistacchiò, detto in un francese in salsa partenopea) dall’altra. Con i personaggi di Deux hommes che spuntano già tra quelli del Campanello. E viceversa. Abitini e tailleur alla Chanel (li disegna con bellissimo gusto Valeria Donata Bettella), pettinature che denunciano chiaramente l’epoca dei fatti (quelli che racconta la regista).

Taglio cinematografico, da commedia all’italiana. D’altra parte Stefania Bonfadelli è stata a lungo accanto a Franca Valeri – insuperata interprete di tante antieroine della commedia all’italiana, indimenticabile il suo iconico «cretinetti» detto ad Alberto Sordi ne Il vedovo, ancora il cinema – e ha potuto condividere quello sguardo spietato e irriverente nel catturare vizi e virtù delle varie Cecioni o signorine snob (quante ne vediamo ancora oggi!) di Franca Valeri. Taglio cinematografico, da commedia all’italiana. Atmosfere anni Sessanta, cofane cotonate, ma anche bigodini in testa per le signore, regali di nozze che vanno dal ventilatore da tavolo alla testa di cervo da appendere al muro… radio che rimandano La bambola di Patty Pravo. La reinventa, poi, al fortepiano Ugo Mahieux, mixandola con Il segreto per esser felici, che potrebbe essere benissimo un brano per Sanremo, della donizettiana Lucrezia Borgia – risuona qui perché in scena, al posto del Brindisi di Maffio Orsini, che Donizetti mise paro paro nella prima versione del Campanello, si ascolta il Mesci mesci e sperda il vento, scritto dal compositore per la seconda versione, anno 1837 al Teatro del Fondo. Ed è proprio questa la partitura sul leggio di Enrico Pagano e dell’orchestra Gli Originali, edizione critica di Ilaria Narici, che si ascolta per la prima volta.

Cofane e canzoni e uno stralunato scimpanzé (e il pensiero va alla pubblicità di un analcolico biondo) che gira tranquillo in mezzo alla folla… Umanità varia, in pieno boom economico. Come in tante pellicole di Steno e Risi, ma anche dei Vanzina, appunto. Un film a episodi. Con il secondo che inizia proprio dove finisce il primo. Eppure due episodi dal sapore diverso. Perché diverse sono le atmosfere che Donizetti sceglie per i suoi lavori. Più spensierata, farsa buffa e iperbolica (anche malinconica, nella figura dell’antieroe Pistacchio, cornuto e mazziato…. e forse anche contento) Il campanello, italiano, italianissimo nel sole e nel calore “rossiniano” che lo percorre, un piccolo Elisir d’amore. Ironicamente graffiante, socialmente comica Deux hommes, Opéra-comique che alterna dialoghi parlati e numeri musicali, satiricamente snob, una piccola Fille du regiment, francese, francesissima. Tanto che le atmosfere da commedia all’italiana pian piano trascolorano in una sorta di Novelle vague (o forse di presa in giro della stessa…) nella rilettura cinematografica della Bonfadelli. Prima di tornare, come in un cerchio, all’inizio. Alla commedia all’italiana. Moltiplicando quegli schiaffi che volano quando si apre il sipario.

Quando Rita picchia il marito, il povero Pepè (Le marì battu, appunto) colpevole, forse, di non fare bene il suo lavoro di cameriere. Si deve stappare lo champagne e portare i calici ai tavoli. Perché l’Hotel Rita – Deux hommes et une femme (che arriva nella seconda parte) è ambientato in una locanda «tra Genova e la Savoia» – è stato scelto da Don Annibale (il farmacista protagonista del Campanello… quello che suonerà in continuazione rovinandogli la sospirata prima notte di nozze… quando si arrivava illibati al matrimonio…) per la festa delle sue nozze con Serafina. Parte il racconto de Il campanello, ritmo frenetico, invenzioni che si moltiplicano, sempre sul testo e sulla musica… il libretto, la vicenda è di quelle che lo consentono. Con i travestimenti di Enrico, il cugini/amante (non troppo segreto) di Serafina, tipico maschio italiano, che si finge un damerino francese febbricitante (qui uno scappato di casa che sembra un Cugino di campagna), un cantante afono (uguale, fazzoletto compreso, a Luciano Pavarotti) e un anziano dolorante, per disturbare la prima notte di Serafina e Don Annibale, il farmacista che ha il turno di notte, Service de nuit si legge sulla parte della farmacia, proprio accanto al campanello che suona ininterrottamente. Notte (di nozze) che non verrà mai consumata. Perché arriva l’alba e Don Annibale deve partire per Roma, lasciando Serafina tra le braccia – sul bancone della farmacia – di Enrico.

La ritroviamo lì, a scorrazzare tra la bottega e le camere dell’hotel con Enrico, quando il sipario si apre su Deux hommes et une femme. Meno invenzioni nella regia che zooma sui personaggi. Il povero Pepè a rimettere in ordine il locale dopo la festa di matrimonio. Rita a comandarlo a bacchetta. A picchiarlo. Come lei veniva percossa, à la Russe, dal primo marito, quel Gasparo, creduto morto che riappare in scena (con una nuova moglie che sembra una delle donne felliniane, eccessiva e leopardata… licenza della Bonfadelli, perché nel libretto non c’è… anche lei dominatrice nei confronti del marito) e non vuole assolutamente riprendersi Rita che aveva lasciato fingendosi, appunto, morto. Gasparo vuole l’atto di matrimonio, per poter stracciarlo ed essere libero… e quando con l’inganno (si finge invalido anche qui, un tema da commedia all’italiana…) lo ottiene se ne va, non prima di aver istruito Pepè sul fatto che on peut bien battre sa femme, on ne doit pas l’assommer, «si può ben picchiare la propria moglie, ma non fino ad accopparla».

Frase che ha messo in allarme il Movimento delle Donne, la Rete bergamasca contro la violenza di genere e le Donne in nero di Bergamo. L’annuncio di un presidio davanti al Teatro Sociale – ma alla prima non si è vista nessuna attivista. Una lettera aperta al direttore artistico del Donizetti Opera Riccardo Frizza per stigmatizzare il fatto di aver messo in cartellone un tale titolo, per sottolineare l’inopportunità di sorridere con un’opera che descrive in forma di farsa, ovvero come cosa da ridere, rapporti coniugali regolati dalla violenza, pur riconoscendo di trovarsi «di fronte a un testo della metà dell’Ottocento e che tutto va contestualizzato». Ecco il nodo. «Tutto va contestualizzato». Il contesto. Da considerare sempre. Perché l’opera d’arte, seppur universale, vive in un determinato tempo. A chi verrebbe in mente di protestare prima di una Madama Butterfly pucciniana che altro non è se non una storia di turismo sessuale con una minorenne… Cio Cio San ha quindici anni «netti netti»? «Tutto va contestualizzato». Riandare ogni volta a questo per comprendere che, raccontare qualcosa con il sorriso, anche la più grave delle cose, può essere già di per sé una denuncia. Potente. Perché leggendo (ascoltando) bene il testo si coglie la denuncia. L’ha colta il pubblico. A volte, volendo spiegargli ogni cosa lo si crede poco intelligente… ma l’arte deve parlare da sola, se ha necessità di essere spiegata, perde il suo valore… Così non è. Si ride, forse meglio, si sorride, a denti stretti (le risate grasse ci sono nel Campanello), si sorride amaro con Deux hommes.

Lo dice già la musica di cui Donizetti ha rivestito le parole. Parole forti, certo. Una musica che ha sì un sapore comique, ma che è percorsa anche da una vena malinconica, meditativa che sa andare oltre la parola, scavandone nel significato che rimanda ad altro. Musica che Enrico Pagano dirige puntuale, preciso, sul podio de Gli Originali, la formazione che suona su strumenti (e con il diapason a 432) del tempo di Donizetti. Così il suono sa di antico, è più avvolgente e meno brillante. Ideale “colonna sonora” a contrasto con le immagini scoppiettanti del Campanello, più in sincro con lo sguardo malinconico di Deux hommes. A Pagano riesce meglio l’italianità del Campanello rispetto ai francesismi di Deux hommes – dove si avverte una certa, troppa, uniformità. Deux hommes dove a dominare la scena è Alessandro Corbelli, francese impeccabile, gesto da attore consumato, canto immacolato e limpido, ogni nota al suo posto, ogni intenzione sulla parola e sulla musica. Guida, durante le prove, dei giovani della Bottega Donizetti. Giovani, alcuni giovanissimi – Lucrezia Tacchi, la Serafina del Campanello ha 19 anni.

Bravi. Alcuni bravissimi. Come Cristina De Carolis, la migliore per maturità vocale – voce donizettiana, già proiettata verso ruoli lirici e oltre – e per capacità di tenere la scena. È Rita, la une femme del secondo episodio, personaggio che disegna con un canto sempre a fuoco e con gesto vero e sempre leggibile. Picchia, convinta, il Pepè di Cristóbal Campos Marin, tanto istinto per una voce torrenziale dal colore screziato e caldo. Come quello che avvolge la voce di Lucrezia Tacchi, spigliata e musicale Serafina. Come spigliato scenicamente è Francesco Bossi, teatralmente efficace nei molteplici travestimenti di Enrico, ma musicalmente e vocalmente con diverse cose ancora da mettere a posto. Voce matura, da autentico buffo, ricca e avvolgente, quella di Pierpaolo Martella che è Don Annibale Pistacchio, musicalissimo e misuratissimo al tempo stesso, sempre trascinatore musicale nei (tanti) duetti che Donizetti gli regala. Più parlato che cantato lo Spiridione di Giovanni Dragano. Efficace la caratterizzazione della suocera ancora in amore di Eleonora de Prez – parte piccola quella di Madama Rosa, ma la stoffa c’è… lo si è sentito nel concerto che ha inaugurato il ciclo Donizetti songs, otto appuntamenti in tre anni che, in collaborazione con Opera Rara, prevede l’esecuzione integrale delle romanze da camera (molte inedite in prima esecuzione assoluta) del compositore: protagonisti i ragazzi della Bottega, al pianoforte Giulio Zappa.

Volano schiaffi alla fine. Rita naturalmente torna tiranneggiare il povero Pepè. La signora felliniana si impone su Gasparo. E anche Serafina (che comunque non ha perso occasione per amoreggiare con vari uomini… tipica donna alla Vacanze di Natale) sembra essersi già stufata di Enrico. Riparte il gioco delle coppie. Dentro e fuori da stanze di albergo e farmacie. Tradimenti, corna e scappatelle… raccontate in musica già da Donizetti. Perché i fratelli Vanzina non hanno inventato nulla.

Nelle foto @Photo Studio U.V. Il campanello e Deux hommes et une femme