Parma, con Tiezzi dentro l’inconscio di Otello

Al Festival Verdi convince solo a metà l’allestimento del regista prima astratto, ma realistico e drammatico solo nel finale Sartori, Eyvazov e Jagde, tre tenori per il ruolo del moro

L’immagine più potente, perché richiama una drammaticamente bruciante attualità, l’uccisione di una donna da parte del suo uomo… l’immagine più potente è quella del quarto atto. Una stanza da letto. Di una casa popolare, diresti. Forse un container. Soffitto di quadrati di compensato. Pavimento ricoperto di moquette. Un letto. Sfatto. Una finestra. Appeso all’armadio un vestito da sposa… fattura gitana. Avanza dal fondo, dal nero in cui è immerso il palco, con Desdemona che osserva ciò che (non) c’è fuori dalla finestra. Lo sguardo perso. Oltre. Sa già che morirà. Lo dice a Emilia. «Mi seppellisci con un di quei veli». Bianchi. Perché Desdemona sa di essere «la sposa fedele di Otello». E non quella «cortigiana»… cortigiana inteso come prostituta, Verdi e Boito non hanno dubbi o non spaccano il capello sul significato delle parole… con buona pace di Maurizio Landini.

Immagine potente. Cristallizzata in una foto sbiadita. Che, però, è attuale come non mai. Perché il destino di molte donne, sembra dire Federico Tiezzi, è segnato. Da inizio anno, in Italia, sono 44 quelle uccise da chi diceva – mariti, fidanzati, ex – di amarle. Dichiarazione di resa, forse, quella stanza che avanza inesorabile, quasi dovesse precipitare nella buca d’orchestra. Quello sguardo di Desdemona fuori dalla finestra dove non c’è nulla. Solo buio. Tiezzi firma la regia dell’Otello (titolo inaugurale di un cartellone tutto shakespeariano con Macbeth e Falstaff) del Festival Verdi 2025 del Teatro Regio di Parma. E osa solo alla fine. Perché quella scena potente, tutta “recitata” è un balzo improvviso nella realtà dopo uno spettacolo inutilmente e incomprensibilmente in bilico tra l’astrattismo (palcoscenico vuoto nelle non-scene di Margherita Palli, scritte proiettate su quinte e fondali che moltiplicano alcune parole del libretto) e bozzettismo – proiezioni basiche, Saturno che appare quando Otello dice che «Venere splende»… e poi, se si vuole rispettare il libretto, perché mettere in mano ai ragazzi che cantano a Desdemona «t’offriamo il giglio…» una rosa?

Uno spettacolo atemporale – mix di epoche nei costumi tra il monastico (Jago quasi in talare) e il varietà (gli abita tutti paillettes di Desdemona) di Giovanna Buzzi. Uno spettacolo atemporale che all’improvviso diventa reportage di cronaca. Ed è un peccato. Poteva essere un Otello, tutto come il quarto atto. Attuale. Drammaticamente. Ma alla fine, per tre atti è stato in pratica un concerto in costume – immagini che richiamano la poetica di Tiezzi e che rimandano ad altri suoi spettacoli, lirici e di prosa (i sipari rossi, gioco eterno di teatro nel teatro, gli animali imbalsamati in una teca, le immagini freudiane da interpretazione dei sogni disseminate qua e la) dagli albori dei Magazzini (in platea anche Sandro Lombardi ad applaudire) ai Tesori di Ambleto e dei Promessi sposi alla prova  al Freud immaginato per il Piccolo teatro. Poteva essere un Otello, tutto come il quarto atto. Ma alla fine, per tre atti è stato in pratica un concerto in costume. Senza dirci chi è/chi sarebbe Otello oggi.

Cantanti spesso in proscenio (il boccascena si allunga sulla buca dell’orchestra dove vengono “detti” gli “a parte” dei personaggi, perché Otello, non ha numeri chiusi, nessun applauso ci deve essere dopo un Credo o dopo un’Ave Maria), cantanti spesso in proscenio, sguardo al podio dove Roberto Abbado, che guida una non precisissima (intonazione non compatta tra le file degli archi, all’interno delle stesse sezioni, assoli non sempre a fuoco….) Filarmonica Arturo Toscanini (ottimo il Coro del Regio di Martino Faggiani), restituisce un Otello quadrato, preciso, ma troppo monocromo, monolitico. Inizia così e finisce così. Curato, rifinito, ma senza che il cardiogramma musicale (e dei sentimenti) segni picchi emotivi estremi (che pure in Otello ci sono).

Restituiti, quei picchi emotivi che sono dolore soffocato, mai urlato, ma spesso trattenuto, che sono ripiegamento tutto interiore di anime che soffrono nel profondo, restituiti con la sua voce inconfondibile, che acquisisce lama con il passare degli atti, da Yusif Eyvazov, arrivato in corsa a sostituire un indisposto Fabio Sartori alla seconda recita. Alla terza, invece, essendo Sartori ancora indisposto, a dare voce al moro (ma niente trucco) è arrivato Brian Jagde. Uno sguardo (che sguardo, che inquietudine ti prende se ti capita di incrociare quegli occhi color carbone), un acuto (sempre a fuoco, pizzati dove devono stare) e l’Otello di Eyvazov cattura. Applauditissimo.

Anche se l’applausometro va in tilt con lo Jago di Ariunbaatar Ganbaartar, classe 1988, baritono della Mongolia (che accende una avvincente sfida a distanza con il connazionale, di due anni più grande, Amartuvshin Enkhbat) che non dice una parola di italiano, ma che ha la dizione e il fraseggio migliore di tutti. Non solo. Una voce morbidissima, torrenziale, che sa incanalare verso acuto lucenti e pianissimi inquieti. Voce verdiana. Senza dubbio (lo aveva già detto proprio a Parma a gennaio rivelandosi come Giacomo nella Giovanna d’Arco). Mentre un dubbio (sul peso verdiano della voce) viene con la Desdemona di Mariangela Sicilia. Suoni da belcanto, bei filati, acuti toccanti in pianissimo (quando il registro si fa grave, però, il volume ne soffre e spesso la comprensione del testo non è così limpida), ma l’impressione è che il personaggio (che a livello di interpretazione scenica c’è) sia sovradimensionato per la voce del soprano che non sembra (ancora) verdiana.

Giusto, giustissimo (per presenza scenica e resa vocale) Davide Tuscano come Cassio, misuratissimo, sempre a fuoco, incisivo (e mai prevaricante) nel disegno del personaggio. Sempre una garanzia Francesco Pittari che qui è Roderigo, perfetta ombra inquieta di Jago – ed Emilia, la moglie di lui (e confidente di Desdemona), nera, ma che alla fine si riscatta con la luce della verità, è Natalia Gavrilan. Francesco Leone ha la giusta nobiltà nella voce di basso per scolpire, in poche battute, la figura di Ludovico. Alessio Verna è un puntuale, Montano, Cesare Lana l’Araldo.

Personaggi bidimensionali, come quelle scritte che invadono il palcoscenico e che, buttate lì così, non dicono chi sono/chi potrebbero essere oggi Otello, Desdemona e Jago. Eppure la cronaca ce lo racconta drammaticamente ogni giorno. Portandoci (con uno sguardo che sfiora il patologico e il morboso) in quelle stanze Di una casa popolare, diresti. Forse un container. Soffitto di quadrati di compensato. Pavimento ricoperto di moquette. Un letto. Sfatto. Una finestra. Stanze dove si consuma una tragedia che sembra non avere fine. E per la quale intonare, ancora una volta un’Ave Maria «per chi sotto l’oltraggio piega la fronte». E «pel debole oppresso e pel possente, misero anch’esso». Tutti bisognosi di «tua pietà».

Nelle foto @Roberto Ricci Otello al Festival Verdi di Parma