L’opera in forma di concerto con l’Orchestra sinfonica di Milano Protagoniste le voci di Villari, Panza, Petti, Beltrami e Corrado
Anche se di opere «in forma di concerto» – però che brutta la definizione, l’opera è opera… in qualsiasi modo la si ascolti, perché il teatro ce l’ha dentro (e se fatto bene, lo avverti, sempre!) – anche se di opere «in forma di concerto» se ne sentono spesso (quante in periodo Covid!) ogni volta la sensazione è di andare a vedere (sentire) l’effetto che fa. L’effetto che fa una musica, scritta per la scena, indissolubilmente legata alla parola e al gesto (teatrale, appunto), ascoltata in forma “pura”. Essenziale. Come in cuffia, da uno stereo… silenzio intorno, condizioni di ascolto ideali… non in auto o nelle cuffiette mentre si fa sport (che va pure bene… anche per motivare se la musica è, ad esempio, fuoco e sangue, zum pa pa verdiano o ritmo rossiniano)
Effetto sempre spiazzante. E illuminante. Perché l’attenzione, appunto, è solo sulla musica. Che conosci, certo, ma che ogni volta (anche quando la ascolti in scena, naturalmente) regala nuovi tagli di luce attraverso i quali ri-scoprirla. Effetto spiazzante anche in Auditorium a Milano. Largo Mahler. Casa di quella che un tempo era laVerdi e che oggi si chiama Orchestra sinfonica di Milano. Cambio di nome per sottolineare la vocazione, appunto, sinfonica, dell’orchestra fondata da Vladimir Delman, guidata a lungo da Riccardo Chailly… che le ha dato un’impronta chiara, netta, di suono e carattere, nel tempo sbiadita, ma ora ritrovata (aggiornata a gusto e stile e tempi) con il nuovo direttore musicale, Emmanuel Tjeknavorian. Vocazione sinfonica, dunque. Ma anche lirica. Che l’orchestra ha sempre avuto e che ora ritrova con un Trovatore di Giuseppe Verdi, messo in cartellone come saluto al pubblico in chiusura di stagione… quasi una prova generale della Trilogia verdiana che si ascolterà in autunno al Municipale di Piacenza (Rigoletto, Traviata e Trovatore nel giro di una maniata di giorni, sul modello del Ring wagneriano, stesso direttore, Francesco Lanzillotta, stesso regista, Roberto Catalano) proprio con la Sinfonica di Milano in buca… e anche con alcuni interpreti (che saranno gli stessi nei tre titoli, sfida nella sfida del direttore artistico Cristina Ferrari, seduta in platea in Auditorium a vigilare) di questo Trovatore milanese.
Trovatore – e un Gala lirico verdiano al Castello sforzesco per l’estate del Comune di Milano – che la Sinfonica di Milano affida (foto, locandine, video… una grande copertura mediatica) alla bacchetta di Vincenzo Milletarì. Fuoco e sangue, tinte forti, sentimenti dal tratto deciso nella lettura a ritmo frenetico del direttore d’orchestra pugliese, classe 1990, una carriera tra Nord ed Est Europa (Oslo, Copenaghen, Praga… con Verdi e Rossini) e qualche passaggio in Italia (un bel sinfonico, qualche anno fa, proprio in Auditorium, un Donizetti spigliato a Bergamo, un Trovatore allo Sferisterio di Macerata… sino a un recente Attila al San Carlo di Napoli), prossimo a guidare musicalmente un teatro lirico italiano – almeno dalle voci che si rincorrevano in largo Mahler tra i molti venuti ad ascoltarlo e ad applaudirlo.
Melomani milanesi (e dei dintorni… anche fuori provincia e fuori regione…), addetti ai lavori… anche perché in locandina c’è Trovatore, uno dei titoli più titoli, amati, attesi… una di quelle opere che ti pare di conoscere da sempre e meglio di tutti. Tanto che se un accento cade inaspettato, se un tempo è staccato più veloce o più lento, se una cadenza ti spiazza, se non va a segno una puntatura ti viene subito da storcere il naso… come ha fatto per tutta sera un signore, elegante, compassato, insospettabile… contrappuntando ogni applauso (e ce ne sono stati tanti, a “scena aperta”… ripetuti e convinti) con il suo isolato e quasi tenero buu. Trovatore pressoché integrale quello messo sul leggio da Milletarì – a parte una piccola sforbiciata nel finale del duetto del secondo atto tra Manrico e Azucena e il taglio de da capo della Pira, ma forse per non mettere troppo in difficoltà il tenore –, in parte ripulito dalle incrostazioni della tradizione (una su tutte, il Sei tu dal ciel disceso… he canta sempre e solo Leonora, senza farsi raddoppiare da Manrico… e poi bello che tutti i da capo siano senza variazioni), in parte capace di assecondarle (la “fermata” nel terzetto del primo atto, il do della Pira) facendole rientrare in una drammaturgia musicale incalzante e in una lettura che ha il sapore del Trovatore “come si faceva una volta”.
Ritmo serrato, passo narrativo incalzante, colori decisi e forti nel Trovatore di Milletarì, più espressionista che lunare (tutto si svolge di notte, le vicende sono illuminate dalla una e ai riverberi del fuco), più ottocentesco (inteso in senso risorgimentale) che novecentesco (inteso alla Mahler e alla Debussy… per orizzonti infiniti, colori trasognati, atmosfere tra sogno e incubo che Verdi mette nella sua partitura anticipando profeticamente il mondo musicale che verrà). Un Trovatore che scalda i cuori degli ascoltatori… Chi del gitano… Squilli echeggi la tromba guerriera… Di quella pira… fuoco e muscoli, che strappa l’applauso con effetti che sicuramente vanno a segno (i forti e i fortissimi, gli ottoni presentissimi, i timpani rullanti… il coro tra pieni e improvvisi vuoti… coro che è quello dell’Opera di Parma, che non significa del Regio, attenzione… diretto da Massimo Fiocchi Malaspina) anche a costo di qualche scollamento tra orchestra e cantanti e di una lettura a senso unico… corsa a perdifiato verso il dramma finale che stritola tuti.
A sfumare, a raccontare il tormento interiore dei personaggi – Verdi qui restituisce perfettamente la psicologia dei protagonisti, da Manrico a Ferrando sino al Messo, fondendo musica e parola (quella del libretto di Salvadore Cammarano) per disegnare figure giganti come il Conte di Luna, uno dei ritratti più riusciti e moderni del compositore – a sfumare, a restituire la profondità della scrittura verdiana, a raccontare il tormento interiore dei personaggi sono gli interpreti. Il più tormentato, il più inquieto… dunque il più bello e il più moderno di tutti è il Conte di Luna al quale Ernesto Petti offre la sua voce bellissima, di velluto e seta, morbida e avvolgente, carezza, ma allo stesso tempo sciabolata di suono, che svetta in acuto (fiato e legato) e si ombreggia di vita (bellissimo il notturno poetico che crea con il suo Baleno) nel disegnare un uomo diviso tra amore e potere. Una manciata di prove per un debutto assoluto per Alessia Panza, ventisei anni, arrivata in corsa e capace di impossessarsi benissimo e in breve tempo della scrittura (impervia nei salti, nelle continue montagne russe tra acuti e bassi, nel trascolorare dalla poesia al dramma) di Leonora. Applauditissima (giustamente) dopo le sue due grandi scene, primo e quarto atto ad incorniciare il racconto. Intensa nel canto, giusta negli accenti, sicura nella tecnica, sempre con una luce e un sorriso a scaldarle la voce. Ines è Alessia Camarin, dal coro arrivano Gianluca Gheller (Ruiz), Angelo Lodetti (un Vecchio zingaro) e Marco Gaspari (un messo).
Manrico ha lo squillo di Angelo Villari, tenace nel superare fatiche e stanchezza vocale (superate con intelligenza musicale) e nel gestire, dosando le forze, una parte kolossal. Inquieta, nel canto e nella presenza scenica, l’Azucena di Silvia Beltrami, voce dal colore brunito, illuminata sempre da riflessi di luce. Lascia il segno – e quanto è importante mettere bene in cast un ruolo del genere, perché apre l’opera con la sua scena e imprime subito un segno chiaro alla serata – lascia il segno il Ferrando di Adolfo Corrado, voce bellissima, morbida e avvolgente, timbratissima, suono sempre giusto e a fuoco, grande intelligenza musicale e capacità di scolpire la parola nel suono. Un racconto, quello di Ferrando, che incornicia l’azione… che getta le premesse per il dramma e che Corrado rende teatralissimo con accenti sempre giusti e capacità di tradurre in immagini la musica. Capace di fare teatro anche con l’opera «in forma di concerto».
Nella foto @Marco Borrelli Il trovatore con l’Orchestra sinfonica di Milano