Al Festival Verdi del Regio di Parma regia astratta di Pizzi Lanzillotta dirige un cast dove trionfano Ganbaatar e Fridman
Non conosce declino, non ha tempo (purtroppo… la Storia sembra non insegnare nulla) non ha tempo la tirannia. Non ha tempo l’odio. Niente historia magistra per i popoli oppressi e per i loro aguzzini. Perché ci sarà sempre un oppressore… dichiarato, despota per scelta o mascherato da sovrano illuminato… illuminato dalla fede, illuminato dalla ragione, illuminato da istanze – diritti da distribuire a pioggia perché uno vale uno, si dice così oggi e se non sei d’accordo sei fascista – illuminato da istanze che volendo tutelare l’uomo mettono in un angolo l’umanità.
Ci sarà sempre un Nabucodonosor, quello della Storia e quello trasfigurato dalla musica, reso più eterno da Giuseppe Verdi – taglia corto il compositore, lo chiama Nabucco, più familiare, più a misura di metrica da rivestire di canto – reso più immortale da Giuseppe Verdi che da un manuale scolastico (un mezzo paragrafo, quando va bene) o storiografico. Ci sarà sempre un Nabucco che non esita un attimo a rimettersi la corona, forte di una nuova investitura, «Servendo a Jehowa sarai de’ regi il re» – il suo idolo, Belo o Baal… è caduto, infranto, e lui si riposiziona subito. «Servendo a Jehowa sarai de’ regi il re» ammonisce Zaccaria… ingenuo, forse. Perché quello sguardo, lo sguardo di Nabucco con di nuovo in testa la corona, sembra dire una cosa diversa… Il potere eterna se stesso.
Certo, la musica di Verdi, il Dio di Giuda con la promessa che «l’ara, il tempio a te sacro, sorgeranno» e che «adorarti ognor saprò» dicono altro. Raccontano una conversione. Un perdono chiesto e invocato… «Deh perdona ad un padre che delira…» e poi «Su me morente, esanime, discenda il tuo perdono… ». Un perdono concesso e accolto, «Immenso Jehowa…», invocazione e certezza. La musica di Verdi dice altro. Eppure Pier Luigi Pizzi – regia, scene e costumi portano la sua firma – racconta qualcosa di diverso. In quello sguardo di Nabucco. La corona in testa. Immobile, guarda tutti dall’alto in basso, in cima a una gradinata che evoca architetture razionaliste. Nera e laccata, firma tipica del regista milanese. Ai piedi, entrambe a terra, prostrate, le figlie. Una morta, Abigaille, perché «l’iniqua bevve il veleno». L’altra, Fenena, in lacrime. Piange la morte della sorella, sorellastra… ma forse lei non lo sa, perché il «fatal scritto» Abigaille lo ha distrutto davanti al re… segreto che resta tra loro, forse perché i figli sono sempre tali… E figli so’ figli fa dire Eduardo a Filumena Marturano… verità che non ha tempo. Fenena piange la sorella morta. O forse piange perché sa che la prossima potrebbe essere lei. La prossima vittima di una tirannia che non risparmia nessuno. Brivido sugli accordi finali.
Lettura sinistra, fuori dal tempo in quella scatola nera, laccata, il pavimento rosso, laccato anche lui. Uguale a tante scenografie di Pizzi – il Macbeth della Rete lirica marchigiana, i Lombardi di Parma… contenitore nel quale ci può stare tutto. Dentro, questa volta, c’è Nabucco. Terzo titolo, terza tappa attraverso i Mondi lontani esplorati dal Festival Verdi di Parma. Dopo il Perù di Alzira e l’Egitto di Aida si torna a Gerusalemme. Eterno ritorno alle radici della cultura occidentale. La Grecia. E Gerusalemme. Veniamo tutti da lì. Fede e ragione. Poi distorte e manipolate da ideologie e tirannie. Si torna a Babilonia. Ai piedi della Torre. Confusione delle lingue. Ubris dell’uomo che vuole “salire” sino a dio. «Non son più re, son dio» delira Nabucco.
Ubris che non ha tempo. Perché l’uomo non smette di mettersi al posto di dio… dai tempi dell’Eden. Vuole mangiare il frutto dell’albero della conoscenza, vuole sapere, senza sperimentarlo, senza faticare, senza sporcarsi le mani… senza soffrire… cosa è bene e cosa è male. Magia e superstizione. Che arrivano quando la fede scompare. Ma il frutto resta proibito. Il frutto dell’albero del bene e del male. Perché la morale la si apprende vivendo. Peccato senza tempo volerla possedere. Peccato, ubris. Che Pizzi racconta nel suo Nabucco astratto.
I fatti si srotolano, la storia si svela, scorre. Eternamente uguale. Perché Nabucco è uno dei Verdi più pop. Non fosse che per il Va’ pensiero… canto di un popolo oppresso – non ha nulla di patriottico, come qualcuno vorrebbe elevandolo a nuovo Inno d’Italia – canto di un popolo deportato che ai salici di quella terra ha appeso le sue cetre… perché non si possono cantare i canti del Signore in un paese straniero. Canto di un popolo. Di tanti popoli. Ieri e oggi. Del popolo ucraino, di tanti popoli africani, della gente che nel Sud America vive nelle discariche… di chi soffre, in silenzio, nelle periferie delle nostre città occidentali. Del popolo palestinese… ostaggio di Hamas, ostaggio del governo israeliano e dei suoi alleati in armi… Ribaltamento della Storia… Brivido di fronte a un titolo come Nabucco, che interroga, oggi più che mai. Titolo difficile da porporre in tempi in cui l’oppressore è chi nel tempo è stato oppresso.
Necessario, dunque. Da ascoltare nella sua forza dirompente. Che è tutta nella musica. Che Pizzi, tutto sommato rispetta. Al netto di qualche caduta di stile come il Gran Sacerdote di Belo vestito come un vescovo cattolico (fuori stile, fuori contesto, fuori dalla Storia…) con mitria e pianeta… al netto dei soliti boys palestrati e mezzi nudi che scendono e salgono la scalinata come se fossero in una rivista di Wanda Osiris… al netto di una versione fetish di Abigaille, pantaloncini cortissimi, top e lungo strascico, tutto rigorosamente in pelle (o simil…) che Lidia Fridman sostiene benissimo con il suo fisico perfetto, ma soprattutto drammaturgico… parlante, capace di trasfigurarsi (certi sguardi ti restano dentro), di essere ogni volta il personaggio che il soprano è chiamata a interpretare. Carisma, forza, insieme alla voce, della Fridman.
Pizzi imprime ritmo e scorrevolezza al racconto. Grandi quadri, figure ritagliate dalle luci (efficace il lavoro di Massimo Pizzi Gasparon Contarini), scenografia praticamente azzerata, una menorah e poi il trono del terzo atto e la cascata d’oro dell’idolo del quarto atto (che peraltro arrivano direttamente dal Nabucco marchigiano), un bianco e nero della memoria nei costumi, sporcato da colori netti – alcuni audaci, come il viola che a teatro nessuno vorrebbe indossare… Elegante, curato, a tratti anche suggestivo, ma fondamentalmente innocuo lo spettacolo di un Pizzi anche questa volta uguale a se stesso – eppure il potenziale di un graffio sulla realtà c’è sempre, qui lo sguardo di Nabucco che si compiace del potere… qualche anno fa uno dei più bei Balli in maschera su un ring alla Fiera di Piacenza….
Uguale. Ma sempre diversa, nuova perché parla al nostro presente, prepotentemente, la musica di Verdi. Nabucco di popolo, Nabucco di sete di libertà e di giustizia. Nabucco di uomini che amano e soffrono, Nabucco di sentimenti forti, quelli che la vita ci costringe ad attraversare. Pennellate decise, ma anche colori tenui nella partitura della svolta, anno 1842, in debito con il passato, ma già piena di fermenti di futuro… il laboratorio verrà dopo, su altri titoli, ma Nabucco è già compiuto, perfetto. La restituisce nella sua potenza, teatrale e spirituale, Francesco Lanzillotta alla guida di una puntuale, ma non sempre a fuoco, orchestra del Teatro Comunale di Bologna – lo spettacolo arriverà in questa stagione al Comunale e al Carlo Felice di Genova. Nabucco di lotta e di governo, Nabucco sulle barricate, ma anche intimo e dettagliatissimo – sul leggio l’edizione critica di Roger Parker, nessun taglio che, comunque, in Nabucco non hanno mai senso e azzoppano l’architettura perfetta di Verdi e del librettista Temistocle Solera. Nabucco che nel canto ha il suo centro. Quello del Coro del Teatro Regio, verdiano, intenso (anche se non sempre in appiombo), applauditissimo nel (non bissato) Va’ pensiero.
Il canto di Ariunbaatar Ganbaatar, voce di velluto e cristallo, avvolgente e penetrante. Canto sempre sul testo quello del baritono mongolo, musicalissimo, intenzione in ogni nota, tecnica che si libera in un’interpretazione sempre in parte, dentro il personaggio, ma anche con un giusto distacco come se a tratti guardasse da fuori il re babilonese, mettendosi dalla nostra parte che osserviamo e riportiamo la Storia al nostro presente. Il canto di Lidia Fridman, fascino e carisma, voce che svetta in acuto e scende timbratissina e vertiginosa negli abissi. Abigaille. In tutto. Nel canto, nel gesto, nella resa scenica. Abigaille come ce ne sono poche – e quelle poche non sono le dive del momento. Entra in scena e l’attenzione è su di lei. Sulla figura ispirata, sul canto verdiano che racconta l’umanità della figliastra di Nabucco. Personaggio in cerca d’autore, anima inquieta che la Fridman disegna tutta sulla musica.
Il canto di Michele Pertusi, verdiano, intenso, commovente Zaccaria. Stile e misura nell’interpretazione del basso parmense. Il canto di Laura Verrecchia, musicalissima, commossa Fenena, anche nella fragilità di un colpo di tosse che rende umanissimo e toccante il suo Oh dischiuso è il firmamento e il dolente, straziante finale. Il canto del generoso Ismaele di AndréPs Moreno García. Il canto (e non è scontato) di un ottimo cast con il Gran Sacerdote di Belo di Adriano Garmigni, voce bella, di autentico basso, sempre sulla musica, sempre in primo piano, con l’Abdallo di Simone Fernotti, squillo e umanità, con l’Anna di una presentissima e svettante Maria Cristina Bellantuono.
Su tutti lo sguardo di Nabucco. Perché la Storia si ripete. Lo sguardo di un tiranno che ha il volto – il fascino subdolo – di tanti, troppi tiranni di oggi, tiranni con il volto della politica o con un sorriso ammiccante che spunta sullo schermo di un telefonino, tra uno scroll che sembra libertà, ma sa, drammaticamente, di schiavitù.
Nelle foto @Roberto Ricci Nabucco al Festival Verdi di Parma