La forza della vita nell’Orfeo di Shirin Neshat

Il Regio di Parma inaugura la stagione con l’opera di Gluck Storia di una coppia di oggi in crisi per la perdita di un figlio nella riuscita rilettura in bianco e nero della regista iraniana Fabio Biondi dirige la Toscanini, protagonista Carlo Vistoli

Basta un gesto. Una mano sul ventre di Euridice. Basta un gesto, quel gesto, per tirarti fuori dall’angoscia, bianca e nera, non ha colore, o forse sì, un grigio dolore, nella quale Shirin Neshat ti aveva tirato dentro, prepotentemente, senza che nemmeno ci sia stato il tempo per opporre resistenza, nel suo racconto di Orfeo ed Euridice. Racconto bellissimo, intenso, pugno nello stomaco che ti spezza il respiro. Vedi, ti vedi, in una storia che è quella di una perdita, dell’elaborazione del lutto, dell’impossibilità di ritrovare gli affetti perduti – perduti perché la vita te li ha toli. E non ci può essere lieto fine, se non trasfigurato in qualcos’altro… ma è presto per anticiparlo. Racconto, quello dell’artista iraniana, fotografa, regista che lavora con la forza delle immagini, racconto che ti getta in un abisso dal quale vorresti scappare. Guardi dov’è la porta di uscita. In teatro, certo, c’è. Ma ti sembra non esista. Murata. Perché con la testa – e forse anche con il corpo – sei in quel teatro anatomico dove Orfeo guarda dentro se stesso. Il suo corpo steso sul lettino. Lui a osservarsi dall’esterno. E a costringere noi a guardarci dento.

Potere della lettura di Shirin Neshat del capolavoro di Christop Willibald Gluck che ha inaugurato la stagione del Teatro Regio di Parma (repliche sino al 31 gennaio, da non perdere). Un racconto per immagini – le scene bellissime di Heike Vollmer, i costumi austeri di Katharina Schlipf, le luci sempre drammaturgiche di Valerio Tiberi. Immagini potenti. Un racconto scarno (drammaturgia di Yvonne Gebauer che va al cuore del messaggio che ancora oggi ci trasmette il mito) quello dell’artista iraniana che senza fare violenza al testo musicale e letterario – sul leggio la versione di Vienna dell’Orfeo, quella del 1762, in italiano – immagina una cornice per la discesa agli inferi di Orfeo nella speranza di riportare in vita Euridice. Cornice discreta, tutta sulla storia, nessuna forzatura nel racconto in bianco e nero, in bilico tra pellicola neorealista e performance live, della Neshat.

Un uomo e una donna di oggi. Sposi. In crisi. Dormono dandosi le spalle. Anzi, non dormono. Gli occhi aperti, guardano nel vuoto. Le guance di lei solcate dalle lacrime. Che lui non ha più. Li divide un dolore inumano. La perdita di un figlio, che Euridice vede nel chiarore del mattino. Oltre la finestra. Lei cerca un abbraccio del marito. Abbraccio (e affetto) negato. Una mano che si sfila dall’altra… come nella perdita che verrà. Così lei apre quella finestra e si getta nel vuoto. Tutto in silenzio. Poi parte la musica di Gluck (vertigine nella lettura di Fabio Biondi che trasfigura la Filarmonica Toscanini nel suono e nelle intenzioni e nello stile) che stride, che sembra fuori sincro sulle immagini drammatiche – un vero cortometraggio, curatissimo e c’è un direttore della fotografia, Rodin Hamidi – che scorrono sul velo che chiude il palco. Quarta parete che svanisce nella caduta nel vuoto di Euridice. Che poi è lì, stesa sul pavimento del tinello di casa – come lo sarà alla fine, quando lo sguardo proibito di Orfeo si poserà su di lei condannandola nuovamente alla morte. Entra un sacerdote. Benedice la salma. Orfeo piange la morte della moglie. Piegato dai rimorsi per quell’abbraccio mancato. Strappa il lenzuolo che la copre. Urla il suo dolore. Si aggira per la casa. Glki sembra di poter abbracciare la moglie nel letto. Ma è solo una visione. Un’illusione. Il letto resta vuoto. Così come il cuore.

Entra un angelo. Visione (sempre rigorosamente in bianco e nero) alla Wim Wenders. Lunghe ali bianche. Giacca e cravatta bianco sporco. E inizia il viaggio di Orfeo al quale Giove – così annuncia l’Amore di Theodora Raftis – concede di scendere da vivo nel regno dei morti per riportare in vita Euridice. Orfeo attraversa la porta che separa vita e morte. Enorme, incombente. La maniglia in alto, difficile da afferrare. Quasi un incubo, dove la realtà si deforma e assume altri significati. E il regno dei morti è un obitorio dove i cadaveri dei suicidi (con tanto di cartello che li cataloga) aspettano il loro turno per l’autopsia. Le furie e gli spettri sono personaggi inquietanti, simili a quei volti e a quei corpi che ci fissano ogni giorno negli incubi metropolitani. Stanno sugli scranni della sala. Guardano in basso, si protendono minacciosi. Verso quello lettino dove è steso Orfeo. L’altro Orfeo, quello che Orfeo guarda, guardandosi dentro. Osservandosi dall’esterno. Discesa agli inferi che è discesa negli abissi dell’uomo.

Orfeo canta, perché il mito dice che con la musica (e quanto mai è necessario ritornare a questo, alla potenza e alla forza della cultura) riesce a convincere le furie e gli spettri infernali a restituirgli Euridice. Canta nel microfono di una vecchia radio – perché quel mondo altro immaginato dalla Neshat sembra congelato in un indefinito Novecento. Canta nel microfono di una vecchia radio e le porte si aprono. Orfeo ritrova Euridice in un labirinto di cadaveri. Una lotta. La morte non vuole restituire chi è morta alla vita. Ma Orfeo vince. Riporta in vita Euridice. Passa ancora da q1uella porta pesante. La chiude dietro di sé. Ma le ombre incombono. Non resiste e si volta a guardarla – lo incita lei, lo fa dubitare di se stesso. «Che barbara sorte, passar dalla morte a tanto dolor» sferza Orfeo l’Euridice di Francesca Pia Vitale, un soffio, una carezza di voce. Lui cede. Euridice muore. Ancora.

«Che farò senza Euridice» canta magnificamente Carlo Vistoli. Inquieto, venato di ombre e sporco di vita il canto del controtenore romagnolo, voce bella, intensa, avvolgente. Mai forzata, scorre sempre con una naturalezza che sorprende e evoca. Evoca il dolore di un uomo che non può lasciare indifferente. Euridice è ancora lì, sul pavimento del tinello. Morta. E negli occhi di Orfeo balena il gesto estremo. La musica racconta il dramma. Biondi, che padroneggia come pochi questo repertorio, la restituisce nella sua asciutta essenzialità, nella sua drammatica verità. La Toscanini lo segue benissimo. Il coro del Regio di Martino Faggiani, coro d’opera, abituato ai Verdi di battaglia, si trasfigura in un continuo mutare di accenti – quelli delle furie e quelle di uomini e donne che festeggiano in un lieto fine che non ha, però, proprio questo sapore…«Trionfi amore…». Quell’Amore risolve il tutto. Restituisce la sposa allo sposo. Eppure… la gabbia di fiori che Orfeo le costruisce addosso le sta stretta. Euridice se la strappa. Si risiede, sola, sul letto. Rivede il figlio. Guarda oltre la finestra. Quotidianità che non lascia speranza. Che sembra una condanna. «Quel sospetto che il cor tormenta alfin diventa felicità». Shirin Neshat, bellezza persiana che affascina e stordisce, gli occhi che scavano nel profondo, incorniciati da un trucco nero, che ti fanno affacciare sulla vertigine della storia… Shirin Neshat non accetta il lieto fine… nessun «e vissero tutti felici e contenti…». Non lo contempla, lo sa lei, lo spapaiamo noi, la vita che viviamo ogni giorno.

Ma c’è quel gesto. Una mano che Euridice posa sul suo ventre. Il dolore l’ha forgiata. Basta un gesto, quel gesto. Inaspettato. Ma necessario. Una mano sul ventre. Sul grembo della vita. Quella vita che, pensi respirando speranza dopo l’angoscia, rinasce in lei.

Nelle foto @Roberto Ricci Orfeo ed Euridice al Teatro Regio di Parma

Articolo pubblicato in parte su Avvenire del 27 gennaio 2026