Il soprano che si è formato all’Accademia del Teatro alla Scala debutta al Piermarini nel ruolo della protagonista di Traviata «Sono cresciuta artisticamente qui, devo tanto alla Scala» Matrimonio a dicembre con Carlo, compagno di Conservatorio «Cantare non implica scegliere tra carriera e vita privata»
Sul palcoscenico del Teatro alla Scala c’è stata molte volte. Dal 2017, allieva dell’Accademia, impegnata negli spettacoli in cartellone al Piermarini… L’elisir d’amore, Prima la musica poi le parole, Gianni Schicci… E col tempo in molti titoli… Il matrimonio segreto, Li zite ‘ngalera, Werther, L’Orontea, Rigoletto… a volte in una piccola parte, altre come protagonista, come Gilda. «Ma questa volta la sensazione è diversa, bella. Durante le prove mi è capitato di guardarmi intorno e sorridere, pensando che mi trovavo proprio nel luogo in cui, tanti anni fa, avevo sperato di poter essere un giorno». Quel giorno per Francesca Pia Vitale c’è stato tante volte. Ma tra poco ce ne sarà uno tutto particolare. «Che fa sì che questa sensazione che ho avvertito in prova sia difficile da spigeare, ma sia una delle cose più belle di questo debutto». Il debutto come Violetta nella Traviata di Giuseppe Verdi. «Una Traviata al Piermarini l’ho già cantata, era il 2020, pieno Covid, spettacolo in forma semiscenica con la bacchetta di Zubin Mehta… ma ero Annina» racconta il soprano nato a Nola nel 1995. Lo studio del pianoforte al Conservatorio Cimarosa di Avellino, nel 2018 il diploma in canto lirico. L’Accademia della Scala e tanti ruoli… Verdi e Puccini, Bellini e Donizetti. Quest’anno Dialogues des Carmelites di Poulenc a Torino con Robert Carsen, Orfeo ed Euridice di Glück a Parma con Shrin Neshat. Ora il debutto in uno dei ruoli più popolari di sempre, la Violetta di Traviata, nello storico allestimento del 1990 di Liliana Cavani – era il 20 aprile, sul podio Riccardo Muti, in scena Tiziana Fabbricini. Oggi sul podio c’è Michele Gamba. «È difficile separare l’emozione del debutto dal significato che ha per me. La Scala è il teatro in cui sono cresciuta artisticamente, dove ho studiato, dove ho avuto le mie prime esperienze professionali e dove, in qualche modo, ho imparato a immaginare la cantante che volevo diventare» racconta il soprano che in questo nuovo giro di repliche dell’opera verdiana (dodici, sino al 15 ottobre, praticamente tutte esaurite) si passa il testimone nei panni della protagonista con Nadine Sierra. E il 26 settembre, quando Francesca Pia Vitale debutterà – Francesca ha cantato già la prova generale, festeggiatissima da tutto il teatro – l’allestimento della Cavani, raggiungerà quota cento repliche. «Tornare alla Scala come Violetta – dice il soprano – ha qualcosa di profondamente simbolico».
Quali sono, Francesca Pia Vitale, le sensazioni alla vigilia del debutto come Violetta sul palcoscenico del Teatro alla Scala?
«In questi giorni sento soprattutto una grande concentrazione. Violetta è un personaggio che richiede molto, vocalmente e soprattutto umanamente, e sto cercando di arrivare al debutto con la maggiore apertura possibile, senza voler controllare tutto. È un ruolo che mi sta chiedendo di lasciarmi attraversare dalla storia, più che semplicemente di interpretarla».
E come si è preparata? Tabula rasa o uno sguardo alle Violette del passato? E quali sono le sue Violette di riferimento?
«Non credo molto nella tabula rasa assoluta. Quando affronti un personaggio così sedimentato nella storia dell’opera è inevitabile confrontarsi con ciò che è venuto prima di te. Per me, però, il punto è non cercare una Violetta da imitare. Ho ascoltato e guardato molte interpreti, perché trovo affascinante vedere quanto possa essere diverso lo stesso personaggio nelle mani di artiste diverse. Ci sono Violette che mi hanno colpito per la loro musicalità, altre per la parola, altre ancora per la capacità di portare in scena una fragilità quasi disarmante. Penso a Maria Callas, Mirella Freni, Renata Scotto, ma anche ad Anna Netrebko, Marina Rebeka ed Ermonela Jaho. Sono tutte interpreti molto diverse tra loro e proprio questa diversità mi interessa. Non cerco quindi di prendere da qualcuna di loro una “formula”. Al contrario, confrontarmi con tante Violette mi ha aiutato a capire ancora meglio quale fosse la mia».
E chi è, allora, la sua Violetta?
«Una donna molto giovane, che vive inizialmente dentro un mondo in cui sembra avere tutto sotto controllo e che progressivamente scopre una vulnerabilità che non può più nascondere. Mi interessa moltissimo questo contrasto tra l’immagine che Violetta costruisce di sé e ciò che accade realmente dentro di lei. Per questo ho cercato di studiare la musica, il testo e il sottotesto in modo molto approfondito, ma anche di lasciare che il personaggio prendesse forma attraverso il lavoro in sala e in palcoscenico. Forse una delle difficoltà maggiori, per me, è proprio riuscire a mantenere una certa lucidità mentre sono dentro un personaggio. Ho sempre avuto la tendenza a viverlo molto profondamente e non è sempre facile riuscire, allo stesso tempo, a osservarlo anche da fuori. Con Violetta, in particolare, è stato quasi impossibile: è un personaggio che mi coinvolge molto e che in alcuni momenti mi porta completamente dentro quello che sta vivendo. Ma credo che sia anche una parte di ciò che cerco nel teatro. Non vorrei essere semplicemente una persona che esegue quello che ha studiato, ma arrivare a un punto in cui quello che accade al personaggio mi riguarda davvero. Naturalmente sul palcoscenico bisogna poi avere anche la lucidità tecnica per governare tutto questo. È un equilibrio che sto ancora imparando a trovare».
È in scena in un allestimento storico. Come è stato il lavoro per la costruzione del personaggio sia con la regista Liliana Cavani che con il direttore Michele Gamba?
«È stato un lavoro molto intenso, perché un allestimento che appartiene alla storia della Scala non significa affatto che il lavoro sul personaggio sia già fatto. Al contrario, devi trovare dentro una struttura così conosciuta una verità che sia tua. Con Michele Gamba il lavoro è stato molto meticoloso dal punto di vista musicale, ma anche molto legato alla parola e al teatro. Abbiamo cercato di guardare a Traviata con occhi nuovi, senza dare per scontato nulla di quello che già conosciamo dell’opera. Anche un titolo così profondamente radicato nella tradizione può rivelare qualcosa di nuovo. Per me è fondamentale che orchestra, voce e azione scenica non procedano su binari separati. In Traviata la musica racconta continuamente quello che i personaggi non riescono a dire, e trovare questo equilibrio è stato uno degli aspetti più interessanti del lavoro. Con Liliana Cavani abbiamo lavorato molto sull’umanità del personaggio, sulla necessità di renderlo credibile al punto da creare nel pubblico una sorta di compassione per Violetta. Non volevamo semplicemente una donna che soffre, ma una donna che cerca continuamente di proteggersi, anche attraverso la leggerezza, la seduzione e una certa distanza emotiva. Credo che proprio questa sua capacità di mostrarsi forte, mentre dentro è molto più fragile, sia una delle cose che la rendono così umana».
A proposito, regie tradizionali o moderne? Nel Rigoletto scaligero, ad esempio, è stata in due diverse edizioni sia il Paggio che Gilda, uno con la regia tradizionale di Gilbert Deflo, mentre nell’altro la regia di Mario Martone portava la vicenda ai giorni nostri.
«Non credo di avere una preferenza tra regie tradizionali e moderne in quanto tali. Per me una regia funziona quando riesce a trovare una verità nel testo e nella musica, indipendentemente dall’epoca in cui decide di ambientare la vicenda. Ho avuto la possibilità di vivere entrambe le esperienze proprio alla Scala: nel 2019 ero il Paggio nel Rigoletto di Gilbert Deflo, mentre nel 2025 ho interpretato Gilda nell’allestimento di Mario Martone, ambientato ai giorni nostri. Sono state due esperienze molto diverse e proprio per questo interessanti: mi hanno fatto capire quanto uno stesso titolo possa cambiare a seconda dello sguardo del regista, senza per questo perdere la propria essenza. Nel caso di Martone, per esempio, portare Rigoletto nel presente non significava per me allontanarsi dall’opera, ma trovare un modo per far emergere con ancora maggiore immediatezza alcuni dei suoi temi e delle dinamiche tra i personaggi. Quello che cerco, quindi, è soprattutto una regia che abbia un senso, che nasca da un pensiero e che mi permetta di credere davvero a quello che sto facendo. Non ho bisogno che sia moderna per trovarla interessante, così come non penso che una regia tradizionale sia necessariamente più fedele all’opera».
Che effetto le fa cantare in un ruolo da protagonista sul palco del teatro dove si è formata? Che anni sono stati quelli in Accademia e come l’hanno forgiata?
«È una sensazione particolare, perché alla Scala ho vissuto contemporaneamente la dimensione della studentessa e quella della giovane professionista. Sono entrata in Accademia a ventun anni con una grande voglia di fare, ma anche con tantissime cose da imparare. Sono stati anni molto intensi. L’Accademia mi ha insegnato soprattutto il valore del lavoro quotidiano, della disciplina e del confronto. E il fatto di poter lavorare in Scala mi ha dato la possibilità di crescere ancora, in un ambiente in cui tutti sono molto bravi e che ti porta inevitabilmente a confrontarti con te stessa: a capire quali sono le tue qualità, ma anche su cosa devi ancora lavorare. Ricordo, per esempio, uno dei miei primi debutti. Ero molto nervosa e non ero affatto sicura di farcela. Il direttore di scena mi fermò e mi disse una cosa che non ho mai dimenticato: “Se sei qui significa che ci sono tante persone che credono in te, ma prima di tutti devi essere tu a credere nelle tue potenzialità. Devi essere tu la prima a riconoscere quello che puoi dare, altrimenti come vuoi che lo riconoscano gli altri?”. All’epoca ero molto giovane e forse non ne avevo ancora capito fino in fondo il significato. Negli anni, però, mi sono resa conto di quanto fosse importante. Ci sono momenti in cui hai bisogno che qualcuno ti sostenga, ma arriva sempre un punto in cui devi assumerti la responsabilità di quello che sei e di quello che puoi fare. Quella frase mi è rimasta dentro proprio per questo e ancora oggi, prima di entrare in scena, mi torna in mente. Oggi, quando entro in Scala, in qualche modo sono ancora la ragazza che ero allora, solo con qualche consapevolezza in più. E forse è proprio questo che rende questo debutto così difficile da spiegare. Non sto semplicemente tornando in un teatro importante, sto tornando nel luogo da cui è partita la mia storia. È un luogo che sento un po’ come casa. Anche perché, ogni volta che torno, c’è sempre qualcuno nei corridoi che mi ferma e mi dice: “Francy, che bello che sei tornata”».
E alla Scala, dopo Traviata, canterà nel Don Giovanni di Mozart.
«Sono molto felice di tornare alla Scala con quest’opera anche perché sarà un’occasione per farmi ascoltare in questo teatro attraverso un repertorio diverso e mostrare un’altra parte della mia identità artistica. E c’è un aspetto a cui tengo particolarmente, ritroverò Robert Carsen, con cui ho già avuto la possibilità di lavorare in due occasioni importanti per me, nell’Orontea di Cesti alla Scala e poi nei Dialoghi delle Carmelitane di Poulenc a Torino. È un regista che ha creduto molto in me e con cui sento di avere costruito un rapporto artistico molto bello. Tornare a lavorare insieme, questa volta su Don Giovanni, mi fa quindi particolarmente piacere. Sarà interessante vedere cosa nascerà da questo nuovo incontro e, soprattutto, poter continuare a costruire il mio percorso alla Scala attraverso personaggi e repertori diversi».
Nelle foto @Marco Borrelli Francesca Pia Vitale
Come è entrata la musica nella sua vita? Sognava già da piccola di fare la cantante?
«La musica è entrata nella mia vita abbastanza presto. Quando da piccola mi chiedevano “Cosa vuoi fare da grande?”, la risposta era sempre la cantante. Naturalmente, a quell’età non immaginavo ancora la cantante lirica. Non sono cresciuta in una famiglia con una particolare cultura operistica e quel mondo per me era ancora sconosciuto. È arrivato tutto gradualmente. Quello che ricordo è di aver sempre avuto un rapporto molto istintivo con la musica. Cantare mi veniva naturale e, a un certo punto, ho capito che non era semplicemente una passione, era qualcosa di cui avevo bisogno. Poi ho conosciuto Maria Callas, la sua voce, la sua intensità mi hanno aperto un mondo che non conoscevo. Mi sono chiesta tante volte come fosse possibile che una registrazione potesse emozionarmi in quel modo. Ricordo soprattutto la sua Casta Diva, che mi ha accompagnata per tanti anni e che in qualche modo è rimasta legata alla mia idea di cosa potesse essere il canto. Crescendo, è arrivata anche la consapevolezza di quanto lavoro ci fosse dietro quella libertà che da fuori sembrava così naturale. Credo che il passaggio fondamentale sia stato proprio questo, dare una forma e una direzione a qualcosa che avevo sempre sentito dentro di me, senza perdere quella parte istintiva che mi aveva portato a cantare fin dall’inizio».
Chi l’ha sostenuta? A chi deve dire grazie?
«Sono tante le persone a cui devo qualcosa e non mi piacerebbe ridurre tutto a un unico nome. La carriera di un cantante è fatta di incontri, insegnamenti, occasioni e anche di persone che magari ti dicono una cosa apparentemente piccola, ma al momento giusto. Devo molto alla mia famiglia, innanzitutto, perché mi ha permesso di inseguire questa strada. A quello che oggi è mio marito, che è stato il mio primo fan già tra i banchi del Conservatorio e che negli anni è stato per me un sostegno importantissimo soprattutto nei momenti in cui avevo bisogno di qualcuno che credesse un po’ più di me in quello che stavo facendo. E poi devo molto agli insegnanti, ai musicisti con cui ho lavorato, ai direttori e ai registi che mi hanno dato la possibilità di crescere. Al mio agente, che negli anni ha saputo accompagnare il mio percorso con attenzione, aiutandomi a fare scelte importanti e a costruire un cammino che sentissi davvero mio. E alla Scala, che per me ha un significato particolare: non si è limitata a essere il luogo in cui mi sono formata, ma ha continuato a darmi fiducia anche dopo l’Accademia, offrendomi negli anni nuove possibilità e permettendomi di tornare, crescere e misurarmi con esperienze sempre diverse. Credo però che la cosa più importante sia riuscire a portarsi dietro questi incontri e queste persone, senza dare mai per scontato quello che hanno fatto per noi».
Qual è il suo repertorio? Come lo costruisce e come lo vede evolversi?
«Sono stata definita più volte come un soprano dal repertorio eclettico. In effetti, i ruoli che ho affrontato riflettono proprio la mia voglia di mettermi in gioco, di scoprire cose nuove della mia voce e, soprattutto, di capire che cosa ogni repertorio può dare alla mia voce. Credo che ogni autore, ogni epoca e ogni personaggio possano insegnarti qualcosa di diverso e farti scoprire aspetti dello strumento che magari non avevi ancora incontrato. Questo, però, non significa voler cantare tutto. La curiosità deve sempre andare di pari passo con il massimo rispetto per quello che è il mio strumento. La voce va conosciuta, ascoltata e accompagnata nel tempo, senza forzarne i tempi naturali. Credo che il repertorio debba crescere insieme alla persona e alla voce. Non voglio avere fretta di dimostrare di poter cantare tutto, preferisco arrivare a un ruolo quando sento che c’è qualcosa di nuovo che posso dire attraverso di esso. In questo momento mi interessa molto ampliare il mio repertorio, mantenendo però una linea di continuità. Cerco ruoli che mi permettano di sviluppare la voce senza snaturarla, e che allo stesso tempo mi facciano crescere come artista. Mi piace l’idea che ogni nuovo personaggio aggiunga qualcosa al percorso, senza cancellare quello che è venuto prima. Il mio repertorio, quindi, è ancora in costruzione. E forse è proprio questa la parte che trovo più interessante, continuare a scoprire, con il tempo, dove può portarmi la mia voce».
Come mettersi al riparo dalla fretta di debuttare tutto e subito, cercando di preservare voce e carriera?
«Credo che la parola fondamentale sia ascolto. Ascoltare la propria voce, ma anche imparare ad ascoltare le persone di cui ci si fida. Nel nostro mestiere ogni proposta importante può sembrare automaticamente un’occasione da non perdere. In realtà non tutto ciò che è importante per la carriera lo è necessariamente anche per la voce, soprattutto in quel preciso momento. Per me preservare la voce significa anche non avere fretta. Un ruolo non scappa. Se oggi non è il momento giusto per cantarlo, può diventarlo tra due o tra cinque anni. La carriera è lunga e io cerco di costruirla pensando soprattutto alla continuità. E poi bisogna imparare a non confondere la difficoltà con il valore. Non penso che un ruolo sia necessariamente più importante perché è più pesante o più rischioso. A volte la scelta più difficile è proprio quella di aspettare».
Ha detto dei no, dunque?
«Sì, certamente. E alcuni no sono stati difficili, ma anche cruciali. Dire di no significa accettare di rinunciare, almeno temporaneamente, a qualcosa che sulla carta può sembrare molto allettante. Ma credo che sia una parte necessaria della crescita di un artista. A volte un no non significa “non voglio farlo”, ma “non voglio farlo adesso”. È una differenza enorme. Ho imparato che proteggere un percorso significa anche avere il coraggio di aspettare. Violetta ne è forse l’esempio più bello. Negli anni precedenti ho detto di no a questo ruolo, anche quando sarebbe stato molto facile lasciarsi tentare. Non è stato sempre semplice, perché naturalmente una parte di te pensa: “E se poi questa occasione non tornasse?”. Però sentivo che dovevo aspettare. Volevo arrivare a Violetta quando avrei sentito che era davvero il momento, e oggi penso che quella scelta abbia avuto un senso. In qualche modo, alla fine, i pianeti si sono allineati: posso fare questo debutto proprio alla Scala, nel teatro in cui mi sono formata, con un personaggio che desideravo da tempo. E forse la cosa più bella è proprio questa: quando ho detto quei no, non sapevo che sarei arrivata qui. Ho semplicemente scelto di fidarmi del mio percorso».
Quali sono gli spettacoli che ricorda con particolare affetto?
«È una domanda difficile, perché gli spettacoli che ricordo con più affetto non sono necessariamente quelli che considero più importanti per la mia carriera. Ci sono momenti che rimangono dentro per ragioni completamente diverse. Penso sicuramente al jump-in di Gilda all’Opéra Bastille di Parigi, un’esperienza totalmente inattesa. È stata una di quelle occasioni in cui impari a fidarti di quello che hai costruito fino a quel momento. Poi penso al debutto come Leïla nei Pescatori di perle di Bizet a Palm Beach. È stato un momento molto diverso, lì ricordo soprattutto il piacere della scoperta, di entrare in un personaggio e in un repertorio che mi permettevano di mostrare un’altra parte di me. Ci sono spettacoli che ti mettono alla prova e altri che ti fanno semplicemente capire quanto ami quello che stai facendo. E poi c’è Merope di Terradellas a Barcellona, un progetto a cui sono particolarmente affezionata. Era un titolo meno conosciuto e un’esperienza molto particolare, anche per il lavoro con un’orchestra speciale, l’Akademie für alte Musik di Berlino, che mi ha dato la possibilità di confrontarmi con una musica che non avevo mai affrontato prima. È un’esperienza che mi è rimasta nel cuore anche per tutto quello che è venuto dopo. In realtà, però, se penso agli spettacoli che ricordo con più affetto, mi vengono in mente soprattutto le persone e i momenti che ci sono stati intorno. A volte è un debutto, una prova, una difficoltà superata insieme o semplicemente qualcuno che ti ha detto una cosa al momento giusto a rendere uno spettacolo davvero indimenticabile».
Dove si vede tra dieci anni? Dove le piacerebbe cantare e cosa?
«Non riesco a immaginarmi tra dieci anni attraverso una lista precisa di teatri e ruoli. Mi piacerebbe guardarmi indietro e riconoscere una continuità nel percorso che sto costruendo oggi, insieme al mio agente e alle persone che mi stanno accompagnando. Vorrei continuare a cantare nei grandi teatri, certamente, ma soprattutto vorrei arrivarci con una voce integra, curiosa e ancora capace di emozionarsi. Mi piacerebbe poter affrontare personaggi molto diversi tra loro, senza sentirmi imprigionata in una sola idea di soprano. E vorrei continuare a fare questo mestiere con la stessa curiosità e la stessa gratitudine con cui lo sto facendo oggi. Forse è l’unica cosa che mi sento davvero di augurarmi per i prossimi dieci anni».
Nella vita che musica ascolta?
«Ascolto davvero un po’ di tutto, jazz, musica sinfonica, musica italiana e internazionale, colonne sonore. Non ho mai avuto un rapporto esclusivo con un genere e mi piace lasciarmi sorprendere dalla musica, anche quando è molto lontana da quello che faccio professionalmente. E, paradossalmente, a volte mi piace anche non ascoltare affatto musica. Mi piace svegliarmi con gli uccelli che cantano, sentire il vento, la pioggia e soprattutto i temporali. I tuoni, per esempio, per me sono il rock di Madre Natura. Forse proprio perché la musica fa così profondamente parte del mio lavoro, ogni tanto sento il bisogno di ascoltare qualcosa senza doverlo analizzare, studiare o interpretare. Anche i suoni della natura, o semplicemente il silenzio, possono essere una forma di musica».
Qual è il suo rapporto con i social?
«Sono cresciuta insieme ai social, quindi fanno inevitabilmente parte del mio mondo e anche del mio lavoro. Allo stesso tempo, però, ci sono momenti in cui sento proprio la necessità di starne alla larga. Forse perché, quando sei sempre esposta e sempre in movimento, ogni tanto hai bisogno di uno spazio che non debba essere raccontato. Mi piacerebbe essere più presente, anche perché sento di avere delle idee e di saperle elaborare. Quello che mi manca, forse, è la pazienza: i social richiedono una continuità e un’attenzione che non sempre riesco a dedicargli. Mi piace però l’idea di usarli per raccontare qualcosa che vada oltre il palcoscenico. Non necessariamente tutto della mia vita, ma quelle cose che sento davvero di voler condividere e che possono permettere a chi mi segue di conoscere anche la persona oltre alla cantante. Per me dovrebbero essere un’estensione, non un altro palcoscenico sul quale sentirmi obbligata a stare continuamente».
C’è spazio per la famiglia nella carriera di una cantante lirica?
«Deve esserci. Non credo che per fare questo mestiere si debba necessariamente scegliere tra la carriera e la vita privata, anche se certamente non è sempre semplice trovare un equilibrio. Il nostro è un mestiere che ti porta continuamente da una città all’altra e che spesso ti costringe a vivere secondo tempi che non sono quelli della vita normale. Nove anni fa sono arrivata a Milano per iniziare il mio percorso all’Accademia e Carlo mi ha raggiunto poco dopo. Ci siamo conosciuti molto giovani, sui banchi del Conservatorio, e da allora abbiamo condiviso praticamente tutto il percorso della mia vita, personale e professionale. Dopo tanti anni insieme, ci siamo sposati lo scorso dicembre. Ha conosciuto le mie insicurezze, le attese, le partenze, i ritorni, le porte chiuse, le audizioni andate male e anche tutti quei momenti che dall’esterno non si vedono. In qualche modo, ha vissuto insieme a me anche la parte meno visibile di questo mestiere. Credo che avere accanto una persona che conosce davvero tutto questo faccia una grande differenza. Carlo conosce la cantante, naturalmente, ma conosce soprattutto Francesca al di là del palcoscenico. E per me è importante avere qualcuno con cui poter tornare a casa e semplicemente smettere di essere “la cantante”. Anche il mio agente dà molta importanza a questo aspetto: per lui è importante che io abbia una vita al di fuori del lavoro, che ci sia spazio per gli affetti e per tutto ciò che mi permette di stare bene. Quando torni a casa dopo uno spettacolo, dopo tutta l’adrenalina e le emozioni che hai vissuto, sapere di poterle condividere con qualcuno fa sentire meno soli. E credo che tutto questo abbia un valore anche sul palcoscenico: quello che viviamo fuori dal teatro, le persone che amiamo e le emozioni che attraversiamo ci permettono di portare in scena qualcosa di vero. La carriera occupa una parte enorme della mia vita, ma non è tutta la mia vita. Credo che sia proprio questo equilibrio, per quanto non sempre facile, a permettermi di vivere il mestiere con maggiore serenità e di tornare sul palcoscenico con qualcosa di vero da raccontare».
Nelle foto @Brescia/Amisano Teatro alla Scala Francesca Pia Vitale in Traviata