Le siège de Corinthe inugura il Rossini opera festival 2026 Protagonista Vasilisa Berzhanskaya, Carlo Rizzi sul podio Spettacolo politico tra spazzatura reale e trash social
Spazzatura. Ovunque. Bottiglie e bottigliette galleggiano nel mare. Un mare disegnato con l’intelligenza artificiale. Ma più vero del vero nel suo desolante deserto di plastica. Sacchi. A cumuli. Fagocitano l’arte classica. Il tronco sbrecciato di un tempio. Ingabbiato da ponteggi per far sì che possa sopravvivere. Stampella del tempo (presente) al tempo (passato). Soffocato, il lacerto di un tempio, soffocate le statue intrise di una bellezza ideale e irraggiungibile. Il tronco sbrecciato di un tempio sommerso da sacchetti di plastica. Colorati, quasi a voler mitigare con un tocco di vitalità il nero del cancro che contengono. Spazzatura. Trash. Come quello che fagocita, che soffoca il nostro mondo. Si insinua attraverso i social – prima erano state le tv commerciali… ora nemmeno quelle “di stato” si salvano. Dilaga in post e reel. Contamina inesorabile nei repost. In quei continui copia e incolla delle vite degli altri che basta un scroll per archiviare. Eppure c’è. E corrompe.
Il trash, la spazzatura di un mondo che consuma tutto in fretta. Una vita in diretta, live. Sempre connessi. Mai essere offline. Una vita da catturare sullo schermo di uno smartphone e salvarla nella galleria… per mai più rivederla, poi, tra migliaia di file. Una vita vista attraverso uno schermo. Mai con gli occhi puntati sul mondo, ma su quella finestrella virtuale che alla fine fa male alle pupille. Il trash, la spazzatura di un mondo che butta nel cestino. Seppellisce ideali ed etica in discariche a cielo aperto sotto cumuli di rifiuti – le discariche della realtà virtuale, a cielo aperto, appunto, nella quale appena si può ci si immerge… La spazzatura. Il trash che soffoca (volontariamente, forse, disegno politico predeterminato pensano alcuni di una certa parte politica) la cultura. Che la seppellisce dopo averla dissotterrata dai depositi del tempo. Un tempo messa nei musei, dopo averla strappata ai sedimenti della terra. Oggi chiusa in container. Che non sono solo quelli fisici. Ma sono quelli della memoria, memoria di anziani, memoria di libri che nessuno più apre, memoria che affonda sempre di più. Corinthe, scritto in rosso, con una bomboletta spry, sigilla il deposito del tempo. Scrigno di bellezza. Che la spazzatura, il trash, fagocita.
Immagine potente, fisica, ma che rimanda ad altro, quella che Davide Livermore sceglie come cifra del suo Le siège de Corinthe che inaugura l’edizione numero quarantasette del Rossini opera festival di Pesaro. Il marchio inconfondibile del Rof sui container che durante la sinfonia si aprono e vomitano pietre sul palco. Una nuvola di polvere. Siamo dentro, subito, in questo caveau. Sigillato. Ma nel quale, basta un attimo, il mondo si insinua. Il mondo che soffoca la cultura con il trash… Perché l’assedio del titolo è quello della controcultura. E la Corinto immaginata da Gioachino Rossini e dal librettista Luigi Balocchi – ancor di più da Alexandre Soumet che firma il testo francese, perché Le siège è il rifacimento per Parigi del Maometto II, andato in scena, con poca fortuna, nel 1820 a Napoli… in Francia debutta nel 1826, esattamente duecento anni fa… La Corinthe immaginata da Rossini, da Balocchi e da Soumet sono l’arte, la cultura, preda di chi (volontariamente, forse, disegno politico predeterminato pensano alcuni di una certa parte politica) vorrebbe silenziarle. Troppo intrise di umano per poter circolare in una società che disumanizza. Pericolose, l’arte e la cultura, dice Livermore in quello che si rivela uno dei suoi spettacoli più politici. Perché parla di noi, del nostro presente. Rimette al centro il valore della polis. La cittadinanza. Politico. Non partitico. Perché non c’è destra e sinistra e centro. Tutti appiattiti. Tutti accomunati da una responsabilità comune, lo svuotamento valoriale del bello… dell’arte, della cultura – e l’elenco potrebbe continuare parlando di clima, di guerra, di tolleranza, di sanità, di scuola… chi è senza peccato, si diceva un tempo…
La prima pietra la scaglia Livermore. Scuote, con uno spettacolo all’apparenza “tradizionale” (bellissimi i costumi con i quali Gianluca Falaschi reinventa la classicità nella quale Livermore sceglie di calare la vicenda collocata, a libretto, a metà del quindicesimo secolo… scene dello stesso Livermore, di Eleonora Peronetti e di Paolo Gep Cucco, mix di stili e di epoche), ma che si “sporca” di attualità, di telefonini sempre accesi e sempre puntati in faccia (a se stessi per un selfie e agli altri per catturarne l’anima), sempre puntati sulla realtà per fermarla e imbalsamarla in un fotogramma – i musulmani di Maometto II percuotono i greci di Cléomène, scorre il sangue, ma la folla preferisce fare video, piuttosto che mettersi dalla parte di chi soffre… immagine tragica di tanti eventi contemporanei.
Si sporca di vita. Si riempi di spazzatura, il trash che fagocita il nostro mondo. Rossini racconta un assedio storico, quello del sultano Maometto II che dopo Costantinopoli piomba su Corinto – ci mette anche l’inevitabile storia d’amore, Pamyra, la greca, ama Maometto non sapendo, però, che è Maometto, quando scopre che è il capo dei nemici cede alla patria (e al padre Cléomène che la vuole sposa a Néoclès) e per essa muore… suicidio tragico che ti fa piombare in un buco nero, assenza di speranza, mancanza di futuro. Rossini racconta un assedio storico, Livermore racconta l’assedio della/alla storia.
Musica bella. Bellissima. Pagine – arie, duetti, terzetti, quartetti, concertati uno più bello dell’altro… pur nel gioco di citazioni e di rimandi che sempre c’è in Rossini – che si susseguono in dissolvenza, finiscono uno nell’altro in un flusso narrativo quasi ininterrotto. I “tic” di Rossini ci sono tutti (ci sono anche quelli di Livermore… fermoimmagine, una certa estetica postmoderna, i video che prendono forma dal nulla di D-Wok, questa volta “inscatolati” in un container che custodisce la storia, ottima anche cassa acustica per le voci…), crescendo a volontà, colorature da sgranare, sillabati vertiginosi. Tutto in stile opéra, perché Rossini rifà per Parigi il Maometto II. Ci mette le danze – bellissime… «ma questa è la sigla di Linea Verde» ti scappa a metà dei ballabili – qui visione tra sogno e incubo di Pamyra, divisa tra l’amore per Maometto e il dovere nei confronti del padre e della patria, affidate allo stile eclettico di Erika Rombaldoni.
Musica che racconta – una storia, certo, ma soprattutto l’anima dei personaggi. Carlo Rizzi, sul podio dell’orchestra del Teatro Comunale di Bologna (il coro è quello del Teatro Ventidio Basso preparato da Pasquale Veleno), la restituisce precisa e nitida, tutta proiettata in avanti, guardando quasi al Verdi che verrà (agli affreschi sociali e politici), solenne e rituale, appassionata e infuocata, trovando, poi, nel terzo atto un’intimità e una trasparenza che “è” cifra rossiniana, accanto, naturalmente, alla (imprescindibile) vertigine belcantistica. Un Rossini, quello proposto da Rizzi, solido e musicalissimo, sempre attento allo stile e al canto. Una lettura, quella del direttore milanese, che va progressivamente spogliandosi per andare al cuore del racconto, che è il viaggio nell’anima di Pamyra, racconto (forse fuori moda, certo non catturabile in un clic o in un post social per la complessità umana che lo attraversa) di un sacrificio… mito del melodramma ottocentesco, ma istanza etica più che mai necessaria (forse non fino al suicidio per non cadere nelle mani del nemico… certo…) in un tempo di individualismi esasperati, gettati nella rete di community dove il non essere/sentirsi soli è solo apparente ed effimera illusione.
Storia di un’anima. Quella di Pamyra. personaggio complesso – scenicamente e musicalmente. Che Vasilisa Berzhanskaya affronta con l’intelligenza musicale (e umana, soprattutto) che la fa una delle fuoriclasse della scena lirica di oggi. Studio, approfondimento del personaggio, canto sempre dettato dalle ragioni musicali e drammaturgiche del racconto… la Berzhanskaya calamita occhi e orecchie. Voce bella, omogenea, piena nei centri, avvolgente nei gravi, timbratissima e affascinante in acuto (e quanti ce ne sono, disseminati in arie, duetti e concertati…) sempre al servizio del testo. Voce screziata di malinconiche ombre per restituire il ritratto (modernissimo) di una donna che ama e soffre. Applausi e appalusi e applausi per lei. Alla fine, ma spesso a scena aperta. Come per tutti gli altri – e forse anche per Rossini, un Rossini che trascina e affascina. Per Adrian Sâmpetrean, Maometh II musicalissimo e dalla voce avvolgente. Temperamento scenico, canto sempre a fuoco per il “cattivo” che poi, forse, cattivo non è. Perché ama. Ama anche Néoclès al quale Maxim Mironov offre la sua voce di cristallo e luce, voce che sa far breccia e ripiegarsi, che sa colorarsi di coraggio e ombreggiarsi di dolore. Cléomène ha gli accenti generosi, la voce brunita e di velluto, il gesto sempre drammaturgico e sul testo di Matteo Roma. Anna-Doris Capitelli è una presentissima e partecipe Ismene, Simón Orfila un efficacissimo Hiéros. Omar ha la voce e la presenza di Giuseppe De Luca, Adraste l’accento di Tianxuefei Sun.
Plastica. Nel mare. Nei sacchi della spazzatura. Sui monumenti. Imprigiona un’umanità che, alla fine non ha tempo. La classicità, ma anche la modernità. Un tutti contro tutti. Non ci sono più (solo) musulmani e greci. Ci sono i “nemici” di oggi. Quelli che la storia (e la politica) ci consegna. Quelli che ci costruiamo noi. Gli altri. Oppure noi stessi. Fagocitati dalla spazzatura, il trash, nel quale ci stiamo autoseppellendo. In un Siége che è un assedio alla nostra stessa umanità.
Nelle foto @Amati/Bacciardi Le siège de Corinthe al Rossini opera festival
