Il direttore d’orchestra siciliano al Piermarini con l’Accademia «Sul podio pensando ai preziosi insegnamenti di Antonino» Dopo la Scala gli impegni come kapellemeister a Weimar «Porto in Germania l’artigianalità italiana del fare opera»
Lo sguardo all’insù. Per due volte. Prima a sipario aperto. In proscenio, l’orchestra in piedi in buca. Poi davanti al velluto rosso chiuso. Rosso Scala. Mentre gli applausi si mischiano ai «bravo!». Lo sguardo all’insù. «Un grazie al mio maestro». Sabato 5 settembre. Marco Alibrando lo ha segnato nell’agenda del cuore. Su quella cartacea la data era appuntata da tempo. Debutto al Teatro alla Scala per il direttore siciliano. Ripartenza della stagione dopo l’estate. L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti per l’annuale appuntamento con il titolo affidato all’Accademia di arti e mestieri del Teatro alla Scala. Orchestrali, cantanti, maestri di palcoscenico… che si stanno formando nelle aule di via Santa Marta. In locandina il nome del direttore messinese, classe 1987. Alla sua prova più importante. E, per le coincidenze alle quali la vita mette improvvisamente davanti, anche più difficili. «Perché una settimana prima ho dovuto, abbiamo dovuto salutare Antonino Fogliani». Quel «maestro» al quale Marco Alibrando ha detto «grazie» guardando all’insù mentre la Scala si riempiva di applausi la sera della prima. Messinese anche Fogliani, scomparso il 29 agosto a cinquant’anni. «Una guida, un amico, un fratello maggiore, un padre musicale» per Alibrando che non ha mai sbandierato questo affetto. Lo ha custodito prezioso. Niente esibizione per catturare un like, nemmeno nelle ore drammatiche della scomparsa di Fogliani. Un post su Facebook – dove lo sport più gettonato, di fronte ai lutti, è chi arriva primo a pubblicare la foto con il caro estinto – solo la sera della prima. «Stasera debutto al Teatro alla Scala col mio adorato Maestro nel cuore». Essenziale. Diretto. Pieno di affetto. Come è Alibrando. Dalla scorsa stagione primo kapellemeister al Deutsche Nationaltheater und Staatskapelle di Weimar. «Un anno intenso – dice il direttore d’orchestra –. E ora, appena finite le recite di Elisir, volo in Germania dove mi aspetta la mia prima Messa da Requiem di Giuseppe Verdi».
Prima volta in buca del Teatro alla Scala con L’elisir d’amore di Donizetti. Quali i pensieri, quali le sensazioni che restano dopo una serata così Marco Alibrando?
«È indubbiamente uno dei debutti più importante della mia carriera e sono felice che sia arrivato a 39 anni, dopo una lunga gavetta e con già 15 anni di attività nel braccio. Ma i pensieri e le preoccupazioni vanno sempre alla mia priorità che è la musica: l’obiettivo è sempre quello di mettermi al servizio del compositore. Le sensazioni dopo la prima sono state soprattutto di gioia e gratitudine per tutta l’energia e l’impegno ricevuti dai giovani dell’Accademia che hanno dato veramente il massimo, compiendo quel salto qualitativo che abbiamo tanto ricercato durante il periodo intenso di prove. Cerco sempre di dare il massimo in ogni occasione, ma certamente dirigere alla Scala è un po’ diverso, poiché l’aspettativa del pubblico, degli addetti ai lavori e della direzione del teatro è, giustamente, altissima. La prima è stata accolta molto positivamente e posso dire di aver tirato un sospiro di sollievo subito dopo».
Quale il pensiero appena prima di entrare in buca? Quale quello quando hai posato la bacchetta?
«Prima di entrare in buca alla prima ero molto concentrato su quei dettagli che ancora durante la prova generale non avevano funzionato. Il primo pensiero dopo aver posato la bacchetta sul leggio è stato quello di ringraziare Donizetti per questa opportunità».
Con un bacio alla partitura… che chi era in palco ha potuto vedere bene. Il tuo debutto al Teatro alla Scala è stato segnato nell’ultima settimana dalla notizia della scomparsa di Antonino Fogliani, il tuo maestro. Cosa ha significato il direttore d’orchestra per te? E come hai vissuto questi giorni di lavoro intenso e di dolore?
«Difficile esprimere in poche parole quello che ha significato e significherà per me Antonino Fogliani. È stato un Maestro, una guida, un amico, un fratello maggiore, un padre musicale. È entrato nella mia vita nel 2009, insieme alla stupenda moglie Angelica e al dolcissimo figlio Lorenzo, quando insegnava esercitazioni orchestrali al Conservatorio di Messina. Gli chiesi di poter assistere alle sue prove e lui, con la generosità tipica dei grandi, mi invitò come suo assistente a Cagliari proprio con L’elisir d’amore. Quando arrivò la proposta della Scala, lui esultò dicendo: “Marcolino! Ce l’abbiamo fatta! Finalmente Scala!”. Ci volevamo bene. È stata molto dura in questi giorni. Quando è arrivata la notizia che non c’era più niente da fare ero in camerino con un altro suo giovane allievo, Davide, che stava seguendo le mie prove a Milano, e stavo per entrare in buca per la prima prova d’assieme. Questa partitura in particolare mi parla di lui, della prima volta che ho preso parte a una vera produzione lirica, ed è ricca dei suoi preziosi appunti. Sono andato avanti con tutta la forza che avevo per lui, perché so per certo che è quello che avrebbe voluto in una circostanza del genere. Sono inoltre stato profondamente onorato e grato per l’enorme quantità di messaggi, privati e pubblici, di condoglianze per il mio amico e Maestro. Mi hanno fatto sentire parte della sua famiglia, ma anche la grande responsabilità di onorare il suo nome, nel mio piccolo, attraverso la mia attività musicale».
Elisr d’amore, titolo affidato all’Accademia del Teatro alla Scala. Come è stata la preparazione con i giovani? Giovani in orchestra e in palco e dietro le quine….
«È stata una bella sfida. L’elisir d’amore è sicuramente un’opera adatta a giovani interpreti di talento, ma non per questo significa che sia un’opera dalla facile realizzazione. Tutt’altro! Abbiamo lavorato sodo per oltre tre settimane prima dell’interruzione estiva e poi, dal 24 agosto, abbiamo ripreso le prove, iniziando anche a lavorare con l’orchestra. Con i giovani solisti abbiamo fatto molte prove musicali, lavorando sulla parola e sul canto, ripulendo l’interpretazione da alcune vecchie incrostazioni, ma senza rinunciare ad alcune delle buone tradizioni di cui alla Scala non si può non tenere conto. Allo stesso tempo ci siamo orientati verso un lavoro di tipo quasi filologico e scientifico che, nel 2026, non può essere assolutamente trascurato. Un lavoro quasi sartoriale con i due differenti cast, nello sviluppo degli ornamenti e nella creazione di cadenze e piccole variazioni in stile. Con l’orchestra abbiamo lavorato per trovare un suono stilisticamente pertinente, tenendo conto del fatto che nel 1832 l’orchestra era diversa dal punto di vista della costruzione degli strumenti, basti pensare alle corde degli archi che non erano di metallo, ai tromboni dal volume molto più contenuto oppure ai corni naturali. Abbiamo lavorato sul fraseggio e sulle dinamiche e, naturalmente, durante gli assiemi sul fare musica e respirare insieme ai cantanti e sulla ricerca dei giusti equilibri sonori con il palcoscenico».
Lo dicevi, Elisir sembra un’opera leggera, facile… in realtà ha lo spessore delle grandi opere drammatiche di Donizetti e non solo del compositore bergamasco. Come l’hai affrontata?
«Credo che non sia un caso che, dopo La Cenerentola dello scorso anno, il Teatro alla Scala abbia scelto L’elisir d’amore per il Progetto Accademia. Donizetti nel 1832 riesce nel difficile compito di portare avanti il genere dell’opera buffa introducendo alcuni elementi di novità. Il più importante è sicuramente l’elemento del patetismo (che Rossini aveva già anticipato ne La Cenerentola e in Matilde di Shabran) che in Elisir è presente tanto nella scrittura melodica quanto in quella armonica, per esempio con l’uso della tonalità minore già dopo poche battute della cavatina di Nemorino. È proprio a Nemorino, l’unico personaggio sincero e coerente dall’inizio alla fine, che è legato in modo particolare questo nuovo elemento. Donizetti riesce quindi nella difficile impresa di discostarsi dallo stile rossiniano senza però rifiutarlo. C’è molta Cenerentola nell’Elisir, a partire dalla dichiarata citazione di Come un’ape ne’ giorni d’aprile nella cavatina di Belcore, fino alla conduzione del lungo finale primo, nel quale però è innestato, come un vero colpo di teatro, quell’elemento di patetismo donizettiano da opera seria, quando Nemorino arresta l’azione con il canto spianato di Adina, credimi. Poi ovviamente la romanza di Nemorino Una furtiva lagrima raggiunge le massime vette, pur non avendo una vera funzione drammaturgica. Da fervente rossiniano l’ho affrontata quindi come un’opera preromantica, che attinge al passato per guardare al futuro».
Quale la tua idea della partitura, che proponete in edizione integrale?
«Dopo tutti gli studi musicologici e filologici, da Alberto Zedda in poi, per intenderci, il maestro concertatore e direttore d’orchestra ha, secondo me, il compito di svolgere un lavoro approfondito, appoggiandosi alle migliori edizioni critiche in circolazione, alle fonti disponibili e ai lavori dei migliori musicologi. Mi trovo molto a mio agio nei festival specializzati nel belcanto ed è proprio questo modo di lavorare che mi ha portato qui alla Scala a fare delle scelte che andassero nella direzione di un approccio scientifico, ma allo stesso tempo pratico e commisurato a diversi fattori, tra i quali l’acustica del Teatro alla Scala e le forze artistiche coinvolte, senza però rinunciare completamente alle buone tradizioni interpretative scaligere. Ho quindi proposto ai giovani artisti un’edizione pressoché integrale, riaprendo quei tagli della tradizione che vanno a inficiare la struttura formale, ma tenendo conto anche della tenuta vocale dei nostri giovani cantanti e della fluidità drammaturgica. Quasi un lavoro di tipo sartoriale sulle voci per valorizzare le caratteristiche vocali dei nostri giovani artisti e per mettere in luce la scrittura donizettiana».
A proposito, quale l’importanza del lavoro con i giovani? Li hai ora sul palco con il progetto Accademia, ma dai loro spazio anche con le attività di Voceallopera…
«È fondamentale trasmettere con grande generosità tutto quello che abbiamo imparato dai nostri maestri. È un lavoro di tipo intellettuale ma anche molto artigianale, fatto di esperienza, ascolto e confronto. E abbiamo il dovere culturale di non interrompere questa catena di insegnamenti che rappresenta in qualche modo un patrimonio dell’umanità oltre che di italianità».
Da un anno sei primo kapellemeister al Deutsche Nationaltheater und Staatskapelle di Weimar. Che anno è stato? Che anno sarà invece quello che si apre ora in Germania?
«È stato un anno intenso e molto positivo e sono molto onorato di aver ricevuto, già dopo pochi mesi, la proposta di estendere il mio contratto. Durante la prima stagione con l’eccellente Staatskapelle Weimar, fiore all’occhiello del nostro teatro, ci siamo conosciuti un po’ meglio, gettando le basi per una collaborazione che ci sta dando e ci regalerà, spero, ancora tante soddisfazioni. Ho avuto il piacere di dirigere tre nuove produzioni dal repertorio italiano, tedesco e francese, due riprese e un concerto. L’orchestra e il coro, attraverso il nostro direttore artistico Dorian Dreher, mi hanno dato molta fiducia, affidandomi per la prossima stagione la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, due concerti, tre riprese dalla precedente stagione e due nuove produzioni: La Bohème di Giacomo Puccini e Le nozze di Figaro di Wolfgang Amadeus Mozart. Sarà quindi un anno ancora più impegnativo, ma anche pieno di nuove sfide e, spero, di nuove soddisfazioni».
Come ti trovi con il “modello tedesco” del fare musica?
«Sto prendendo le misure e, dove possibile, tentando di portare un po’ di “maniera italiana”. Per le nuove produzioni si prova tanto e c’è davvero la possibilità di fare un lavoro approfondito con tutti gli artisti coinvolti. Il livello musicale dell’Orchestra e del Coro è estremamente alto, arrivano molto preparati e sono molto esigenti già dalla prima prova. Questo mi stimola ad andare ancora più a fondo nella musica, senza mai accontentarmi. Una delle particolarità più grandi alla quale abituarsi è il sistema della rotazione dei professori d’orchestra. Ma tutto sommato la nostra orchestra, che è composta da cento elementi, ha una rotazione piuttosto organizzata e gestibile. Inoltre i musicisti di formazione tedesca prendono molto seriamente l’eventuale sostituzione di un collega, arrivando in prova sempre preparatissimi. Diverso è il discorso quando si dirige una ripresa, dove spesso si ha a disposizione una sola prova con orchestra e cantanti e una prova d’insieme o poco più. In questi casi il direttore deve dare qualcosa in più, mostrando tutto con il gesto, anche i dettagli più piccoli. E devo dire che le orchestre tedesche sono molto attente a recepire anche le minime indicazioni. Poi, naturalmente, l’incidente è sempre dietro l’angolo. La cosa fondamentale per un direttore è non abbandonarsi mai alla routine. Ed è forse anche per questo che i direttori di scuola italiana sono apprezzati dalle orchestre tedesche».
Il lavoro a Weimar, ma gli impegni extra Germania in agenda non mancano, da poco hai diretto una Norma in Cina…
«È il mio secondo debutto in Asia a distanza di pochi giorni uno dall’altro. Dopo il concerto dello scorso 15 luglio a Mumbai con Ángel Romero, ho avuto la fortuna di debuttare al NCPA di Pechino, una delle realtà più prestigiose di tutta l’Asia, con un cast internazionale che comprendeva Lidia Fridman, Annalisa Stroppa, Antonio Poli e Carlo Lepore. È stata una grande sfida portare a Pechino un’opera di belcanto così impegnativa come quella di Vincenzo Bellini, un genere non particolarmente popolare in Cina. Ma siamo invece rimasti piacevolmente sorpresi dall’accoglienza del pubblico. Anche per gli eccellenti coro ed orchestra è stata una bella sfida dal punto di vista stilistico e personalmente sono molto soddisfatto del percorso fatto durante le prove, anche grazie al fondamentale supporto del primo violino Xiaoming Wang, che dal 2008 è, tra l’altro, anche spalla della Philharmonia Zürich, l’orchestra dell’opera di Zurigo, con la quale ha affrontato a lungo questo repertorio al fianco di grandi direttori e solisti. Nella stagione appena trascorsa, oltre a Weimar, sono stato impegnato a Wiesbaden, ancora Germania, per la pucciniana Turandot, al Teatro Massimo Bellini di Catania con Il Pirata di Bellini, al Regio di Torino per il Concerto di Capodanno, con la Noord Nederlands Orkest per due concerti sinfonici, a Mumbai con la SOI e a Portofino per il Concorso lirico con l’Orchestra del Carlo Felice di Genova. Nella stagione che parte in questi giorni, dopo la Scala, l’impegno a Weimar sarà quasi totalizzante, ma sono riuscito a mantenere qualche finestra per tornare alla Deutsche Oper am Rhein, con la quale ho un rapporto continuativo dal 2022 e dove dirigerò Il Trovatore, e all’Opera di Riga, con Lucia di Lammermoor e un cast internazionale. Ci sarà inoltre un progetto sinfonico a cui tengo molto, con i ragazzi dell’Orchestra giovanile friulana a Udine. Per l’estate 2027, infine, qualcosa bolle in pentola, ma non posso ancora svelare nulla».
Il 2026 è anche l’anno del tuo matrimonio. E anche tua moglie Chiara è musicista. Come è lo scambio artistico tra voi?
«Ci supportiamo molto l’un l’altro e, pur frequentando due repertori piuttosto diversi tra loro, perché Chiara si occupa principalmente di musica antica, lo scambio di idee è costante. Ci confrontiamo spesso, sia in caso di dubbi su questioni musicali, sia, ancora di più, sulle decisioni extramusicali. Cerchiamo inoltre di viaggiare sempre insieme e di sostenerci a vicenda quando gli impegni ce lo permettono. La cosa più difficile? Trovare un paio di settimane libere per entrambi per organizzare la nostra luna di miele… ma ce la faremo, entro il 2027!».
Nella foto @Agnese Carbone il direttore Marco Alibrando