Rof, la Scala di Rossini nella casa di Michieletto

La scala di seta torna a Pesaro nell’allestimento del regista Protagonisti Torosyan, Kent, Samoilov, Bordogna e Gaudenzi Non convince la direzione di Iván López-Reynoso

Camicia bianca con le maniche arrotolate. Pantaloni eleganti. Occhiali alla moda. L’architetto ha predisposto tutto. Progetto nero su bianco. Pranzo – con tanto di spazio per la cucina, il frigorifero, naturalmente il divano e il tavolo. Letto – un kingsize (come si dice oggi), comodini, cassettone e armadio. Bagno – lavandino, la doccia, water e bidet (non può/non deve mancare). Servizio – locale preziosissimo, una lavatrice, un’asse da stiro. Tettoia h 250cm – tegole e scolo. Giardino – piante rigogliose. Tutto disegnato. Tutto annotato con precisione. Progetto nero su bianco… sulla grande mappa aperta sul palcoscenico del Teatro Rossini. Scala 1 a 1. La casa di Giulia. Gliela regala il vecchio Dormont. Tutore, dice il libretto di Giuseppe Foppa. Amante facoltoso (o solo aspirante tale, chissà) diremmo oggi – c’erano anche ieri, la storia si ripete, nulla di nuovo… inutile scandalizzarsi. Gliela arreda un architetto (sicuramente famosissimo e richiestissimo)… sulle note della Sinfonia – novità, la pagina strumentale che apre l’opera, per una farsa comica, la mette (rivoluzionario) Gioachino Rossini.

Divano e cucina, letto e comodini, doccia e bidet vanno al loro posto, proprio dove l’architetto li ha disegnati. Lui sovrintende. Coordina. Sulle note della Sinfonia. La finestra con agganciata la scala di seta è aperta. Unico elemento sempre rimasto lì al suo posto dall’inizio. Inizio da capogiro – è un via vai di tecnici che portano in scena gli arredi, ma anche, su carrelli da facchino, i personaggi – inizio da capogiro per La scala di seta di Damiano Michieletto. Di Gioachino Rossini, naturalmente, ma il “di” legato al nome del regista dice come da qualche tempo, dal 2009 quando andò in scena per la prima volta, lo spettacolo “è” la lettura più ad hoc per La scala di seta. Inizio che si specchia con un altro inizio, simile e ugualmente da capogiro e perfetto (azzeccatissimo, che più sulla musica non si può), quello de L’occasione fa il ladro “di” Jean-Pierre Ponnelle… che è l’altra pala del dittico comico che il Rossini opera festival 2026, edizione numero quarantasette (due riprese di allestimenti storici, le farse, perché i fondi sono diminuiti e bisogna fare i conti con bilanci meno ricchi), propone insieme al titolo serio, Le siège de Corinthe.

Due farse, scritte per Venezia nello stesso anno, il 1812, La scala di seta è di maggio, L’occasione fa il ladro va in scena a novembre. Ponnelle racconta l’Occasione con un tocco poetico, fedele all’Ottocento del libretto, il gioco del teatro, la macchina della meraviglia che prende forma da una valigia dalla quale tutto esce. Stesso meccanismo per La scala di seta di Michieletto. Il palcoscenico vuoto. Un grande specchio in bilico riflette il disegno del progetto. E tutto prende forma, dalla mente dell’architetto. Un appartamento di design. Niente epoca del libretto. Siamo ai giorni nostri. Meglio, nel primo decennio del nuovo millennio (lo spettacolo è del 2009, nato a Pesaro ha poi viaggiato tra il Teatro alla Scala, l’Oman e Zurigo) con chiari riferimenti all’immaginario televisivo di allora, perché Germano, il servitore di Dormont, è un calco perfetto (nel fisico e nella voce, durante i recitativi, non nei numeri cantati) del domestico filippino Ariel che Marco Marzocca faceva sul palco di Zelig – ma il tutto funziona ancora perfettamente, perché Michieletto lavora (come Rossini) sui caratteri.

Caratteri. Personaggi che oggi si trovano (anche troppo) in ogni angolo di Instagram o di TikTok – ma in scena Michieletto non mette mai un telefonino… curioso in un tempo in cui i cellulari in scena si moltiplicano “per fare” moderno. Giulia è la belloccia che fa ginnastica, va a correre con le cuffiette nelle orecchie, veste alla moda e ama fare acquisti… Palestrato, centauro, spavaldo è invece Dorvil. Spaccone e cafone, completo bianco e camicia scura come quelle di tanti “matrimoni napulitani” per Blansac. Lucilla è una zitella che dietro tailleur e camicia accollata nasconde segrete perversioni. Tutto sulla musica il racconto che Michieletto fa. Il racconto di Giulia sposata in segreto a Dorvil, che lei riceve di notte nella sua camera grazie a una scala di seta con la quale il ragazzo sale in casa. Giulia promessa dal tutore Dormont al ricco (e cafone) Blansac. Gioco di equivoci complice il servitore Germano, scambio di amanti e appuntamenti… ma alla fine tutto va a posto, Giulia confessa a Dormont di essere già sposata con Dorvil e Blansac sposa Lucilla. Perché «quando amor si fa sentire troppo egli è nei cor possente, si contrasta inutilmente, vince ognora il suo poter».

Tutto sulla musica, ogni gesto, ogni azione (persino il fare il caffè, il tagliare le verdure, lo stirare una pila di panni), ogni intenzione. Ritmo frenetico che asseconda la scrittura di Rossini. Non un momento di respiro. La quotidianità della vita attraversa il racconto di Michieletto. Non ci sono momenti statici. Nessuna aria è in “fermo immagine”, ogni momento è contrappuntato di gesti e azione. Azione vera. E azione immaginaria… come l’aprire le porte… che non ci sono, perché la casa (a tratti sembra quasi la casa del Grande fratello, una delle prime edizioni quando il programma suonava ancora come “esperimento sociale”) perché la casa che viene costruita sulla sinfonia non ha pareti, solo arredi… così tutti vedono tutto… o meglio, noi vediamo tutto, anche quando i personaggi si nascondono, anche quando si arrampicano con la scala di seta… basta un piccolo abbassamento del livello del palco (gioco del teatro, macchina della meraviglia) ed è bellissimo l’effetto che viene rimandato e amplificato dallo specchio che incombe, disegnato, come tutta la scena e i costumi, da Paolo Fantin.

Notturno sul finale. Notturno in scena (le luci, sempre efficaci, di Alessandro Carletti), notturno nella musica, colpo di genio di un Rossini ventenne che guarda a Mozart, che si affianca a Schubert, che anticipa il Donizetti del Don Pasquale con una pagina che dilegua il sorriso, sospende l’atmosfera, invita allo stupore. Magia. Che, però, Iván López-Reynoso dal podio non coglie e non restituisce. Niente trasparenze (in buca l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna è comunque precisa e attenta), niente leggera brezza, niente sospensione del tempo, ma un Rossini uniforme. Come lo è stato per tutto il corso dell’opera. Una lettura troppo squadrata e unidirezionale – tutto dal mezzoforte in su, suono corposo e presentissimo, dinamiche troppo omogenee, tempi mediamente veloci. Sembra mancare Rossini (e lo stile rossiniano), il Rossini che incalza, ma che sa anche prendere fiato e sorprendere con un notturno poetico, il Rossini che sorride (non ride mai), ma anche quello che colora di malinconia la vita, il Rossini che racconta gioia e dolore con la sua cifra inconfondibile. Lettura, pensata e ponderata sicuramente, ma alla prova dei fatti poco convincente quella di López-Reynoso che spesso perde il palcoscenico: terzetti, quartetti, quintetti… traballano e vedono musica e canto fuori sincro, rincorse e frenate che spezzano il ritmo (musicale) dell’azione.

Che Michieletto fa proseguire senza sosta. Ritmo incalzante, teatro che in scena tutti reggono e restituiscono al meglio. Cantanti. Soprattutto attori. Tutti efficaci nel restituire i caratteri rossiniani. Aggiornati all’oggi. Hasmik Torosyan disegna una Giulia tutta in crescendo, musicale e attenta alla parola. Presenza e graffio. Come Alasdair Kent, Dorvil che ha voce bella, acuti e sovracuti a volontà, anche se arriva alla fine della sua scena (per lui anche un applauso a metà, fuori ordinanza) un po’ in debito di vigore. Che non manca al Blansac di Iurii Samoilov, muscoli nella voce (e anche nel personaggio cafone) torrenziale, che arriva e va a segno. Lascia il segno scenicamente (qualche incrinatura vocale, però, si sente) Paolo Bordogna per il quale nel 2009 Michieletto ideò la caratterizzazione di Gaetano. Fa centro perché il pubblico lo applaude. E tanto. Come applaude (e giustamente) Mara Gaudenzi, voce bella, temperamento scenico irrefrenabile, musicalità sempre sul testo, che trascina e affascina per precisione e intelligenza nella sua aria Sento talor nell’anima. Enrico Iviglia disegna un puntuale e tremebondo Dormont.

Un colpo di spugna. O forse un gomma che cancella il tratto con il quale l’architetto ha disegnato il suo progetto. La scala di seta, un lungo telo che Giulia cala dalla finestra, copre tutta la scena, stesa dai tecnici che prima avevano montato la casa. Inghiotte arredi e personaggi. Ed ecco un foglio bianco. Sul quale, con la musica, tornare a disegnare. A progettare.

Nelle foto @Amati/Bacciardi La scala di seta al Rossini opera festival