Torna a Pesaro L’occasione fa il ladro, farsa del 1812 di Rossini nello storico allestimento firmato nel 1987 dal regista francese Protagonisti Dave Monaco, Dmiana Mizzi e Matteo Mancini Direzione poco convincente di Alessandro Bonato
Corde e teli e cavalletti. La macchina dei tuoni in un angolo. Il gioco del teatro è subito svelato. Entri in sala, quella avvolgente del Teatro Rossini di Pesaro, e il palcoscenico è lì, nella sua nudità. Tre teli a delimitarlo. Cavalletti e corde agganciate in alto. Tetto ligneo dei teatri di un tempo. Una macchina della meraviglia assopita. In platea il solito chiacchiericcio. E quasi non ti accorgi che tra le poltrone si fa strada un signore – vestito strano, non come gli altri, chi ha scelto la camicia senza la giacca chi un abitino leggero perché fuori fa (ancora) caldo. Si fa strada facendosi largo con una grossa – e pare anche pesante – valigia. Quelle di un tempo, dove ci mettevi dentro di tutto. Il direttore è già sul podio. Apre la borsa quello strano signore. Estrae un volume. L’occasione fa il ladro di Gioachino Rossini. E un po’ lo strano personaggio, se ci pensi bene, al compositore pesarese ci assomiglia. L’occasione fa il ladro. Con una cura di chi mette nelle mani di altri una cosa preziosa, una cosa sua… consegna il volume al direttore. E poi le parti ai musicisti, iniziando dal primo violino.
Sale sul palco. E nel preciso momento in cui posa la valigia e la apre… parapammmm… il primo accordo. La macchina della meraviglia si risveglia. Il gioco del teatro inizia. Basta una botola che si apre sotto la valigia… un scala dal sottopalco… e i personaggi si materializzano. Escono da quella valigia – pesante – che Martino, si chiama così lo strano personaggio, si è portato in giro. E l’illusione riesce perfettamente. I personaggi… Alberto, Parmenione, Berenice, Ernestina, Eusebio… o forse gli interpreti che fanno/faranno Alberto, Parmenione, Berenice, Ernestina, Eusebio. Mutandoni e camicioni. Prima i personaggi… poi le scene. Teli che agganciati alle quinte disegnano un’osteria. Maglietta bianca e pantaloni blu con la pettorina i tecnici montano la scena a vista… dalla valigia escono tavoli e sedie. Stufe disegnate e lampadari a due dimensioni. Parmenione è pronto per entrare in scena. Tocca a lui la prima battuta, Frema in cielo il nembo irato… Ma siccome piove – inconfondibile, nella Sinfonia, un temporale… tic, eterno ritorno nella musica di Rossini – ma siccome piove un tecnico gli versa addosso un po’ d’acqua mentre lui, in un grosso catino, si inzuppa le scarpe.
Inizio folgorante. Unico. Senza tempo – si sorride, si ride… e tanto. Inizio poetico che ti avvolge di malinconia. Lo ha voluto Jean-Pierre Ponnelle per la sua Occasione fa il ladro. Anno 1987. Pesaro. Dove questa Occasione torna, secondo titolo del Rossini opera festival numero quarantasette. Un’opera seria, Le siége de Corinthe e due farse (due riprese di spettacoli che hanno fatto la storia del Rof) una Scala di seta con la regia di Damiano Michieletto. E questa Occasione fa il ladro di Ponnelle. Ultimo spettacolo del regista (e scenografo e costumista… tratto inconfondibile il suo) francese scomparso nel 1988 – anno in cui questa Occasione arrivò al Teatro alla Scala con un allora ventisettenne (ma già fuoriclasse) Daniele Gatti sul podio. Spettacolo manifesto di Ponnelle. In qualche modo anche testamento artistico. Per raccontare il gioco del teatro. Più vero del vero, anche se raccontato con teli dipinti, arredi a due dimensioni, costumi d’epoca. Moderno. Perché abbatte la quarta parete. Ma perché rilegge e reinventa il racconto, ma sempre sul testo e sulla musica.
Basta un gesto. Che da involontario diventa intenzionale. Quello del servo Martino che scambia la valigia del suo padrone Parmenione con quella del Conte Alberto… scambio che innesca il meccanismo della “burletta”, così la definisce il librettista Luigi Prividali. Scambio involontario, nel racconto. Che Ponnelle fa compiere, invece, volontariamente a Martino. Burattinaio di tutto ciò che accade – sin dall’inizio, quando entra in sala con la valigia. Disegnato da Rossini (e da Prividali) sul modello del mozartiano Leporello… c’è anche qui un “catalogo”, Il mio padron è un uomo… snodo drammaturgico che fa sciogliere i nodi. Perché la storia è il classico scambio di persona, inseguito allo scambio della valigia Parmenione prende l’identità del Conte Albrto e va a Napoli per sposare Berenice, promessa al rivale… e qui un altro scambio, quello tra padrona (Berenice) e serva (Ernestina), perché la promessa sposa di noi due vo’ scorpir chi l’innamora.
Ponnelle lo racconta con la leggerezza che ha messo in ogni suo spettacolo… il Rossini buffo, in coppia con Claudio Abbado, di Barbiere, Italiana e Cenerentola (versione che curiosamente è ancora in repertorio a Düsseldorf) su tutti. Leggerezza che è tutta sulla musica di Rossini, ogni gesto è sulla partitura, ogni movimento segue il fluire delle note – li riprende Sonja Frisell, depositaria da sempre dell’arte scenica di Ponnelle. Che sono note, ma non solo, sono forme, sono strutture, sono le stesse delle grandi opere, serie e buffe – L’occasione fa il ladro è del 1812, scritta per Venezia. E dentro c’è tutta la sapienza del Rossini che verrà. Ci soni i germogli della sua grandezza.
Leggerezza in scena. Intelligenza nel cogliere il profondo legame tra parola e musica, perché le sillaba sono scolpite nelle note… aspetto che colpisce, certo, nei recitativi, ma soprattutto nei numeri musicali, arie (la primadonna ha due scene, la sortita e la grande scena che apre al finale…), duetti, terzetti, quartetti, quintetti… Leggerezza che manca nella direzione di Alessandro Bonato, troppo squadrata e unidirezionale – i crescendo partono dal mezzoforte, le dinamiche sono troppo omogenee, i tempi veloci se non velocissimi e il ritmo non rallenta nemmeno quando il palco è in affanno (e qualche occhiata dal palco al podio corre non troppo mascherata). Manca Rossini (e lo stile rossiniano), il Rossini che incalza, ma che sa anche prendere fiato, il Rossini che sorride (non ride mai), ma anche quello che colora di malinconia la vita, il Rossini che racconta gioia e dolore con la sua cifra inconfondibile.
In buca l’Orchestra sinfonica Rossini asseconda la lettura di Bonato, pensata e ponderata, sicuramente, che ha il privilegio di mettere in evidenza il debito di Rossini con Mozart, ma che alla prova dei fatti non pienamente riuscita. Lettura che imbriglia, e non poco, i cantanti. Sul palco il migliore è Dave Monaco, bel colore, begli accenti, begli slanci tenorili (poco languore, molta sostanza) per un Conte Alberto che lascia il segno con una voce sempre a fuoco, sempre timbrata e con una parola che ben si fonde con la musica. Bella voce e belle intenzioni anche per Matteo Mancini che, però, è un Parmenione un po’ in difesa (niente annuncio prima della recita, ma sembra che il baritono non fosse in perfetta forma). Damiana Mizzi mette la sua intelligenza musicale al servizio di Berenice, ruolo impervio per tessitura (già solo l’attacco dell’aria di sortita, Vicino è il momento, è difficilissimo) e per virtuosismi richiesti. Presenza e graffio per l’Ernestina di Martiniana Antonie. Manuel Amati disegna un divertente Eusebio, caricatura, tutta sulla musica, del vecchio zio burbero, ma alla fine dal cuore grande. Giuseppe Toia è Martino, curato ed efficace nel canto, scenicamente spavaldo al punto giusto. Dalla sua valigia esce tutto. E alla fine, calati i teli, portati fuori gli arredi, svelato l’imbroglio, viene lui, dai “suoi” personaggi, costretto a chiudersi nella valigia.
Nelle foto @Amati/Bacciardi L’occasione fa il ladro al Rossini opera festival
