Bologna, Idomeneo nel museo del tempo

Il Comunale inaugura la nuova stagione con l’opera di Mozart Roberto Abbado sul podio, spettacolo di Mariano Bauduin tutto ambientato tra reperti archeologici dell’antica Grecia Nessun aggancio con la relatà. Protagonista Antonio Poli

Colpisce, ogni volta che lo senti (e non può essere altrimenti), colpisce quel «Oh me felice…» che Idomeneo dice, quasi a se stesso, lasciando il potere al figlio Idamante – nel mito così vuole Nettuno dopo che lo ha liberato dal «voto tremendo» che il re di Creta ha pronunciato per salvarsi dalla furia delle onde di ritorno sull’isola dalla guerra di Troia, quello di offrire al dio del mare come vittima scarificale la prima persona che incontrerà sulla spiaggia… e circostanza tragica (potenza del mito) è proprio il figlio… Colpisce quel «Oh me felice…» perché racconta la sconfitta di un uomo che ha combattuto con se stesso e con qualcosa di più grande di lui. E alla fine si ritira, quasi scompare, in dissolvenza come vuole la musica. Colpisce per la mestizia con la quale Wolfgang Amadeus Mozart, genio assoluto, avvolge quelle parole… un recitativo che ha la forza di un intero mondo. Il mondo di Idomeneo che va in frantumi.

Mozart compie – compie, indicativo presente, perché la sua musica ce lo rende nostro contemporaneo, lo sai, ma lo riscopri ogni volta che la ascolti (quando è fatta bene, naturalmente) – compie duecentosettant’anni, nato a Salisburgo il 27 gennaio 1756. E sorprende, ancora una volta, per la forza del suo teatro. Per la potenza delle storie che racconta. Capita a Bologna dove Idomeneo inaugura la stagione 2026 del Teatro Comunale, ancora in trasferta al Comunale Nouveau, la platea neroverde costruita nei padiglioni fieristici. Ma in cammino Verso Itaca, come dice lo slogan del cartellone lirico bolognese, il primo disegnato dalla nuova sovrintendente Elisabetta Riva – ma, come capita sempre nei passaggi di testimone alcune line sono state tracciate dalla precedente gestione, quella di Fulvio Macciardi (oggi al San Carlo di Napoli), in platea alla prima.

Nel percorso verso casa, Verso Itaca (anche Ulisse torna da Troia) si fa tappa a Creta. Una Creta custodita in un museo. Racchiusa, reperto archeologico del passato, in una teca. Che però non la contiene. Tutto è più grande, la maschera d’oro di Agamennone, il labirinto… Rompe il vetro che la custodisce. Ci viene incontro. La vuole così il regista Mariano Bauduin, a lungo collaboratore di Roberto De Simone, artista partenopeo scomparso lo scorso anno – e il primo impatto estetico è un omaggio De Simone, al suo Idomeneo scaligero… Metafisico nelle intenzioni di Bauduin nel mettere in scena quadri alla De Chirico o alla Savinio, visioni dove l’uomo, ridotto a manichino, è schiacciato dal destino. Idea anche interessante, ma che non trova pieno compimento scenico. Resta sospesa… interrotta a metà. E quello che si vede (scene di Dario Gessati, costumi di Marianna Carbone, coreografia di Miki Matsuse van Hoecke… alla fine si eseguono i ballabili, pantomima dei miti che si intrecciano a Creta, a iniziare da quello del Minotauro) ha una patina di polvere che non rivela la potenza della storia.

Che c’è. Ti si palesa a un certo punto, mentre Roberto Abbado dal podio avvolge di inquietudine la comparsa in scena di Idomeneo. «Eccoci salvi alfin». Il pericolo è scampato. Ma il prezzo deve essere ancora pagato. «Vedrommi intorno l’ombra dolente…». Il prezzo di un’azione fatta sulla pelle di altri… se mi salvo ti offro una vittima. E pensi alle tante tragedie di oggi. A chi agisce senza scrupoli. Per i propri interessi – occorre fare riferimenti a recenti, drammatici casi di cronaca? Se mi salvo, se metto al sicuro me stesso… non mi importa di altro. Ma non sa che il prezzo da pagare sarà la vita del figlio. Dei tanti figli che oggi muoiono senza colpa. «Sono innocente m’accennerà». Dolore, tormento che lacera Idomeneo. Ma che nello spettacolo di Bauduin non affiora, non si scorge dietro la patina del tempo che avvolge il racconto.

C’è nella lettura di Abbado. Solenne, teatrale, in bilico tra racconto e sospensioni emotive. Nessuna volontà filologica nella lettura del direttore milanese ben assecondato dall’orchestra del Comunale. Un Mozart lirico con accenti drammatici che, però, non diventano mai tragici (qualcuno non avrebbe guastato, forse, specie nel terzo atto dove la tensione arriva al suo massimo prima di sciogliersi). Opera di cori, Idomeneo, vertiginosi, inquieti, restituiti magnificamente dalle voci bolognesi di Gea Garatti Ansini. Opera di voci, piene, corpose – anche se al di là dei confini italiani si pensa che Mozart vada fatto con voci piccole. Luce e squillo, ma anche ripiegamento e accenti tragici nell’Idomeneo di Antonio Poli, applauditissimo protagonista. Come l’altro tenore, Arbace, al quale Leonardo Cortellazzi conferisce solenne autorevolezza e intensa musicalità. Francesca Di Sauro è un Idamante tormentato, restituito dal mezzosoprano con una voce brunita attraversata da improvvisi bagliori. Gli stessi che accendono l’Elettra di Salome Jicia e la Ilia di Mariangela Sicilia.

Mozart ha duecentosettanta anni. Idomeneo duecentoquarantacinque . la prima a Monaco il 29 gennaio 1781. Ma quell’«Oh me felice…», mesto, sofferto, ci dice ancora molto. Di noi.

Nelle foto @Andrea Ranzi Idomeneo al Comunale di Bologna

Articolo pubblicato su Avvenire del 28 gennaio 2026