Al Macerata opera festival l’opera di Verdi diretta da Carminati Protagonisti Ariunbaatar Ganbaatar e Anastasia Bartoli Spettacolo statico e poco centrato di Paul-Émile Fourny
Non c’è redenzione. Non c’è conversione – che è del cuore prima che conversione ad un credo, ad una fede da abbracciare… con i suoi dogmi e i suoi comandamenti… «Vieni o Levita, il santo codice reca». Inaspettatamente non c’è speranza dove la musica la suggerisce (dovrebbe suggerirla). Nabucco guarda la figlia, Abigaille, figlia adottiva – e forse ancor di più figlia perché scelta con forza, «prole è Abigail di schiavi…». Morta, «l’iniqua bevve il veleno». Nabucco la guarda impietrito. Non una lacrima. Non un sussulto mentre Zaccaria gli profetizza che «servendo a Jehowa sarai de’ regi il re». Lo sguardo fisso. Duro. Fenena sola ha un gesto di pietà. Chiude gli occhi alla sorella morta, sorellastra con la quale si è continuamente scontrata per il potere, «quella corona or rendi… pria morirò…». La guarda. A terra. E piange. Sola, mentre tutti alzano le armi in segno di vittoria.
Niente redenzione. Niente conversione. Eppure poco prima tutti avevano invocato l’«immenso Jehowa». Niente speranza. Perché il mondo è barbaro. E che lo sia, ormai è un dato di fatto. Non servono, purtroppo, drammatiche conferme. Basta la realtà quotidiana. Realtà di guerra, certo. Realtà di proclami di pace (meglio, di accordi di pace… la pace è altro, nasce nel cuore prima che a un tavolo negoziale… la conversione del cuore, appunto) e smentite continue, a suon di missili e droni. Non solo. Che il mondo sia barbaro lo conferma la cronaca. Quella nera. Uomini che uccidono le donne. Donne che uccidono i figli. Figli che uccidono i genitori. «Ma non sarà ancora la fine…» avvertono i Vangeli. Cronaca nera. Che se non accade nel nostro palazzo nemmeno ce ne accorgiamo e ci sembra lontana, racconto da fiction o reality. Ma anche la cronaca spiccia delle nostre vite, corrose da dentro da rabbia e incapacità di perdono… in famiglia o nella quotidianità con il primo sconosciuto che capita a tiro.
Vederlo su un palcoscenico, che il mondo è barbaro, ancora una volta è una conferma, certo. Ma è (dovrebbe essere) un pugno nello stomaco. Conferma drammatica. Scossone per un mondo che a teatro cerca rassicurazione. Catarsi, dicevano i greci. Giuseppe Verdi lo racconta benissimo. Racconta questo avanti e indietro continuo tra storia pubblica e storie private, una che fa da sfondo alle altre. Storie di popoli. E storie di individui. Come ci racconta oggi la cronaca. Storia del popolo ebraico, in Nabucco. Un frammento. Un segmento. Storia della distruzione del tempio e storia della deportazione a Babilonia – ne evoca, inevitabilmente, tante. Storia di un re e delle sue figlie – vera o presunta, Temistocle Solera, che scrive il libretto, si ispira a un dramma di Auguste Anciet-Bourgeois e Francis Courne, Nabuchodonosor, il nome per esteso del sovrano babilonese. Uno spaccato di vita familiare, di rivalità per un’eredità (la corona) – ne evoca inevitabilmente tante.
Attualità bruciante. Tutta sul nostro tempo, quella di Nabucco. Attualità drammatica che non c’è – o resta sullo sfondo, non ti arriva addosso, spinta in avanti dal grande muro di mattoni che chiude lo Sferisterio – nel Nabucco che apre l’edizione numero sessantadue del Macerata opera festival. Non indagata da Paul-Émile Fourny che firma il nuovo allestimento dell’opera verdiana – l’unico nuovo allestimento dell’edizione 2026 del Mof, primo (nella firma artistica, almeno) della gestione della sovrintendente Lucia Chiatti e del direttore artistico Marco Vinco, il resto sono riprese… uno sconclusionato Barbiere di Siviglia che ammicca all’attualità dei reality e dei social con tanto di incursione (fuori partitura e comunque fuori luogo) di una influencer della lirica… regia di Daniele Menghini che nella sua bulimia di trovate sembra addirittura deridere il testo musicale e letterario, mostrando di non credere fino in fondo nel valore dell’opera d’arte… un Trovatore visto e rivisto a Macerata (e non solo… in questi giorni è in scena a Madrid la versione “al chiuso”) di Francisco Negrin.
La bruciante attualità di Nabucco resta sullo sfondo dello spettacolo di Paul-Émile Fourny. Mix (e confusione) di stili. E non solo di quelli. Un Nabucco un po’ alla Blade Runner nel mettere in scena un mondo barbaro (ma l’attrezzeria, le armi che vengono brandite ricordano certi reperti preistorici… tra museo archeologico e i Flinstones) senza tempo (i costumi di Giovanna Fiorentini mischiano giacche e tuniche). Un Nabucco un po’ kolossal biblico, ma troppo statico. Niente azione, quasi opera in forma di concerto… il coro schierato, uomini di qua e donne di là, i solisti che sono quasi sempre fronte pubblico, non costruiscono le relazioni tra i personaggi (Ismaele salva Fenena dal pugnale di Zaccaria… ma non muove un dito, canta «misera, l’amor ti salverà» a dieci metri dalla ragazza che si divincola da sola… ad esempio), azioni coreografiche (le firma Giorgia Leonardi) affidate ai mimi… una serie di stupri nel finale della prima parte, corpi che si rotolano sul Va’ pensiero disturbando (e non poco) il momento… che è l’unico di tutta la storia dell’opera (forse) in cui un regista può permettersi di non fare nulla… tutti in proscenio… «là, presso i fiumi di Babilonia, noi sedevamo piangendo, ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre» evoca il Salmo 137, eccola la regia. Nabucco di tradizione.
Mix (e confusione) di stili. E non solo di quelli. Perché il filo rosso che corre lungo tutta la narrazione è il Muro del pianto (lo vedi chiaro nella pietra e nelle feritoie), proiettato su teli che ingabbiano la parete lunga dello Sferisterio, frammentato in elementi scenografici che vanno macchinosamente avanti e indietro per il palco (le scene sono di Benito Leonori, i video di Mario Spinaci). «Saccheggiate, ardete il tempio… fia delitto la pietà» ordina Nabucco. Si distrugge e torna. Cortocircuito storico, perché il Muro del pianto, troncone dolente che ancora oggi richiama i pellegrini Gerusalemme, è ciò che resta del Secondo tempio, distrutto nel 70 d.C., mentre il tempio che distrugge Nabucco è il Primo tempio, crollato nel 586 a.C. – il Secondo tempio sarà costruito dal 536 a.C., proprio dopo il ritorno degli ebrei dall’esilio a Babilonia… «là, presso i fiumi di Babilonia, noi sedevamo piangendo, ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre» evoca il Salmo 137, di cui Salvatore Quasimodo fa un calco per denunciare gli orrori della Seconda guerra mondiale «alle fronde dei salici».
Niente storia. Niente attualità. Rinuncia a (provare a) dire cosa una partitura del 1842 ci racconta oggi. Occasione mancata. Ed è un peccato. Perché la musica di Verdi racconta, evoca, suggerisce, è tutta proiettata in vanti… moderna perché supera il belcanto (che pure c’è, impervio, impossibile in una scrittura che non tornerà più così estrema) e getta le basi per i grandi drammi della maturità – un volo oltre la Trilogia popolare, oltre gli anni di galera, unico e inaspettato nel percorso verdiano, che anticipa i ritratti scolpiti nel marmo… degli ultimi capolavori… «Chi mi toglie il regio scettro…», «Dhe perdona…», «Dio di Giuda…» hanno la forza delle statue di Michelangelo. Musica che dal podio Fabrizio Maria Carminati restituisce nel solco di una tradizione consolidata, tempi, fraseggi, atmosfere sono quelle di tanti Nabucco. Manca forse il fuoco, inteso come messa a fuoco… come visione di insieme e del dettaglio al tempo stesso, campo largo e zoom sul particolare. Un Verdi come si faceva una volta (anche con qualche zum pa pa di troppo, ma nella versione integrale, senza tagli, con tutti i d capo delle cabalette… scelta giustissima e oggi necessaria e imprescindibile, anche all’aperto), tradizione e sicurezze, che l’Orchestra filarmonica marchigiana (non sempre impeccabile nei soli… a volte non in appiombo con il palco, ma anche tra le sezioni stesse… e anche il Coro lirico marchigiano Vincenzo Bellini presenta evidenti differenze tra le sezioni…) restituisce puntuale e narrativo.
Scolpito nel marmo, michelangiolesco, il Nabucco di Ariunbaatar Ganbaatar, voce bella, bellissima, musicalità, volume e proiezione, accenti sempre sul testo… Un personaggio che arriva immediato, nella bellezza del canto, nell’approfondimento del carattere, nel gesto misurato (gesto anche vocale) e mai sopra le righe. Scandisce lui il passo del racconto. Inquieta nel «Chi mi toglie il regio scettro», commuove nella verità del «Dhe perdona» – ripresa a fil di voce, udibilissima, e da brivido – coinvolge e appassiona nel «Dio di Giuda». Entra e lascia il segno il baritono della Mongolia, fuoriclasse del canto, una spanna sopra tutti gli altri. Che sono comunque bravi. Anastasia Bartoli, è un’Abigaille che graffia con una voce ben riconoscibile, ma che asseconda le asperità della scrittura verdiana muovendosi più sulla dimensione belcantistica del testo (nel da capo del «Salgo già del trono aurato» sceglie le variazioni “donizettiane” o “rossiniane”, invece che la ripetizione intonsa… a tratti sceglie filati in pianissimo…) che non su quella drammatica (gli acuti ci sono e svettano). Alberto Comes è un autorevole Zaccaria – ma chissà perché il regista lo vuole vecchio e decrepito quando la sorella Anna è giovane… tanto da sembrare sua nipote, lui nonno e lei nipote… –, voce piena e timbrata, in alto e in basso, accenti commoventi come nel «Vieni o Levita». Fenena ha il colore brunito e la musicalità di Laura Verrechia, meno a fuoco, invece, Alessandro Scotto di Luzio che è Ismaele. Renzo Ran è il Gran Sacerdote di Belo, efficaci Simone Fenotti (Abdallo) e Alessia Camarin (Anna).
Non c’è redenzione. Non c’è conversione. Manca la speranza. E il pubblico lo sente. Passa quasi sotto silenzio il Va’ pensiero… applausi di cortesia (non un’ovazione, non una richiesta di bis… suona strano in Italia), come alla fine. Quando ti resta ancora impresso il volto di Nabucco. Impietrito. Duro di fronte alla figlia morta. Immagine di un mondo, il nostro, in cui il rischio di essere anestetizzati dal dolore, incombe. E anche di fronte alla morte dei fratelli (fratelli di sangue o fratelli di patria) non c’è una Fenena disposta a chiudere gli occhi alle vittime. Segno di pietà. Che Verdi ci ricorda essere drammaticamente necessario.
Nelle foto @Macerata opera festival Nabucco allo Sferisterio