Scala, Rosa Feola una Lucia alla Hitchcock

Torna l’opera di Donizetti diretta da Speranza Scappucci nell’allestimento da noir cinematografico di Yannis Kokkos Partitura integrale in edizione critica. Piero Pretti è Edgardo

Strano effetto. Perché la musica che “si vede” nella Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti (tornata) al Teatro alla Scala, non è la solita musica di Lucia. Quella che subito evoca tessuti scozzesi e paesaggi grigioverdi. Strano effetto. Effetto straniante. Sarà il caldo di questa anomala fine di giugno, ma l’effetto è di una claustrofobica cappa di afa. Perché questa musica di questa Lucia non ha le stesse atmosfere di sempre. Non “vedi” i contorni sfumati di un racconto musicale che esce dalla nebbia e nella nebbia ritorna. Non avverti quella sensazione di un raggio di sole che riscalda per un attimo un’aria che torna, poi, a farsi subito fredda. Potrebbe non essere un male, intendiamoci. Però fa uno starno effetto quella musica nitida e squadrata. Un po’ opprimente. Asettica, ma di una freddezza che però opprime. Quella musica che “vedi” sul palco. Dove ci sono atmosfere alla Hitchcock nello spettacolo di Yannis Kokkos. Tornato a breve distanza dall’ultima volta: era il 2023, sul podio c’era Riccardo Chailly per un “recupero” del 7 dicembre 2020 quando questa Lucia fu bloccata dal Covid.

Lucia integrale (ieri, nelle intenzioni filologiche di Chailly, come oggi che sul podio c’è Speranza Scappucci – prassi abituale e codificata quella di riproporre la stessa partitura nelle riprese degli spettacoli, mantenendo i tagli dove c’erano o proponendola integralmente se questa era stata la strada percorsa alla “prima”) Lucia integrale che più integrale non si può – sul leggio l’edizione critica di Gabriele Dotto e Roger Parker che riapre tutti i tagli, quelli di tradizione e quelli sforbiciati, probabilmente dallo stesso Donizetti. Ci sono tutti i da capo, ci sono tutti i recitativi (straniante quello che segue la Pazzia, tra Raimondo, Normanno e Enrico… resa dei conti che non fa calare il sipario sulla scena più attesa dell’opera, ma la prolunga in una drammaturgia teatralmente efficace… offre un respiro, prima di un’altra morte, quella di Edgardo), ci sono i duetti che non sempre si ascoltano, quello tra Lucia e Raimondo e quello tra Edgardo ed Enrico… bellissimi. Ci sono strette e pertichini, finali e prefinali…, pezzi che sembrano chiudersi invece si prolungano in un gioco di scatole cinesi…

Godimento musicale assoluto. Operazione interessante. Più “da festival”, forse – il Donizetti Opera di Bergamo. Ma capace di restituire tutta la bellezza di un’opera che, ascoltata così, suona diversa da come la si ascolta di solito, più equilibrata (nello sguardo complessivo), con un respiro meno per scene chiuse, ma più per grandi arcate narrative. Indissolubilmente ancorata alla tradizione, ma profetica nei tanti semi che germoglieranno poi (in Donizetti, ma non solo- ci senti Ernani, ci senti tanto del Verdi che porterà a compimento un percorso che inevitabilmente getta le basi prima di lui). Eppure non “vedi” la solita musica. Sarà lo spettacolo di Kokkos (sue anche scene e costumi, le luci sono di Vinicio Cheli, la drammaturgia di Anne Blancard) che raggela la vicenda in un racconto alla Hitchcock, psicologico, mentale – un po’ Rebecca e un po’ Io ti salverò. Nonostante abbia un’impostazione tradizionale, coro schierato (e l’unico movimento previsto per le masse, oltre a quello di entrare e uscire, è di passare da una parte all’altra della scena, da destra a sinistra, incrociandosi, nelle scene clou, con mossette e sguardi da vecchia lirica), solisti in proscenio nelle classiche pose… Un racconto duro (l’ombra dell’incesto tra Lucia ed Enrico si allunga più di una volta… il viscidume del precettore è ancora più marcato… Al ben de’ tuoi qual vittima offri Lucia te stessa…), ruvido (la regia convince di più oggi, in questa ripresa – in locandina il nome di Marco Monzini –, rispetto alla prima di tre anni fa), racconto duro, ruvido, con qualche ghigno sinistro, alla Hitchcock, che ti fa “sentire” un’altra Lucia.

La dirige, con troppi scolamenti tra buca e palcoscenico e con troppi scarti di tempo tra corse in avanti (i cori, specialmente… vertiginoso il Per te d’immenso giubilo) e improvvisi e compiaciuti rallentando (che sembrano guardare più alla Lucie francese che non a Lucia), Speranza Scappucci. Orchestra molto presente – non sempre a fuoco, però, come nei non pochi inciampi dell’arpa nell’introduzione della seconda scena del primo atto, quella che prepara la prima grande aria di Lucia Regnava nel silenzio…. Coro pure. Colore continuamente cangiante come la cifra interpretativa, con la Scappucci che non sembra comunicare un’idea chiara ed unitaria di Lucia, poco lirica, spesso tagliente e illuminata da una luce sinistra… vogliamo scomodare il termine novecentesco? Una Lucia, quella della direttrice romana, in cerca d’autore… che va a segno soprattutto quando asseconda il belcanto di cui è intrisa la partitura perché le corse in avanti, di stile e di atmosfere in questo caso, funzionano meno.

Belcanto, quello di Lucia, che Rosa Feola esalta e rimodella in un’interpretazione cucita su misura per la sua voce – è la “sua” Lucia di nessun altra prima di lei – voce bella, pastosa, capace di salire senza problemi in acuto (lame di luce metallica piuttosto che fili sottili dai riflessi dorati che intrecciano ricami) e di vestirsi di profonda umanità disegnando una donna risoluta all’inizio e sempre più in bilico sull’abisso con il precipitare degli eventi… Pazzia intensa (nonostante una poco incisiva glassarmonica a contrappuntare il canto), commovente, applauditissima. Acuti e sovracuti a non finire (ma non c’è quello dal termine del Chi mi frena), cadenze cucite addosso, fraseggio ricco… come si usava (e piaceva) una volta, ma secondo un gusto che la Feola apparenta più a Verdi (il primo Verdi, debitore del belcanto) che a Bellini. Lucia interessante, anche questa diversa da quella che si è abituati a “vedere”, ricca di spunti interpretativi tutti da sviluppare.

Più asciutto, più moderno l’Edgardo di Piero Pretti, voce e tecnica sempre al servizio del personaggio e della sua attualità. Anti-Eroe romantico, che guarda ai tenori anti-eroici che arriveranno poi… Personaggio tutto sul testo, meno languido e più determinato, più politico che innamorato.

Presenza e voce per l’Enrico di Boris Pinkhasovich (ma qualche sporcatura è sempre in agguato) e per il Raimondo di Michele Pertusi con il basso emiliano che ritrova autorevolezza e capacità di lasciare il segno nel racconto musicale. Hyeonsol Park, dall’Accademia, è Alisa. Sempre vocalmente efficace e scenicamente incisivo Paolo Antognetti che qui è Normanno, il sinistro e cupo personaggio (l’edizione critica gli offre un rilievo drammaturgico compiuto) da cui prende le mosse la tragedia. Poche battute, poche pennellate di voce bastano a Leonardo Cortellazzi per tratteggiare l’inconsistenza (politica e umana) di Arturo, che guarda caso fa una brutta fine… Steso Arturo, al suol giaceva, muto, freddo, insanguinato.

Donizetti non lo mostra. Come Hitchcock non lo mostrerebbe. Il cadavere resta dietro le quinte… al di là della skenè. Come nella tragedia greca. Per spingere chi vede e ascolta alla catarsi. Strano effetto. Che può scattare anche in questa Lucia. Diversa dalla Lucia che solitamente si “vede”. Che risuona alla Scala mentre fuori sono tante, troppe le Lucie (e vedi anche nelle scarpe rosse che porta Speranza Scappucci) che ancora impazziscono e muoiono.

Nelle foto @Brescia/Amisano Teatro alla Scala Lucia di Lammermoor

Articolo pubblicato in parte su Avvenire del 2 luglio 2026