L’opera di Verdi inaugura la stagione lirica estiva di Verona Regia ispirata al film di Baz Luhrmann sul locale parigino Michele Spotti sul podio, Violetta è Martina Russomanno
Alfredo torna sui suoi passi. Davanti a quel locale – la scritta luminosa Moulin Rouge è ormai spenta, contorno vuoto dove un tempo c’erano luci colorate – annerito dalle fiamme che lo hanno distrutto. La musica evoca. Drammaturgia verdiana infallibile. Fa riemergere il passato. Un passato di spensieratezza, ma anche di dolore. È tutto sul testo, quello di note Giuseppe Verdi, ma anche quello di parole di Alexander Dumas, l’inizio de La traviata che Paul Curran porta nel vortice del Moulin Rouge. Inteso come locale parigino, ma soprattutto come pellicola, quella di Baz Luhrmann. Colori, giri vorticosi della macchina da presa. Come le note di Verdi che dopo le pennellate malinconiche del preludio ti trascinano tra bottiglie di campagne che si stappano e baci che schioccano.
Le mura annerite di quel locale un tempo glorioso (poi distrutto, come alcuni teatri, da un incendio) si aprono. La musica evoca. Amore e dolore si confondono. E il ricordo esplode. Prende vita. Colori e profumi. Amori e timidezze. In Verdi. E nella Traviata di Curran che ha inaugurato la nuova stagione, la numero centotré, dell’Arena di Verona. Una Traviata al Moulin Rouge, intuizione della sovrintendente areniana Cecila Gasdia, che ha voluto presentare proprio l’allestimento inaugurale nel locale parigino. Una suggestione raccolta dal regista scozzese.
Le mura annerite si aprono e torna la follia. Quella della casa di Violetta. Che nella sovrapposizione del regista scozzese con la celebre pellicola, diventa il locale dove si esibisce Satine, il Moulin Rouge, appunto, evocato dal Mulino tutto luci e pale rotanti e dall’elefante che diventa alcova – scenografie di Jean Guillermo Nova, rovinate dalla tromba d’aria che mercoledì si è abbattuta su Verona, ma che i tecnici hanno riparto a tempo di record. Sovrapposizione, quella tra opera e film, che calza a pennello (anche l’identificazione di Alfredo con il Christian del grande schermo) perché Baz Luhrmann si è (dichiaratamente) ispirato proprio al melodramma verdiano. Un po’ Violetta e un po’ Mimì, la Mimì della pucciniana Bohème Satine. Stella acclamata dello spettacolo e delle notti trasgressive della Parigi Bella Époque tra zingarelle vedette del varietà e del burlesque (danzano immerse in gigantesche coppe di champagne) e toreri palestrati e ammiccanti (anche troppo) a una fluidità che non è solo di questi anni di pride e genderfluid.
Diva sul palco Violetta/Satine. Ma nella vita a luci della ribalta spente – nel sogno liberty della casa di campagna che però ha i mobili già pignorati – con un disperato bisogno di amore. «Amami Alfredo» il grido disperato. «Alfredo Alfredo, di questo core, non puoi comprendere tutto l’amore… ma verrà tempo in che il saprai, come t’amassi confesserai…» la profezia in uno dei concertati più belli e toccanti scritti da Verdi. I ballerini mezzi nudi ancora intorno, gli invitati alla festa in abiti ambigui nel gioco di ribaltamento dei ruoli… una luce sui sentimenti mentre nell’aria volano ancora i coriandoli della festa che arrivano anche in platea. Regia “zeffirelliana” quella di Curran, che cita chiaramente (il “sipario” fatto di pannelli, manifesti in perfetto stile liberty che i figuranti spostano una volta che la musica inizia, la serra del secondo atto… perfetto calco delle Traviate zeffirelliane) gli allestimenti del regista fiorentino, che proprio in Arena ha firmato la sua ultima regia, andata in scena pochi giorni dopo la sua morte – ed era una Traviata e si apriva (anche questa intuizione tutta sul testo di Dumas e sulla musica di Verdi) con il funerale di Violetta Valery-Marguerite Gautier-Marie Duplessis.
Regia che ha il respiro di un musical (i richiami al film si moltiplicano anche nelle coreografie di Kyle Lang e nei bellissimi costumi di Stefano Ciammitti). Il coro, come nella pellicola vertiginosa di Baz Luhrmann, contrappunta il Brindisi con movimenti coreografici, si muove a tempo di musica in un lungo piano sequenza che è la regia di Curran – in scena ci sono le telecamere di Rai5 mentre un’altra, ronzante, vola sulle teste degli spettatori di platea. Un piano sequenza che dal campo largo della Parigi del Moulin Rouge si stringe sulla camera di Violetta, le pareti spoglie, una finestra con i vetri sporchi, il letto sul quale – come in tutte le Traviate di tradizione – la protagonista vagheggia che «Parigi o cara noi lasceremo», lancia il suo «Ah ma io ritorno a vivere… oh gioia» e poi muore.
Lettura musicale che ha il passo delle grandi interpretazioni. La firma Michele Spotti, trentatré anni, direttore musicale dell’Opera di Marsiglia e direttore ospite principale alla Deutsche Oper di Berlino. Lettura da teatro al chiuso (in Arena gli spazi sono enormi, l’amplificazione – necessaria – è discreta e restituisce il canto naturale e mai artificiale), approfondita e sbalzata. Un Verdi, quello di Spotti, che ha il calore del suono italiano, ma anche indugi e rubati d’Oltralpe, più poetico che muscolare, più impressionista che romantico. Una lettura ricchissima di dettagli, rifinita e dal respiro teatrale quella del direttore d’orchestra lombardo (gesto chiaro, tenuta sicurissima tra buca e palcoscenico – che è infinito), che non rinuncia a restituire tutta l’intimità della partitura verdiana incastonandola in una spettacolarità, garantita dall’ottimo coro areniano di Roberto Gabbiani, cangiante e caleidoscopico nei colori e negli accenti, spettacolarità che non diventa mai fine a se stessa. Ma racconta. Con garbo, con misura – e anche con i tagli (troppi) di tradizione, via i da capo delle arie e delle cabalette, via le riprese dei duetti… peccato, perché musicalmente si sente la cesura in una partitura che è scritta per scorrere continua, fiume in piena di sentimento.
Racconta. Come fanno gli interpreti. Intensa, a tratti commovente la Violetta di Martina Russomanno. Un’interpretazione tutta in crescendo quella del soprano ventottenne, partita in difesa (l’Arena, Violetta, il Sempre libera… comprensibile) e poi sempre più convincente in un ruolo enorme che, con intelligenza musicale, riesce a dominare. Meno in parte (attacchi in ritardo, parole del libretto sbagliate…), meno intenso Yusif Eyvazov che è un’Alfredo troppo generico, catapultato quasi per caso sul palco. Voce bellissima, accenti verdiani sempre giusti, musicalità per il Germont di Amartuvshin Enkhbat, calcolatore e freddo come il padre di Alfredo, che vuole comprare l’onorabilità con il denaro, deve essere. Lasciano il segno anche l’Annina di Francesa Maionchi e il Marchese di Gezim Myshketa, presenza di lusso in un ruolo di contorno (ma non minore) del baritono albanese spesso protagonista sui palchi europei. Il cattivo (che non manca nei film) è il Barone Duphol di un incisivo Nicolò Ceriani. Nel vortice del Moulin Rouge anche Anna Werle che è Flora, Carlo Bosi che è Gastone, Mariano Buccino che è il Dottor Grenvil, il sempre puntuale Francesco Piuttari, qui Giuseppe, e Carlo Bombieri nel doppio ruolo di Domestico e Commissionario.
Fantasmi, ricordi sbiaditi di una storia che si ripete. Rinchiusa tra mura annerite dal fumo. Pronta a rivivere. A ripetersi. Evocata dalla musica. Chiamata dai ricordi. Una storia senza tempo. Storia che racconta anche un tempo come il nostro. Tempo di iperconnessione. Di presenza ad ogni costo. Di apparenza e like che danno l’illusione di una vita piena. Tempo di grande solitudine. Violetta sola, nel locale vuoto. «Ah forse è lui» lanciato dall’Elefante. Il «Sempre libera» cantato seduta sul pianoforte. Scenografie che spente le luci sono grigie. Finte.. Cascate di luci che una volta spente non scaldano più. Malinconico pensiero che si dilegua nell’aria. Volano i coriandoli colorati sulla platea dell’Arena. Li trasporta il vento. Insieme alla musica. Intrisa di amore e morte. Come il nostro tempo.
Nelle foto @EnneVi Traviata all’Arena di Verona
Articolo pubblicato in parte su Avvenire del 14 giugno 2026