Guadagnino e la danza di morte di John Adams

The Deat of Klinghoffer inaugura il Maggio musicale fiorentino Spettacolo tra cronaca e astrazione del regista cinematografico dove la danza di Ella Rotschild diventa riflessione sul presente Sul podio Lawrence Renes, protagonisti Naouri e Bullock

Il dolore è memoria. «Per me tu sei come le pietre di Gerusalemme. Le tue cicatrici luoghi di devozione». Cicatrici. Tatuaggi di numeri seriali. Perché il dolore è memoria. Dovrebbe esserlo. Per dire (e per non fare) «mai più». Eppure… eppure… ci dice la Storia. Non solo memoria. Il dolore è un cancro che si insinua silenzioso. Un pensiero (nero) strisciante che si incardina tra altri pensieri. Resta lì, inestirpabile. «La casa di mio padre fu rasa al suolo nel millenovecentoquarantotto». Alcool sulle ferite. Brucia. E all’improvviso deflagra. Perché il dolore è un cancro silenzioso. Che corrode da dentro. E poi distrugge. Inesorabile.

Immagine potente. Rivelatrice. Che arriva subito e offre la chiave per leggere ciò che verrà dopo. Memoria e dolore. Dolore e trauma. Immagine concreta. Uomini e donne cantano. Schierati. Due corali bellissimi. La forza delle parole impastate alle note. Vita che scorre e palpita. La potenza del tempo che resta sospeso. Uomini e donne fuori dal tempo. Lo sguardo fisso sul passato e insieme proiettato sul futuro. Perché l’oggi è incerto. E tra loro, tra quei corpi, impercettibili e improvvisi si insinuano altri corpi, altri uomini e altre donne. Danzano. Si aggrappano ai corpi immobili. Sinuosi. Gocce di inchiostro nero in una distesa di acqua azzurra. Che così non è più pura.

Immagine potente. Astratta. Fuori dal tempo. Ma anche materica. Tutta su un (eterno) presente. Immagine che arriva subito. All’inizio di The Death of Klinghoffer di John Adams. Inizio folgorante e inaspettato dello spettacolo di Luca Guadagnino che ha inaugurato l’edizione numero ottantotto del Maggio musicale fiorentino. Che torna alle sue origini, gettando uno sguardo sul presente. Musica contemporanea – anche se la partitura del compositore americano è del 1991, quasi storia ormai, sedimentata eppure nuova. Sguardo artistico contemporaneo. Quello di un regista che al cinema racconta i sentimenti con una raffinata rarefazione. Una giusta distanza che te li fa sentire ancora più addosso. Succede anche a teatro. In questo strano e straniante Klinghoffer, successo pieno e (solo) tre repliche per una scommessa vinta – dal sovrintendente Carlo Fuortes. Riportare in primo piano il contemporaneo e uno sguardo su esso. Sguardo politico. Inevitabilmente.

Un contemporaneo (politico) inaspettato, ma urgente. Quello che ci restituisce la storia del sequestro e del dirottamento della nave da crociera italiana Achille Lauro. Anno 1985 che riemerge nei ricordi di cronache televisive a colori sbiaditi. Quattro terroristi del Fronte per la liberazione della Palestina che vogliono le prime pagine per far sapere, per raccontare al mondo la loro condizione. Con i mezzi sbagliati, ammoniscono il Capitano (che forse li comprende) e Leon Klonghoffer (la vittima sacrificale, lo dice subito, chiaro il titolo). Il cancro del dolore che li ha corrosi per tanto, troppo da dentro esplode. E li fa sragionare. «Da piccolo giocavo con le armi. Il mio primo giocattolo. Un fucile vero. L’odore del metallo rovente e del proiettile esploso» vagheggia Mamoud davanti a un cielo stellato mentre cerca di sintonizzarsi con la radio su una stazione palestinese. Nostalgia mista a rabbia. La mente che va ai campi di Sabra e Chatila «dove il dio onnipotente nella sua misericordia volle mostrarmi mio fratello decapitato. E nella sua misericordia permise che fossi io a chiudergli gli occhi, io a detergergli il volto». Parole ruvide e potenti di Alice Goodman, in proscenio, abbracciata a un commosso Guadagnino per gli applausi finali.

Parole sulla cronaca. Sulla storia. Di un presente che assomiglia al passato in cui si è consumata la tragedia dell’Achille Lauro. Tale è, dice già nel titolo Adamas, The Death of Klinghoffer e sai già che quell’uomo in carrozzina (vestito da Marta Solari come le prime pagine d giornali dell’epoca ce lo consegnano, maglietta a righe, bermuda, calzettoni a proteggere le caviglie inchiodate ai pedalini della sedia a rotelle) sai già che quell’uomo in carrozzina morirà.

Realtà. Nella quale si innesta l’astrazione. Che è la cifra inaspettata dello spettacolo di Guadagnino (pensi alla matericità di Villa Necchi per Io sono l’amore, ai colori della campagna lodigiana per Chiamami col tuo nome). Guadagnino che, certo, asseconda la natura ibrida della partitura di Adams. Un oratorio laico. Sul modello delle Passioni di Bach – qui la passione di Leon, ma anche di un popolo, che sia quello palestinese o quello ebraico poco importa. Una ricostruzione (a tratti romanzata, inevitabile non sapendo tutto ciò che è successo nelle cabine e sui ponti dell’Achille Lauro) dei fatti. Ma anche una riflessione sui fatti stessi. Una presa di distanza quasi brechtiana, racconto in terza persona, come se i protagonisti si guardassero da fuori. O come se deponessero, ricostruendo i fatti, a un processo. Che, nella scrittura di Adams e della Goodman, diventa un processo alla Storia. E a noi che la guardiamo.

Che si apre (la partitura, ma anche lo spettacolo di Guadagnino) non in medias res, non sul ponte dell’Achille Lauro. Ma in un non tempo e in un non luogo. Un limbo abitato da esuli. Che cantano il loro dolore. Esuli palestinesi da una parte ed esuli ebrei dall’altra. Un dolore detto su un presente di taxi e bagagli, di calura e sete. Esuli, come ci sentiamo noi in platea. Senza una terra, senza un posto dove affondare con certezza le radici. Perché il mondo vacilla. Dissodato sotto i nostri piedi che non sanno più dove poggiare. La ragione ha perso i punti di riferimento. Come una nave in mano ai dirottatori. Vaga alla ricerca di un approdo. Che chi dovrebbe segnare la rotta non sa più indicare. Dichiarazione potente.

Miglior risposta alle contestazioni che hanno accompagnato sin dalla sua prima apparizione The Death of Klinghoffer. A New York tacciata di antisemitismo. Contestazioni all’opposto, invece, alla prima fiorentina. Sul viale post industriale che porta al Teatro del Maggio volti e storie di palestinesi morti. Bandiere rossonerobiancoverdi. Volantini firmati Firenze per la Palestina che chiedono: «La morte di Klonghoffer al Maggio. Perché questa scelta?». E dicono che «quest’opera non aiuta chi vi assiste a capire chi è storicamente l’aggressore e chi l’aggredito e che i palestinesi, come qualsiasi altro popolo, hanno diritto alla propria terra e a lottare per essa». Perché? Perché l’opera non è Storia. Sono altri che devono dire chi è storicamente l’aggressore e chi l’aggredito. L’opera è riflessione sul nostro tempo. Anche attraverso la Storia. E forse bastava fare qualche passo in più, entrare in teatro o anche solo leggere il libretto. Lasciarsi interrogare dalla forza e dalla pietà delle parole della Goodman. Dalla lucida intelligenza di Adams. Che non giudica, nonostante le invettive della signora Klinghoffer che attacca il Capitano «lei li ha abbracciati… l’uniforme contaminata dai palestinesi». Parla il dolore. Che poi si purifica. «Avrebbero dovuto uccidere me».

Guadagnino lo fa. Si fa interrogare da testo e vita. E costruisce uno spettacolo che non offre risposte. Ma suggerisce domande. Il regista palermitano (alla sua seconda regia lirica passa da momenti intensissimi, drammaturgicamente illuminanti a tic melodrammatici di facile consumo – il cielo stellato, su tutti) il regista palermitano asseconda la natura ibrida della partitura. Cori ed episodi, sul modello della tragedia greca. Parodo e stasimo in continua alternanza. Come nel teatro classico. Guadagnino amplifica questa struttura. Sdoppia il coro (che nelle tragedia agiva cantando) tra canto e movimento, danza dal tratto contemporaneo, fisico e allo stesso tempo poetico affidata ai danzatori (intensi, ipnotici) di Ella Rotschild. Il Coro della Notte e quello del Giorno, il coro dell’Oceano e quello del Deserto – a fuoco, musicalissime le voci del Coro del Maggio preparato da Lorenzo Fratini. Il coro di Agar e l’Angelo, racconto biblico che getta una luce di riconciliazione sull’annosa lotta tra ebrei e palestinesi… il racconto di Agar confortata nel deserto dall’angelo, il racconto di quel figlio Ismale, figlio di lei e di Abramo, antenato del profeta Muhammad.

Cori e monologhi. Guadagnino accende un occhio di bue (immaginario, ma anche fisico nelle bellissime luci di Peter van Praet) sui soliloqui dei personaggi, quello di Mamoud o della Ballerina inglese, quello del Capitano, a un tavolo, nella sua cabina, rimando inconfondibile al Britten di Billy Budd nella scrittura di Adams… vertigine e bellezza. E il monologo, straziante, rabbioso e commosso di Marylin Klinghoffer alla quale Susan Bullock, voce ormai oltre seppur venata di reminiscenze del passato, conferisce una composta, toccante umanità. La scena vuota, il coro ad abbracciarla. Lei innalza il suo lamento. Ma non ha un cadavere sul quale piangere. Il corpo di Leon è stato gettato in mare dopo essere stato crivellato di colpi di mitra. Adams scrive una Gymnopédie, che è una danza, un’Aria del corpo che cade. Fluttua nell’acqua una statua, un satiro con braccia e gambe monche, di Berlinde De Bruyckere. Viene smembrata, corpo che si dona, mentre Leon canta, sdraiato a terra, la sua lode, un salmo che Laurent Naouri, il migliore in campo per voce e spessore drammatico, riveste di sacralità.

Come fa dal podio di un’orchestra del Maggio presentissima e convincente (tanto che alla fine sale in palco per i meritati applausi) Lawrence Renes. Ogni passo è meditato, approfondito e restituito nella sua immobile teatralità, nel suo essere sismografo dell’animo dei personaggi. Daniel Okulitch è un Capitano autorevole, come il Primo Ufficiale di Andreas Mattersberger. I quattro palestinesi del commando terroristico sono Roy Cornelius Smith, Levent Bakirci, Joshua Bloom e una bravissima e intensissima (commuove la sua lunga aria notturna) Marvic Monreal. Caratteri  scontornati dalla cronaca che raccontano, con un sorriso sinistro, un dramma per la Ballerina inglese di Janetka Hosco e per i due ritratti della Nonna svizzera e della Donna austriaca che Marina Comparato disegna con misura e garbo.

La cronaca, quella che ti riaffiora alla mente nelle immagini dei telegiornali e dei giornali di allora, lascia spazio alla riflessione. Quelle immagini, anno 1985, paura e sospetti che ancora oggi hanno un sapore sinistro, quelle immagini si sovrappongono a quelle di oggi. Altre morti. Stesse rivendicazioni. La nave, l’Achille Lauro, è scomparsa, inghiottita dal ventre del palcoscenico. Gli interni, più spartani che patinati (li disegna lo stesso Guadagnino che firma le scene), le cabine e i saloni hanno lasciato il posto a un vuoto che è lo stesso che lascia la musica. Che si spegne nel silenzio. Sospeso. Mentre la coreografia sfuma in una dissolvenza malinconica. E dentro ti resta un vuoto. Da colmare con un perché.

Nelle foto @Michele Monasta The Death of Klinghoffer al Maggio musiclae fiorentino