Il maestro spiega e prova il capolavoro con i giovani direttori nell’Italian opera academy alla Fondazione Prada di Milano Sale poi sul podio per dirgere l’opera in forma di concerto
La partitura in mano. Quella sulla quale hanno appuntato minuziosamente tutte le indicazioni. Segni colorati su quei volumi, enormi che, una volta tornati a casa, metteranno nella loro libreria, posto d’onore, pronti a riprenderli ogni volta che ci sarà bisogno. La partitura in mano, nel lungo corridoio di uno dei tanti capannoni – architettura post industriale, trasformata in fucina di arte – della Fondazione Prada di Milano. Sara Corriga è italiana, ci sono tre cinesi, Guo Hancheng, Hu Xiaobo e Zhou Moyue mentre Keuntae Park viene dalla Corea del Sud. Alma Deutscher è nata in Irlanda, Korbinian Krol in Germania. Jakub Montewka è volato qui dalla Polonia, Andrei Stanculescu dalla Romania. Il più vecchio ha trentatré anni, il più giovane ne ha venti appena compiuti.
Sono nove. Mai stati così tanti gli allievi. Aspettano che Riccardo Muti metta la sua firma su quelle pagine. Che sono le pagine del Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart, il “libro di testo” scelto dal direttore d’orchestra per l’edizione 2025 della sua Italian opera academy. Che torna a Milano, alla Fondazione Prada, appunto, per il terzo anno – prima c’era stato il Nabucco nel 2021 e Norma nel 2023. «Anche questa volta opera italiana, perché il Don Giovanni di Mozart è un’opera italiana. Il libretto lo ha scritto Lorenzo Da Ponte, autore che si dovrebbe studiare nei Conservatori» mette subito in chiaro Muti. «E se volete suonare Mozart dovete leggere Da Ponte. Non si può suonare l’opera italiana se non si conosce questa lingua…» avverte il direttore.
Che non sale in cattedra, non tiene lezioni dal podio. Ma gira tra i leggii dei ragazzi – sono quelli dell’Orchestra giovanile Luigi Cherubini, vent’anni di vita e tanti talenti che oggi siedono tra le fila di formazioni italiane ed europee, «ma tanti di loro hanno dovuto appendere lo strumento. Una vergogna. Perché lo Stato ha il dovere di dare un posto a chi si diploma con 10 e lode e menzione» dice amaro Muti. Sta a fianco dei direttori e guida il loro braccio. Si siede al pianoforte, accanto ai quattro maestri collaboratori, «mestiere che ormai si va perdendo» – sono gli italiani Annalisa Orlando, Giuseppe Ottaviani, Samuele Piccinini e il cinese Sun Haojing – per spiegare l’importanza di «provare l’opera insieme ai cantanti suonandola al pianoforte, pratica oggi in disuso».
Dieci giorni di lavoro per preparare, come si fa in prova, in teatro, il Don Giovanni. «Il mio primo Don Giovanni fu in questa città, al Teatro alla Scala: era il 1987, avevo quarantasei anni, e la regia era di Giorgio Strehler. Da lui ho imparato moltissimo dal punto di vista del teatro, non so se potrei dire lo stesso lavorando dei registi di oggi. Giorni e giorni di lavoro, perché un direttore è corresponsabile di ciò che avviene in scena» dice Muti ai giovani arrivando a teorizzare che «un direttore deve essere in grado di fare la regia e il regista di dirigere. Ricordo che una sera, durante le prove, sono entrato in sala e Strehler stava facendo le luci. Ho visto un azzurro cupo sulla scena di Ezio Frigerio. E sono rimasto senza parole per tanta bellezza. Mi sono avvicinato a Strehler e gli ho detto: Questo è un sogno meraviglioso. Lui però non era soddisfatto e ci ha messo altre tre ore per perfezionare quella luce. Un livello che per me era inimmaginabile. E io mi sono sentito piccolo per aver pensato perfetto ciò che non lo era. Una lezione anche nella musica, perché non si deve smettere mai di perfezionarsi» dice Muti ai ragazzi.
Ai quali poi spiega che «nel repertorio italiano c’è una verticalità tra parola e suono. Una parola corrisponde a un suono. Con Wagner questo non accade, è un’altra cosa. La parola si innesta su un tessuto sinfonico. Una parola dice un sentimento e deve essere lei ad innestarsi sulla musica». Opera italiana. Da tutelare. «Perché il canto lirico italiano, ora considerato patrimonio dell’umanità, non è un acuto tenuto all’infinito». Muti lo fa lavorando sul testo. Letterario e musicale. Di Mozart e Da Ponte. «Un genio che scrive: Soave sia il vento, parole per le quali il compositore scrive una meravigliosa musica di onde placide. Questa è la musica che appartiene all’umanità!». E parte l’applauso. «Quando a Goethe dissero: hai sentito ultima composizione di Mozart? Lui rispose: il Don Giovanni non è una composizione, è un’alta espressione dello spirito. E Flaubert: venerava tre cose il mare, Amleto e Don Giovanni. Beethoven non la amava proprio perché era italiana. La migliore di Mozart per lui era Il flauto magico perché era tedesca».
Si lavora sulla partitura. «Un dramma giocoso, come il Così fan tutte. Una definizione in uso per le opere del tempo. L’importante è capire che il Don Giovanni inizia con la tonalità del re minore che è la tonalità del Requiem e dunque della morte. La sinfonia è un’abside infernale capovolta che va negli abissi. Le stesse note che tornano alla fine, quando compare il Commendatore». Un’opera che, spiega il direttore napoletano, racconta «un uomo che era contro lo status quo, un ribelle che cerca la libertà attraverso la rottura dell’ordine. Attraverso il disordine. Don Giovanni rompe tutti gli schemi. C’è un’abilità diabolica di Mozart e Da Ponte in questo. Inizio con tentativo di stupro di Giovanni ad Anna. E lei cerca di scoprire chi è quell’uomo che si è introdotto nella sua stanza e poi le ha ucciso il padre… lo vuole sapere per scoprire l’assassino o perché ha provato qualcosa che l’ha turbata? Ci resta il dubbio per tutta l’opera» avverte il direttore spiegando che «Don Giovanni provoca un disordine al quale alla fine si cerca di rimediare. Ma alla fine quando sparisce il male, quando la luce luciferina del libertino si spegne, tutti restano al buio. Tutti sono perduti e non sanno cosa fare. Tutti restano spiazzati e se ne tornano a casa mesti. Anna chiede un anno prima di sposare Ottavio, Elvira va in convento, Zerlina riprende Masetto e Leporello va a cercare un “pardon migliore”. Terribile. Il disordine che Don Giovanni ha creato non si ricompone. Ma tutto resta rotto. Mozart chiude con una fuga. Ordine che però si dissolve e finisce nel nulla. Si dissolve e tutto riparte dall’inizio».
Morale terribile che Muti, poi, chiede ai ragazzi di tradurre in musica. Nelle lunghe ore di lavoro. In sala, accanto al pubblico degli affezionati, molti studenti dei Conservatori. Anche loro prendono appunti. E applaudono, nel concerto finale, i colleghi che si danno il cambio sul podio sotto l’occhio vigile di Muti. «I suoni non vanno piantati per terra, ma vanno portati a Dio, dal basso devono volare in cielo. Lo dico a tutte le orchestre del mondo. La nota non deve partire piena di vita e poi smorzarsi. Deve essere il contrario. Nascere alla vita e crescere» avverte il direttore per il quale «Da Ponte in questo capolavoro scrive delle frasi che oggi lo porterebbero in galera. Cancellare allora? No! Perché è avvenuto. Il passato esiste, purtroppo anche negli orrori e negli errori e devono essere ben evidenziati per dire: Vedete che orrori sono stati fatti? Non facciamolo più. Non è politicamente corretto, ma è necessario» dice accorato Muti.
Che poi, in chiusura di Academy, dirige – come solo lui sa fare, perché il suo Mozart è unico, nel suono, nel passo teatrale, nel colore e nel peso che ogni suono e ogni parola acquisicono – tutta l’opera. In platea il sovrintendente del Teatro alla Scala Fortunato Ortombina e il suo predecessore Dominique Meyer, il sindaco di Milano Beppe Sala. Pura vertigine dell’ascolto. Il direttore ti trascina negli abissi che Mozart disegna sin dalla sinfonia. Una corsa verso il nulla che si spalanca all’apparire del Commendatore – le anime infernali, Tutto a tue colpe è poco, vieni c’è un mal peggiore, sono le voci del Coro della Cattedrale di Siena. Teatralissimo il Don Giovanni in forma di concerto. Parola scolpita, perché Muti ha lavorato ogni recitativo e ogni aria, dando un peso a ogni parola. I cantanti (vocalità modellate su quelle della storica incisione del 1987 di Muti con i Wiener) sono appesi al suo sguardo. Raccontano con un canto che si staglia su un discorso orchestrale che non è mai accompagnamento, ma protagonista sempre, cardiogramma dell’anima che è la nostra che ascoltiamo. Impasti di suono luminosi e crepuscolari al tempo stesso, introduzioni alle arie che, nel sussurro degli archi, diventano raggi di luce che attraversano le vetrate di una cattedrale musicale. Violoncelli e contrabbassi stendono un’ombra di inferno su tutto il racconto, monito che torna e che Muti mette come contrappunto a tutta la sua narrazione.
La Cherubini lo segue, trasfigurata nel suono e nelle intenzioni, in dieci giorni di lavoro. Il gesto di Muti è essenziale. A parlare sono gli occhi, la tensione del corpo – ottantaquattro anni e tutta l’opera diretta in piedi. Tiene appesi allo sguardo e alla bacchetta gli interpreti. Christain Federici è un Don Giovanni vitale e graffiante, Nahuel Di Pierro un tragico Leporello, Iwona Sobotka una Donna Anna svettante in acuto e protagonista del suoi destino. Marily Santoro conferisce una statura tragica a Elvira, Anna-Doris Capitelli un’inaspettata malinconia a Zerlina. Žiga Čopi è un puntale Don Ottavio, Leon Košavič un Masetto arrabbiato, ma mai sopra le righe. Questo è il fin di chi fa mal… e dei perfidi la morte alla vita è sempre ugual cantano. Applausi. Per tutti. Poi anche loro, partitura in mano, quella sulla quale hanno appuntato minuziosamente tutte le indicazioni, aspettano la dedica di Muti. Per metterla nella loro libreria, posto d’onore, pronti a riprenderli ogni volta che ci sarà bisogno. E di Mozart, di questo Mozart, c’è sicuramente bisogno.
Nelle foto @Patrick Tomei Neri e @Alessandro Saletta Don Giovanni alla Fondazione Prada