MiTo, il Requiem di Britten per le guerre di oggi

Alla Scala inaugurazione del festival che unisce Milano e Torino Cartellone aperto dal War Requiem del compositore britannico Simone Young guida Orchestra Rai e Coro del Regio di Torino

Sono ancora tanti, troppi, i frammenti, i resti di morte che oggi si alzano tra le macerie della guerra. Monumenti muti, in tante, troppe, città del mondo. A Gaza e in Medioriente. A Teheran. A Kiev e nelle regioni russe. In zone remote dell’Africa dove si combatte tra il silenzio del mondo. Nell’America del Sud. Tronchi di edifici sventrati, quasi una gigantesca casa delle bambole, se dentro non ci fossero cadaveri veri, grondanti sangue. Pareti solitarie di luoghi fantasma che un tempo erano vivaio di cultura, biblioteche, teatri, cinema… Corsie di ospedali sventrate, dentro le quali si continua a curare, a tenere la speranza attaccata ad una flebo.

Frammenti di una distruzione, quella della guerra, per la quale è ancora necessario, urgente, innalzare un Requiem. Un lux aeterna per le vittime. Ma anche un Libera me, Domine per chi resta. Richiesta di pietà. Germoglio di speranza da provare a scorgere nel nero dei conflitti. Un requiem di guerra, un War Requiem quello che Benjamin Britten scrisse nel 1962 – la commissione arrivò nel 1958, il compositore disse subito sì, si mise al lavoro perché un Requiem era già nella sua testa, avrebbe voluto scriverlo per dedicarlo a Gandhi. Un Requiem di guerra commissionato al compositore britannico per l’inaugurazione della nuova Cattedrale di Coventry, ricostruita a fianco dei frammenti della vecchia cattedrale, distrutta dai bombardamenti tedeschi nella notte tra il 13 e il 14 novembre 1940. Frammenti. Lasciati lì, come monito.

Frammenti. Nella musica di Britten. Nel suo War Requiem che ha inaugurato al Teatro alla Scala di Milano (si fa un anno per ciascuno, una volta Milano e una volta Torino) l’edizione 2026, la numero venti, del festival MiTo Settembremusica. Primo con la direzione artistica di Speranza Scappucci – che sarà in cartellone anche per un rossiniano Stabat Mater e che ha salutato il pubblico alla replica all’Auditorium Rai di Torino, ma non al Piermarini… Rigoroso. Austero. Spirituale e meditativo il War Requiem di Britten. La Scala lo ha seguito concentratissima, un lungo silenzio al termine della musica, le mani di Simone Young in aria. Ascolto e meditazione – e stona, in questo contesto, l’apparato social messo in campo per questa edizione di MiTo, con sedicenti cultural content creator in campo per avvicinare i gggiovani, impegnate a farsi video (naturalmente poi adeguatamente “socializzato”)  nel retro del palco reale mentre si rifanno il trucco… giustificando la cosa come “filologica” perché le signore nell’Ottocento questo facevano in palco… certo, ma nei retropalco si faceva anche altro… si mangiava, si giocava, si amoreggiava… se allora si vuole essere “filologici”…

Ma a spazzare via tutto questo, che dura il tempo di una storia su Instagram, ci pensa il soffio leggero di Benjamin Britten, quello che il compositore mette all’inizio del suo War Requiem. Sul leggio dell’Orchestra sinfonica nazionale della Rai e di Simone Young. Intensa, precisissima. Gesto essenziale, forse non bellissimo, ma sempre sulla musica, sempre funzionale e mai esteriore, piuttosto intimo e spirituale. Solenne nello sguardo al passato. Austero e asciutto nella proiezione che si staglia oltre il Novecento. Vertigine del tempo nella partitura. Dove il Requiem, il testo liturgico della liturgia funebre, diventa frammento – come quelli rimasti in piedi della Cattedrale di Coventry. Frammento che non può più essere ricondotto ad unità. Il postmoderno, il relativismo corrodo il Novecento. Tutto è già stato detto. Il frammento del passato può solo essere osservato, reperto del tempo. Rivestito di musica antica… ci senti la polifonia nelle parti che Briten affida al coro e al soprano, echi di Verdi, indubbiamente, ma anche di Mozart. Elena Guseva, velluto e luce (nel Lacrymosa  e nel Sanctus) e il Coro del Teatro Regio di Torino preparato da Gea Garatti Ansini.

Ricostruito il Requiem, in un tentativo di ricondurre ad unità ciò che ormai l’ha persa, come in quei lavori che accanto ai lacerti sopravvissuti alle bombe ci mettono inserti moderni, stacchi netti per dire cosa c’era e cosa non c’è più. Lo fa anche Britten, riempiendo i vuoti del Requiem con le poesie di Wilfred Owen, ufficiale inglese, poeta, caduto in Francia sulla soglia dell’armistizio, nel 1918. L’essenzialità della poesia, la linearità della modernità nell’accompagnamento che Britten affida a una piccola orchestra da camera, sistemata al lato del palcoscenico – il Requiem lo restituisce una grande orchestra, contrappuntata dalle voci bianche (sempre del Regio, qui affidate a Claudio Fenoglio) e dall’organo, suoni che arrivano dal lontano – a Coventry dall’organo, in alto, qui da dietro le quinte.

Tenore e baritono, Nicky Spence (lama di luce a scapito di qualche imprecisione di intonazione) e Bo Skovhus (voce antica e graffio moderno, immutata e avvolgente) restituiscono la drammaticità, la crudezza delle poesie di Owen. Meditazioni dalla trincea sino al drammatico faccia a faccia finale tra il soldato inglese e il soldato tedesco che ha ucciso. Let us sleep now, dormiamo ora. Lancinante e al tempo stesso consolatorio. Come il In paradisum deducant te Angeli, musica che si prede nell’aria. In un silenzio denso, impregnato di drammatica attualità, che riconduce a unità i frammenti del tempo e della storia.

Nelle foto @Lorenza Daverio il War Requiem a MiTo al Teatro alla Scala