Il regista canadese porta in uno studio tv l’opera di Mozart Alexander Soddy convince sul podio e al fortepiano dirigendo Elsa Dreisig, Nina Van Essen, Giovanni Sala e Luca Micheletti
«Chiudiamo il televoto». Ti sembra di sentirla – “disturbata” dalla musica di Wolfgang Amadeus Mozart – la voce della conduttrice televisiva di turno. In principio fu Daria Bignardi – riciclatasi poi come intellettuale della gauche tricolore dopo avere, però, aperto la strada in Italia al trash conducendo la prima edizione italiana del Grande fratello sulla berlusconiana Mediaset –, in principio fu Daria Bignardi poi sono venute in ordine sparso Simona Ventura, Barbara D’Urso, Ilary Blasi… E ti sembra di sentirla la voce della conduttrice televisiva di turno che annuncia: «La persona che deve lasciare la casa è…» dopo che Don Alfonso (il presentatore di turno…) ci ha ricordato che «giovani, vecchie e belle e brutte… Così fan tutte». Spoiler sul titolo dell’opera. Così fan tutte, ovvero «mille volte al dì cangiano amore». Dichiarazione di una misoginia oggi, in tempi di politicamente corretto a tutti i costi, impensabile e inaccettabile per qualsiasi “rete” di donne. Già in piazza con scarpette rosse e striscioni infarciti di asterischi.
Non è un vizio, però. Ma «necessità del core» avverte Don Alfonso. Slogan da Pomeriggio in diretta che fa scattare l’appaluso del pubblico, fintissimo, richiesto e sollecitato dall’assistente di studio, prima che quella voce che ti pare di sentire – sempre “disturbata” dalla musica di Wolfgang Amadeus Mozart – proclami che «I vincitori de La scuola degli amanti edizione 2025 sono…». Suspense. Abile costruzione drammaturgica di un copione tv. Parte la slot machine con i volti dei concorrenti. E le facce, tiratissime, filtrate a dovere come i social impongono, sono quelle di Fiordiligi e di Dorabella. Vincono le donne. Vincono La scuola degli amanti, il reality show nel quale Robert Carsen ha trasformato il Così fan tutte di Mozart, ultimo titolo della stagione 2024/2025 del Teatro alla Scala e primo confronto del regista canadese con il titolo apparentemente più semplice, ma più enigmatico del compositore di Salisburgo.
Idea non originalissima quella del reality – un’analoga lettura del capolavoro mozartiano, proposta in versione Temptation island dalla regista tedesca Katharina Thoma, ha aperto lo scorso settembre la stagione dell’Opera di Lipsia. Idea in qualche modo suggerita dal testo, da quella scommessa e da quel reality casalingo costruito ad hoc da Don Alfonso per dimostrare, appunto, che Così fan tutte. Antenato, questo Settecento di intellettualismo e di raffinato sadismo, della tv trash del nostro tempo che si vorrebbe dare una parvenza intellettuale (il primo Grande fratello lo fece autocandidandosi a fenomeno sociologico) – come certo Settecento, appunto. Idea tutta proiettata sul nostro oggi, non originale, forse, ma azzeccata e (quasi) sempre in appiombo con la musica di Mozart e il racconto di Lorenzo Da Ponte. Gioco delle coppie, con Don Alfonso che propone la scommessa sulla fedeltà delle donne. Prove e tentazioni che Carsen fa cadere (quasi) sempre in appiombo con parole e note. Quasi, perché per far tornare i conti con la sua idea Carsen deve sforbiciare abbondantemente il libretto e cambiare alcuni versi.
Deve farlo. Per far vincere le donne. Che alla fine (altro spoiler) non si riprenderanno i loro amanti, ma sceglieranno un più moderno – forse per «necessità del core» – scambio di coppia. Così Fiordiligi si prende Ferrando e Dorabella Guglielmo. D’altra parte se lo erano (e ce lo avevano) già detto, «prenderò quel brunettino… ed intanto io col biondino». Vincono le donne. E non è una di quelle scelte che vanno di moda oggi – per forza o per amore… o mangia sta minestra o salta sta finestra… perché se fai/dici il contrario rischi grosso… presidi, denunce, gogna mediatica… e li conosciamo tutti gli strumenti di certo femminismo – non è una di quelle scelte che vanno di moda oggi per aderire ai canoni di un politicamente corretto che più che includere appiattisce il pensiero…. Ma questa è un’altra storia. Vincono le donne. E forse non è davvero una vittoria. Non è un trionfo da festeggiare alzando l’urna colma di banconote sotto una pioggia di coriandoli dorati.
Perché la società di oggi – la si prenda da dove si voglia, dal lato economico, da quello etico (inteso come pensiero sulla vita e sulla morte), da quello dei rapporti tra gli stati (leggi guerre, invasioni, prevaricazioni, dazi…), ma anche dei rapporti tra le persone (regolati spesso dal denaro e dagli stessi meccanismi che regolano i rapporti tra gli stati) e perché no del sesso – la società di oggi, la si prenda da dove si voglia, è senza morale. Lo sappiamo. O meglio. Una morale ce l’ha. E non una, ma tante. Ognuno ha la sua. Particolare, che vorrebbe far diventare universale. Joseph Ratzinger, anche prima di essere Benedetto XVI, metteva in guardia dal relativismo che regola i rapporti umani. Relativismo anche morale. Che ribalta visioni e prospettive attraverso le quali guardare il mondo.
Lo fa anche Carsen nel suo Così fan tutte scaligero. E capisci subito che quella del regista canadese non è un’adesione a tale pensiero, non è una teorizzazione filosofica (sul modello settecentesco) della amoralità della società. Ma è una spietata analisi, una fotografia più vera del vero (potenza della lirica dove ogni dramma è un falso) del nostro presente. Mozartiana, dunque. Perché Mozart, nonostante alla fine delle sue opere spesso ci appiccichi una morale della favola… il Fin di chi fa mal del Don Giovanni… racconta con lucida spietatezza l’uomo e i meccanismi che regolano i rapporti tra gli uomini. Carsen porta tutto questo alle estreme conseguenze. Smascherando quella morale che nella società di oggi (non) c’è. Lo aveva fatto con il suo Don Giovanni scaligero (era il 2011, apertura di stagione) dove alla fine il libertino tornava dall’inferno dove lo aveva spedito il Commendatore e osservava sprofondare tra le fiamme, mentre si fumava una sigaretta, tutti gli altri che gli volevano fare la morale. Un Don Giovanni ambientato dietro le quinte del teatro… Finzione, dunque. E finzione anche nella scelta dello studio televisivo, del reality show di questo Così fan tutte.
Intuizione azzeccata. Capacità di leggere al presente un capolavoro del passato. Anche a costo di perdere per strada la poesia, la spiritualità di alcune pagine… Soave sia il vento davanti a un grande schermo su cui si materializza un mare palesemente finto, frutto di un’elaborazione dell’Intelligenza artificiale… il Per pietà nel “confessionale” – peraltro luogo giustissimo che, forse, doveva arrivare anche prima nella narrazione per immagini di Carsen che firma le scenografie insieme a Luis F. Carvalho (suoi i costumi chiassosi e giustamente e filologicamente volgari) e le luci con Peter Van Praet. Doveva arrivare forse prima il confessionale. Perché l’impressione è che Carsen avrebbe potuto osare di più. E portare alle estreme conseguenze la sua lettura. Don Alfonso e Despina sono i conduttori (e i geni del male) del reality La scuola degli amanti… ma spesso lasciano lo studio (perché non lasciarli sempre in collegamento?) ed entrano sul set (che sia la Casa o l’Isola) con il risultato che a tratti (specie nel primo atto) il racconto si fa simile a tanti simmetrici Così fan tutte…
Una lettura che avvince (e convince, perché alla fine nessun fischio per la regia, anzi, trionfo) il pubblico – ci si riconosce, si vede all’opera qualcosa che quotidianamente ci bombarda dagli schermi tv o da quelli degli smartphone. Una lettura che sollecita lo sguardo. Quello che si getta distratti ad uno schermo di una tv accesa, focolare che arde in ogni casa. Ti catturano le immagini, i colori. E ti prendono (così come ti prendono – mistero tutto da spiegare – le verissime storie tv di uomini e donne) quei personaggi umanissimi, che potresti incrociare per la strada. Fiordiligi e Dorabella, Guglielmo e Fernando potrebbero chiamarsi Giulia e Martina, Federico e Tommaso. Su loro si allunga uno sguardo di comprensione – di Mozart, naturalmente perché nel suo teatro non ci sono le maschere, ma ci sono uomini e donne di carne e di fiato. E di Carsen. Che alla fine, nel turbine di colori e coriandoli e banconote ti lascia un senso di vuoto, una malinconia amara. Che forse è la stessa che ti lascia il mondo. Capita che ti scenda una lacrima vedendo «come vanno le cose» oggi. E non sai spiegarti perché.
Te lo spiega, ce lo spiega, forse Mozart. Dicendoci, ma senza moraleggiare, che… così fan tutte… perché «son donne». E sono uomini. E siamo donne. E siamo uomini. Dentro il reality – si potrebbe dire dentro il Truman show – della vita. Quella vita che batte, che pulsa, che scorre nella lettura di Alexander Soddy. Un Mozart pastoso e denso, lontano dagli approcci verticali e secchi (bellissimi e interessantissimi, peraltro) filologici, ma rispettosissimo della scrittura musicale. Un Mozart “come una volta”, brillante e leggero dove serve, capace poi di ripiegarsi meditativamente ombreggiandosi di nostalgia. E di “sporcarsi”, dove la scrittura guarda profeticamente avanti, di Novecento. Un Mozart paradossalmente più teatrale nei numeri musicali che nei recitativi – troppe volte tirati via, poco scolpiti, poco torniti nella parola. Teatrale nella disinvoltura e nella verità con la quale gli interpreti restituiscono scenicamente la psicologia da aspiranti star tv dei personaggi.
Interpreti scenicamente perfetti. Musicalmente non sempre, perché disomogenei nello stile (e nei risultati). Vince (per restare in tema di reality) la coppia Dorabella-Guglielmo. Lei una convincente Nina Van Essen, bellissimo colore, velluto e cristallo nella pastosità dei centri e nella facile salita all’acuto, gusto e libertà. Lui un sempre affascinante Luca Micheletti, squillo e chiarezza di voce, gesto teatrale sempre sulla musica, istinto che gli consente di riempire con uno sguardo il palco. Elsa Dreisig non graffia come Dorabella, generalmente corretta, ma troppo spesso imprecisa tra acuti poco cristallini (nel Per pietà) e affondi (nel Come scoglio) traballanti. Puntuale, ma forse troppo sulla difensiva (peccato perché la voce è bellissima e avvolgente) il Ferrando Giovanni Sala. Stessa età, sessantacinque anni, per Despina e Don Alfonso, per gli interpreti dei due personaggi,, naturalmente (perché Despina potrebbe essere una ragazzina), messi in cast secondo la tradizione di affidare i ruoli a interpreti navigati: così Sandrine PIau è una flebile (e non sempre intonata) Despina e Don Alfonso uno scenicamente affascinante, ma musicalmente pallido Don Alfonso.
Mozart (che fa benissimo alla voce) va cantato. Perché il suo è teatro in musica. Che ci racconta ancora benissimo. Anche in versione reality, come immaginato da Carsen. Dove non c’è (apparentemente) morale nella scelta di Fiordiligi e Dorabella di prendersi l’una l’uomo dell’altra. O una morale c’è. La loro. Particolarissima. Non c’è, invece, (e quanto manca!) il perdono… Contessa perdono, dice il Conte alla fine delle Nozze di Figaro. Non c’è il perdono – ed è davvero la pecca più grande del Così fan tutte di Carsen – di cui oggi si sente terribilmente (tra guerre e violenze di genere) la necessità.
Nelle foto @Vito Lorusso Così fan tutte