Il neorealismo di Pelly per la Figlia di Donizetti

Al Teatro alla Scala arriva La fille du régiment di Donizetti nell’allestimento perfetto del 2007 del regista francese Cantano Julie Fuchs e Juan Diego Florez, dirige Evelino Pidò

L’atmosfera – lo suggerisce, quasi lo impone la storia dell’orfanella cresciuta da tanti papà, i militari di un esercito sgangherato che non si sa nemmeno perché e contro chi va a combattere… – l’atmosfera è quella di un film neorealista. Non di quelli tragici, alla Ossessione, ma di quelli che ti strappano, insieme a una lacrima, un sorriso. Come Miracolo a Milano, con il volo degli ultimi sopra il Duomo sulle scope rubate ai netturbini. Surreale, stralunato. Tragicomico. Come l’atmosfera che si respira dalle note di Gaetano Donizetti. Perché all’inizio «il nemico avanza, prendiamo le armi», come cantano gli uomini. Ai quali le donne rispondono con il loro «Vergine Maria proteggici». Rigorosamente in francese, «L’ennemi s’avance, armons-nous» e «Vierge Marie, protège-nous», perché il racconto è quello de La fille du régiment.

C’è la guerra (sullo sfondo). Raccontata poi con il sorriso di un Rataplan. C’è un mondo, che il cinema – certo cinema neorealista, ma anche certa commedia melodrammatica anni Cinquanta – ha fotografato bene, nella (ri)lettura che Laurent Pelly fa della Fille di Gaetano Donizetti. Squarci neorealisti. Siparietti melodrammatici, quasi da rivista, da avanspettacolo. La Fille di Pelly, uno spettacolo perfetto, nato nel 2007. Maggiorenne. Diciottenne. Spettacolo continua a girare senza sosta per il mondo, dal Covent Garden da dove partì al Metropolitan di New York (dove è in scena anche in queste settimane) alla Wiener Staatsoper. Spettacolo che funziona ancora benissimo, come se fosse stato allestito oggi.

Spettacolo che fino al 7 novembre fa (finalmente) tappa al Teatro alla Scala. Non c’è nulla, non c’è una camicia, non un elmetto, non un paio di mutandoni, non c’è un fucile che sia fuori posto. Non una pentola che non sia nel posto giusto al momento giusto. Nemmeno quella patata che rotola sino in buca d’orchestra è un “errore”. Tutto funziona nella Fille di Pelly – al contrario di quello che accade nel Rigoletto verdiano di Mario Martone, ripreso alla Scala pressoché in contemporanea alla Fille e, ancora una volta, apparso più sbagliato che brutto… ma questa è un’altra storia. Ritmo serrato, sbalzo fumettistico, ma anche patetico dei personaggi, racconto naturalistico, ma sempre sul crinale di un certo surrealismo (alla Magritte… vedi la scena del secondo atto, con finestre e porte che si aprono in una parete inesistente… le scene sono di Chantal Thomas, i costumi di Joël Adam, le coreografie di Laura Scozzi, vivacissime che coro e solisti eseguono, divertiti, alla perfezione), confezione tra il musical e la rivista.

Tutto funziona nella Fille di Pelly. La Fille di Donizetti, naturalmente. Che Evelino Pidò dirige sicuro, professionale, portando avanti il discorso musicale (il suono dell’orchestra è corposo e compatto) con solida esperienza. Ma La spensieratezza, anche la leggerezza, il melodrammatico racconto teatrale non sempre arriva nella sua stralunata bellezza. Il ritmo e le dinamiche ci sono, ma manca la sorprendente follia che ti aspetteresti (o che non dovresti aspettarti, ma che dovrebbe esserci per sorprenderti) seguendo il filo delle avventure di Marie e Tonio e Sulpice. Donizetti (così come Rossini) scrive il comico come scrive il tragico… lo noti forse meno nelle opere del compositore bergamasco rispetto a quello che capita con il pesarese, ma è così… stesso rigore, stesse vette musicali da scalare, stessi modelli che funzionano con il dramma e con l’opera buffa… Cosa che richiede rigore nel leggere la partitura. Ma anche quella fresca spensieratezza (e questa un po’ difetta alla lettura di Pidò) che serve a connotare il racconto.

Che Pelly fa arrivare magnificamente, in un vortice di trovate mai fini a se stesse, ma sempre sulla musica. Ogni parola (i dialoghi li riscrive Agathe Mélinand e sono divertentissimi), ogni nota si trasforma in vita. Si fa gesto quotidiano. Così non c’è mai un momento di stanchezza in scena, tutto scorre fluido, recitato, ma vero. Il comico e il patetico. E non c’è mai il tipico schieramento in proscenio dei cantanti… che recitano magnificamente. Tutti. A iniziare da Juan Diego Florez, che era Tonio nello spettacolo di Pelly al Covent Garden di Londra già nel 2007. Lo è ancora, nonostante il tempo. Il tenore peruviano alla prima si è fatto annunciare indisposto (era stato così anche alla prova generale) ma poi ha scodellato i nove do della celeberrima Ah, mes amis, scusandosi poi di fronte all’impossibilità di bissare l’impresa… nel 2007, l’ultima volta della Fille alla Scala, aveva concesso il bis, rompendo un taboo che resisteva dal 1933: dopo Fedor Saljapin con il bis della Calunnia de Il barbiere di Siviglia, nessun cantante aveva mai osato ripetere un’aria durante un’opera – solo il coro, infrangendo una regola non scritta dettata da Toscanini, bissò nel 1984 O Signore dal tetto natio dei Lombardi con Gianandrea Gavazzeni e nel 1986 il verdiano Va’ pensiero con Riccardo Muti. Florez nel 2007 lo ha fatto…. Stavolta, però, niente bis. Non solo do, però, per Florez. Che commuove con un intenso Pour me rapprocher de Marie.

Per stare vicino alla sua Marie – alla fine, per salvarla da una nobiltà che non le appartiene arriva in casa della Marquise de Berkenfield su un carro armato, alla «Arrivano i nostri!». Marie che è una magnifica Julie Fuchs. Attrice all’ennesima potenza, energia pura, intelligenza teatrale che è anche intelligenza musicale – Donizetti scrive per Marie due scene madri (e non solo quelle)… due Lucie… che richiedono nervi saldi e corde vocali d’acciaio. Julie Fuchs ha tutto. Acuti lucenti, accenti sempre appropriati, colore caldo screziato di malinconia. Trecce rosse, alla Pippi Calzelunghe, e sorriso da Pierrot. Ma la sua Marie non è mai una caricatura. Così come non lo è mai (nonostante il trucco che gli mette una pancia enorme) il Sulpice di un sempre misuratissimo e musicalissimo Pietro Spagnoli, voce timbratissima e dal colore ambrato, afflato paterno e affettuoso per un personaggio che lascia il segno.

Usciti come da una foto in bianco e nero (di quelle che poi vengono colorate con colori pastello) o da una stampa d’epoca (come quella del gallo che alla fine suggella tutto con il suo chicchirichì) i soldati tutti (partecipe ed efficace il coro scaligero di Alberto Malazzi) e i nobili (o presunti tali). Géraldine Chauvet è la Marquise de Berkenfield, pateticamente efficace, Pierre Doyen il suo tuttofare Hortensius. Ruolo solo parlato questa volta, due interventi nel secondo atto, per Barbara Frittoli che è, nella tradizione delle grandi voci che si sono concesse il cameo della Crakentorp (una su tutte, Monserrat Caballè), la Duchesse de Crakentorp.

Personaggio (personaggi) che sembra uscito da una pellicola anni Cinquanta, un po’ Emma Gramatica e un po’ Tina Pica, melodrammaticamente sopra le righe. Ma perfetto ritratto di un’umanità che, oltre le atmosfere neorealiste, puoi incontrare ancora oggi.

Nelle foto @Brescia/Amisano Teatro alla Scala La fille du regiment