Debutto con la Filarmonica per il soprano e direttore canadese tra Metamorphosen di Strauss e La voix humaine di Poulenc Niente telefono, ma una videochat per la tragedia di Cocteau
Niente cornetta. «Quella di Elle sarà una videochiamata». Perché oggi «ci parliamo su Whatsapp, su FaceTime, via Zoom». E dunque Elle, la Elle catturata in musica nel suo fiume di parole da Francis Poulenc ne La voix humaine, parla per ultima volta con il suo ex «facendo una videochiamata». Sempre avanti Barabara Hannigan. Innovativa, moderna, senza esibirlo. Non per essere a tutti i costi personaggio, come altre aspiranti dive del podio, ma per rendere giustizia «al dono, al talento che ritengo di avere». Quello di fare musica e di farlo parlando al presente. Presente,. Inteso come tempo verbale. Ma anche come oggi, contemporaneità che nella musica si deve specchiare per riconoscersi. «Da sempre faccio musica contemporanea, la mia prima prima quando avevo 17 anni… da allora il dialogo con compositori contemporanei è stato sempre un qualcosa di naturale». Canadese, classe 1971, cantante – soprano tra i più richiesti e tra i più originali di oggi – e direttore d’orchestra, Barbara Hannigan domenica 26 ottobre è al Teatro alla Scala, stagione della Filarmonica. Debutto al Piermarini per la musicista che anche questa volta si presenta nella sua doppia veste. «Ma se dovessi scegliere… non vorrei scegliere» dice con un sorriso la Hannigan, che per il suo debutto scaligero ha messo sul leggio Metamorphosen, studio per 23 archi solisti di Richard Strauss – «che meraviglia il suono degli archi della Filarmonica, che entusiasmo ho respirato in prova!» – poi la tragedia lirica in un atto di Poulenc La voix humaine. «E la disperazione di Ellen ho voluto che passasse non attraverso una cornetta del telefono, ma in uno schermo, in una videochiamata».
Telecamera puntata dritta in volto, su un grande schermo Elle così come la vede il suo interlocutore…
«In partitura c’è un telefono e solitamente, quando si mette in scena La voix humaine, vediamo una cornetta in mano ad Elle. Ma oggi, in tempi in cui le conversazioni avvengono in videcohat, ho pensato di usare il video per l’ultima conversazione della donna con il suo ex. Ma sul palco ci sarà il volto di Elle, fedele dunque alla tragedia di Poulenc, perché non sappiamo con chi la donna stia parlando, il suo ex, forse… ma non sappiamo chi ci sia dall’altra parte della cornetta, in questo caso dello schermo. Che forse potrebbe essere uno specchio. Elle sta parlando da sola o sta parlando con un’altra persona? Mi piace lasciare aperta questa possibilità».
E chi è Elle, questa donna che si specchia nello schermo del suo telefono?
«Elle è una persona che sta attraversando un profondo trauma emotivo, una situazione dolorosa, sembra stia affrontando la rottura di una relazione. E sembra che stia vivendo emozioni molto intense, ricordi, incredulità, rabbia, tristezza. E dico sembra perché parla molto, anche nel testo di Jean Cocteau: il personaggio parla di fantasie e di menzogne. Così Cocteau, e naturalmente Poulenc, ci instillano il dubbio che tutto ciò che ascoltiamo potrebbe non essere reale, vogliono lasciarci nel dubbio. Così Elle è una persona che si muove tra reale e immaginario. Ma mi piace pensare che, se anche dovesse mentire e non raccontarci il vero inventandosi un mondo di fantasia, le emozioni che la attraversano siamo vere e autentiche».
Voce e corpo per la Elle di Poulenc, ma nella prima parte del concerto dirigerà Metamorphosen di Richard Strauss. Perché questa accoppiata?
«Volevo abbinare La voix humaine a un poema sinfonico. Volevo che fosse un’opera in un unico movimento, in modo da avere una sorta di dittico, due brani dal respiro unico. E volevo che la prima pala di questo dittico fosse emotivamente forte come La voix humaine. Metamorphosen fu scritto da Strauss durante la Seconda guerra mondiale, quando il compositore stava prendendo coscienza della drammatica perdita di vite umane che il conflitto stava provocando e del momento storico tragico che il mondo stava vivendo. Una pagina suggerita a Strauss dalla visione delle rovine di edifici e monumenti, dai bombardamenti che devastavano le città, ma anche dall’incredulità con la quale osservava le rovine emotive, i traumi che la guerra stava provocando. Metamorphosen, così, è un brano che fa i conti con il passato. Ed entra perfettamente in dialogo con La voix humaine, una pagina sulla perdita collettiva provocata dalla guerra che prende una tragedia sulla perdita individuale e personale».

@Andrea Veroni/Festival dei due mondi
Cantante e direttore d’orchestra. Ma come è nata la sua passione per la musica?
Grazie a mia madre che suonava il pianoforte e cantava con noi e per noi, fin da quando ero piccolissima. In casa eravamo circondati dalla musica e dalla gioia di fare musica. Una passione coltivata grazie a insegnanti meravigliosi già sui banchi di scuola, persone capaci di far scaturire nei bambini la gioia di fare musica. Conservo ancora quell’atteggiamento di fronte alla musica, la bellezza di fare qualcosa insieme, qualcosa che unisca le persone».
Cantante, perché?
«Canto da sempre e cantare è l’espressione più naturale della musica. È qualcosa che credo di aver fatto anche prima di saper parlare. Cantavo. Mia madre conserva ancora le registrazioni miei, di mio fratello e di mia sorella. Lo vivevamo come un gioco. Certo, quando ho scelto di farne una professione, oltrepassando il confine tra divertimento e necessità di vivere attraverso il canto, ho vissuto una sorta di dissonanza che vivono tutti gli artisti. Ma ora sono felicissima che il mio strumento sia la voce. E credo che lo sarà sempre, ne sono convinta., Non credo che smetterò di cantare solo perché non posso più essere la Regina della notte del Flauto magico di Wolfgang Amadeus Mozart o la Lulu di Alban Berg: se non posso più affrontare queste pagine ne posso cantare altre perché penso che la voce sia un meraviglioso strumento di espressione a qualsiasi età. Penso a Joni Mitchell che ha più di 80 anni e canta, si esibisce e ci tocca il cuore in modo profondo. Ecco cosa significa per me cantare».
E cosa significa, invece, dirigere?
«Dirigere significa facilitare. Significa esercitare una leadership che parte dal podio e che risveglia l’immaginazione ed entusiasma i musicisti. Un ruolo, un’attività che ha diverse facce, perché a volte devi davvero dirigere l’orchestra mentre altre devi lasciar suonare i musicisti, guidandoli semplicemente. Una posizione, quella del podio, che ha anche molti aspetti psicologici legati alla gestione di un gruppo. E la psicologia della gestione è molto interessante così come la motivazione dei musicisti. E poi, essendo a metà tra orchestra e pubblico, il direttore è anche una sorta di facilitatore, quasi una mediazione drammaturgica per il chi ascolta».
E se dovesse scegliere?
«Non vorrei scegliere. Costretta sceglierei il canto, ovviamente. Ma per fortuna non devo scegliere».
In scena o sul podio, sempre dalla parte della musica contemporanea…
«La prima volta che sono stata interprete di una prima mondiale avevo 17 anni. Da allora per me è stato naturale lavorare e dialogare con compositori contemporanei, sento una particolare affinità della musica di oggi, una cosa che mi rendo conto non è comune a tutti gli interpreti. Un’attenzione che per me è una sorta di dono che ho, un talento che devo mettere a frutto. Pertanto sento il dovere di servire quel talento come una sorta di vocazione, una chiamata. Ecco perché faccio musica contemporanea».
E cosa significa essere un’artista per la quale i compositori scrivono la loro musica?
«Naturalmente un privilegio e un onore. E una grande responsabilità. Non mi sento solo una specie di contenitore vuoto, loro scrivono e poi io canto, ma mi sento una collaboratrice del processo creativo. A volte sono come un grande editor per loro, e non solo per quanto riguarda la creazione del brano, ma anche per l’esecuzione. A casa ho una biblioteca enorme con tutte le partiture che ho eseguito, alcune solo una o due volte nella mia vita e poi ci sono brani che ho eseguito trenta, quaranta volte in tutto il mondo. Anche qui userei la parola vocazione, credo di essere stata chiamata a farlo dalle arti e dalla cultura. Ed è quello che sto facendo».
Di cosa dovrebbe parlare la musica contemporanea oggi?
«Di quello che il compositore ha la necessità di esprimere. Non possiamo dire a un compositore ciò che dovrebbe scrivere. Perché se imponiamo qualcosa a una persona creativa, a un compositore o a uno scrittore, se gli diciamo che deve scrivere di questo o quello, non potrà nascerne nulla di interessante e di veramente autentico».
Nella foto @Cyrus Allyar Barbara Hannigan
Intervista pubblicata in gran parte su Avvenire del 26 ottobre 2025