Suppa, quando la musica si respira in famiglia

Il musicista milanese nato nel 1993 sul podio a Campobasso dove è direttore principale dell’Orchestra Sinfoniaca del Molise Prima voce bianca, poi violista ora impugna la bacchetta continuando la tradizione di una famiglia tutta musicale 

Capita anche nella musica. Capita che scatti il colpo di fulmine. A Nicolò Jacopo Suppa è capitato due volte. Nella vita. Che per il giovane direttore d’orchestra lombardo, classe 1993, è intrecciata indissolubilmente con la musica, figlio, nipote, pronipote di musicisti… genitori musicisti e insegnanti, la prozia un famoso soprano. E poi con la moglie Arianna Corradi, mezzosoprano, si sono conosciuti proprio grazie alla musica. L’altro colpo di fulmine è recente. Ed è quello con l’Orchestra sinfonica del Molise. «Ho iniziato a collaborare con loro un paio di anni fa. E ci siamo piaciuti sin da subito» racconta il musicista che, riposta nella custodia la viola, ha preso in mano la bacchetta perché «nella vita direttori d’orchestra si diventa, ma lo si nasce anche». Un destino da seguire, dunque. Che oggi ha portato Suppa a Campobasso. A inizio anno la nomina a Direttore principale dell’Orchestra sinfonica del Molise, formazione nata nel 2022. Domenica 12 ottobre a Campobasso, al Teatro Savoia, il concerto più atteso della stagione. Sul leggio il Concerto n.2 in si minore per violoncello e orchestra di Antonín Dvořák con Ettore Pagano e la Sinfonia n.2 in re maggiore di Johannes Brahms. «Un programma certamente impegnativo – dice Suppa – che mette a dura prova tutte le orchestre del mondo»

Perché allora metterlo sul leggio, Nicolò Jacopo Suppa? Quale l’importanza per una formazione musicale di affrontare queste due pagine?

«L’esigenza è nata perché è tempo di iniziare ad affrontare compositori certamente conosciuti, ma mai eseguiti fino ad ora dall’Orchestra sinfonica del Molise, nata solo tre anni fa. Ecco allora questi due brani del grande repertorio sinfonico, il Concerto n.2 in si minore per violoncello e orchestra di Antonín Dvořák e la Sinfonia n.2 in re maggiore di Johannes Brahms. Penso sia un primo test dal quale capire a che punto siamo, ma soprattutto dove possiamo arrivare».

Come è arrivata la nomina a direttore principale dell’Orchestra sinfonica del Molise? Quali i progetti? Quale il percorso che vi attende?

«Ho iniziato a collaborare con loro un paio di anni fa e si è da subito instaurato un rapporto splendido con tutti, dagli orchestrali alla dirigenza. La nomina è avvenuta quasi in maniera naturale. Ci si è piaciuti fin da subito e da entrambe le parti c’è stata la volontà di approfondire e consolidare il rapporto di lavoro ed iniziare a costruire qualcosa insieme. Quello che mi gratifica, e che credo sia fondamentale, è che sono sempre stato richiamato non solo per volere della direzione artistica, ma soprattutto per volontà dell’orchestra con la quale il rapporto è stato da subito magnifico. I progetti per il futuro sono tanti, certo è che nella programmazione cerchiamo di essere il più trasversali e vari possibile. Il percorso che ci attende è sicuramente difficile ma stimolante. Il mio compito da direttore principale, essendo questa un’orchestra appena nata, sarà non solo quello di portare l’orchestra ad un livello sempre più altro, nel lungo periodo, ma sarà soprattutto focalizzato sul costruire il repertorio, ampliarlo e approfondirlo. Oggi non si può pensare che un’orchestra sinfonica non abbia in repertorio le sinfonie di Brahms o quelle di Robert Schumann. Il mio obbiettivo principale sarà quello di proporre il più possibile in questo triennio tutti i brani del grande sinfonismo orchestrale. Nei limiti del possibile, Roma non è stata fatta in un giorno».

Nato in una famiglia di musicisti. Non poteva fare altro che il musicista?

«In realtà no. Ricordo che i miei genitori non mi hanno mai forzato e, anzi, quasi me lo hanno sempre sconsigliato. Ma sono testardo!».

Come è nata la sua passione per la musica?

«In origine, se posso dire così, “nasco cantante”. Lo zio di mia mamma aveva una casa al mare, a Torre del Lago Puccini, dove ogni estate si svolge il festival dedicato al compositore lucchese. Una sera, avevo cinque anni, i miei genitori portarono me e mia sorella a vedere Bohème. Lo spettacolo durò circa quattro ore poiché si era ancora nel vecchio teatro e i cambi scena duravano quanto un atto intero. Comunque stetti sveglio tutto il tempo fino a mezzanotte inoltrata, affascinato da tutto ciò che vedevo e sentivo interrogandomi cervelloticamente su come fosse possibile che nel mese di luglio riuscissero a fare la neve sul palco nel terzo atto. Mio padre molto carinamente mi prese in braccio e mi portò all’intervallo vicino al palco per farmi toccare la “neve” che altro non era che cotone. Tornato a casa quella sera dissi ai miei genitori che avrei fatto della musica la mia vita».

Come si è sviluppato il suo percorso?

«Ero fissato con il canto lirico, anche se ho sempre avuto il pallino della direzione.  Ho fatto parte del Coro di voci bianche del Teatro alla Scala di Milano dal 1999 al 2006 cantando anche come solista e lavorando con i più grandi direttori, Riccardo Muti, Zeffirelli,  Zubin Metha, Valery Gergiev, Georges Pretre, Lorin Maazel, Yuri Termirkanov, e al fianco dei più grandi cantanti. Ma quello che so del canto lo devo senza dubbio alla mia prozia Margherita Rinaldi, storico soprano del Novecento. Poi crescendo la passione per il canto è andata diminuendo e ne sono subentrate altre. La viola, il mio amato strumento, e la composizione. Ricordo che al liceo tornavo a casa e invece di fare i compiti mi chiudevo in camera o in studio e componevo fino all’ora di cena, e spesso anche dopo cena e di notte. Poi mi sono avvicinato alla direzione d’orchestra, ho compiuto i miei studi e sono diventato allievo e poi assistente del maestro Daniele Gatti. Devo dire che sono molto grato di tutto quello che mi ha dato e gli sarò eternamente riconoscente. Il lavoro con lui mi ha cambiato la vita».

Come è arrivata la scelta della direzione d’orchestra?

«Con il passare degli anni sentivo crescere in me l’esigenza di qualcos’altro e il mio strumento, la viola che ho suonato anche tra i leggii dell’orchestra dell’accademia del Teatro alla Scala, non bastava più ad esprimere tutto quello che avrei voluto dire. E così ho preso coraggio e mi sono avvicinato alla direzione d’orchestra».

Come la famiglia ha preso la scelta? E come l’ha supportata?

«Inizialmente male, perché tutti, non solo la mia famiglia, dicevano che avrei dovuto fare il violista. Mi ricordo che inviai la domanda di iscrizione al Conservatorio di Milano di nascosto, l’ultimo giorno di iscrizioni, e per giunta da un’altra città, da Torino. Successivamente hanno accettato la mia scelta e ormai ho il loro pieno supporto».

Ci sono stati momenti di sconforto? Momenti in cui magari ha detto: ma chi me lo fa fare?

«Ogni tanto sì, ma come credo capiti con qualsiasi professione. Ciò che non bisogna fare in questi momenti è smettere di studiare. Bisogna continuare ad impegnarsi anche quando tutto sembra andare male, perché con la perseveranza e lo studio prima o poi i risultati arrivano».

Oggi si può vivere di musica?

«Assolutamente sì. Certo all’inizio non è semplice e pur di fare esperienza si accettano cachet che corrispondono a una bella pacca sulla spalla, andandoci anche a rimettere certe volte. Ma da qualche anno a questa parte posso dire di poter vivere serenamente di questo lavoro».

Cosa l’affascina della figura del direttore d’orchestra?

«Il fatto che pur non suonando fisicamente uno strumento si riesce a produrre un suono. Ogni singolo gesto, piccolo o grande che sia, produce un suono ed è incredibile come un pensiero si tramuti in suono. Con la concertazione si va a plasmare il brano dandogli una forma e facendo sì che l’orchestra suoni insieme con un unico pensiero e respiro musicale. Sembra davvero di avere in mano una bacchetta magica… quando si sa cosa farne ovviamente».

Musica lirica o sinfonica?

«Tutta. Non mmi pongo limiti».

Quali gli autori che ama?

«Ce ne sono tanti. È una cosa particolare. Ogni volta che affronto una partitura e riesco ad entrare veramente in profondità carpendo con l’analisi tutti i segreti del compositore dico a me stesso: “Questo è il più grande compositore di tutti i tempi”. Mi metto a studiare un altro brano di un altro compositore? Stessa cosa: “Questo è il più grande compositore di tutti i tempi”. E così via. Perché ognuno a suo modo è geniale. Certamente mi sento più affine con alcuni compositori piuttosto che con altri. Ad esempio con Ludwig van Beethoven, Brahms, Gustav Mahler, Giuseppe Verdi, con le opere di Wolfgang Amadeus Mozart, Gioachino Rossini, Giacomo Puccini. Ma sono tanti quelli che sento vicino a me».

E quelli con u quali non sente un’affinità?

«Tendenzialmente quelli che studiavo con superficialità. Ma questo accadeva fino a qualche anno fa».

Chi i suoi modelli di direttore d’orchestra?

«In realtà non ne ho solo per quanto riguarda la direzione d’orchestra. Certamente il maestro Gatti mi ha cambiato la vita ed è la persona dal quale ho preso di più, musicalmente e umanamente. Ma ho avuto diversi papà musicali: ho cercato di prendere il meglio da ognuno di essi, anche le lezioni di vita. Perché questo è quello che siamo. Siamo la sintesi di ciò che ci hanno insegnato. Sta a noi capire che cosa prendere da ogni persona che incontriamo».

Occorre dire dei no per costruire una carriera? Lo ha fatto?

«Assolutamente sì. Bisogna saper fare tutto, ma coi giusti tempi, facendo i giusti passi con un’adeguata preparazione. Quando si va di fronte ad un’orchestra bisogna andarci sempre con la consapevolezza, e forse una dose di presunzione, di conoscere i brani che si affrontano meglio di come li saprebbe il compositore che li ha scritti. Se non si ha questa preparazione sul podio non ci si deve salire, perché l’orchestra si accorge immediatamente se uno è preparato o meno.  Se si ha questa preparazione si sarà sempre al livello dei musicisti che si hanno davanti, coscienti che noi siamo al loro servizio e che i professori d’orchestra non lavorano per noi, ma con noi».

E occorre fare rinunce?

«Per quanto possa essere bello fare questo lavoro c’è un lato negativo della medaglia. Purtroppo questa è una professione di rinunce, già dal periodo di studi. Da bambino magari non uscivo con gli amici a giocare a pallone perché dovevo studiare e crescendo le cose che si perdono si moltiplicano. Ti perdi compleanni tuoi, dei tuoi parenti, dei tuoi amici, natali in famiglia, capodanni con gli amici, anniversari, matrimoni, funerali. Tutto. Ma in tutto ciò basta avere il sostegno di chi ti vuole bene per continuare e questo dà una forza incredibile. Se questo lavoro non lo si ama davvero non lo si può fare».

C’è meritocrazia e c’è spazio per i giovani nella musica?

«Direi di sì. Ho la grande fortuna che per la qualità che porto vengo sempre apprezzato e grazie a questo il lavoro non manca. Certo è che ogni tanto preferiscono altri perché spesso agevolati da fattori che non rientrano nel campo delle competenze artistiche. Ma qui preferisco fermarmi…».

Quando ha capito che ce l’avrebbe fatta a vivere di musica?

«L’ho capito sul campo quando dovunque andavo a dirigere venivo apprezzato e venivo richiamato per volontà delle orchestre. Il nome ha iniziato a girare e il lavoro aumentava sempre più».

Direttori d’orchestra si nasce o si diventa?

«Entrambe le cose. Ci si nasce perché come figura il direttore deve avere una serie di qualità fra le quali essere carismatico, e il carisma non lo si insegna. Si diventa direttori? Certo, con lo studio. È una professione nella quale il talento certamente conta, ma per un 10%. Il resto è studio costante e approfondito. Se c’è il talento, ma non lo studio non si potrà mai aspirare a diventare un direttore d’orchestra. Si deve studiare! Punto! Su tutto la composizione: è la cosa fondamentale perché ti fornisce le conoscenze per analizzare una qualsiasi partitura sapendo cosa stai trattando. Conoscere il pianoforte, saper cantare perché un direttore per essere completo non può non conoscere lo strumento “voce”, soprattutto se vuole dirigere l’opera.  Anche se devo dire che la mia più grande fortuna è aver lavorato prima in orchestra come violista. Li ho imparato tante cose. Ho imparato vedendo tutti i direttori dai quali sono stato diretto, grandi o piccoli che fossero, e stando in orchestra ho imparato cosa un direttore deve fare, ma soprattutto cosa non deve fare. Suonare in orchestra è una grande scuola».

La classica è una musica per vecchi? Come lo spiega ai suoi coetanei che non è così?

«Non è così, naturalmente. Io faccio un grande distinguo che non riguarda il genere, ma la qualità. Personalmente divido la musica bella da quella brutta. Ci sono brani meravigliosi del repertorio classico e composizioni che uno si chiede perché siano stati scritte. Esattamente come nella musica antica, nel cantautorato, nel jazz, pop, rock, metal e così via. Non c’è bisogno di tante spiegazioni. Consiglierei ai neofiti di avvicinarsi a generi che non conoscono con curiosità e non pregiudizio magari iniziando ad ascoltare un movimento di una sinfonia del repertorio o semplicemente andando a sentire un concerto dal vivo, facendosi consigliare da uno più esperto, magari. Consiglio solo di essere curiosi senza pregiudizi».

Che musica ascolta casa? Tenuto conto che anche Sua moglie è musicista…

«Entrambi ascoltiamo quello che vogliamo ascoltare in quel momento. Ascoltiamo di tutto dalla classica al metal agli intramontabili Queen. Poi fra le mie passioni maggiori c’è quella della cucina, quando cucino amo farlo con un sottofondo blues o jazz».

A sua moglie Arianna la unisce non solo la musica, ma anche la passione per i gatti.

Si esatto. Amiamo molto i nostri felini, ne abbiamo tredici in casa, anche se ogni tanto ci fanno disperare, ma sono i nostri tesori e guai a chi li tocca. Ma non solo questo ci unisce. Devo dire che sono molto fortunato: faccio il lavoro che amo e ho trovato una persona che al mio fianco mi supporta sempre ed incondizionatamente su cui posso sempre contare, mia moglie Arianna, appunto. Comprende tutte le sfaccettature che questo lavoro comporta accettandone anche i lati negativi come per esempio il non vedersi per lunghi periodi. Indubbiamente non è facile, ma capisce che questa è la mia vita ed è il lavoro che amo. Spesso fa sacrifici per permettermi di continuare a farlo e dove può, quando può cerca di seguirmi per stare con me. È raro avere al proprio fianco una persona così e per questo sono molto fortunato».

Nella foto Nicolò Jacopo Suppa