Al Festival Verdi Vito Priante è Macbeth e Misha Kiria Falstaff Intervista agli artisti nei panni di (anti)eroi shakespeariani
Sono baritoni. Sono verdiani. Ma per una volta non sono padri. Come i tanti padri che Giuseppe Verdi racconta nelle sue opere, affidandoli a baritoni. Nabucco, Germont, Rigoletto, Miller, Simone, Foscari, Amonasro… Macbeth e Falstaff non sono padri. O meglio, Macbeth forse lo è stato, di Falstaff nessuno ci dice nulla, né Verdi né Shakespeare. Due grandissimi, uno della parola, l’altro delle note (che scolpisce nelle parole). Verdi e Shakespeare. Incontro di grandissimi. A distanza di anni. Con i personaggi delle tragedie, ma anche delle commedie del Bardo che vengono illuminati da una nuova luce nella trasfigurazione musicale che ne fa il compositore di Busseto. Shakespeare arriva abbastanza presto nel percorso verdiano, nel 1847 con Macbeth. E torna, messo da parte l’ambizioso progetto di un’opera sul Re Lear, alla fine della parabola musicale verdiana. Con due opere agli antipodi per quel che riguarda il soggetto, ma strettamente imparentate sul piano musicale – ascoltare per credere. Otello e Falstaff, estremi capolavori, il primo del 1887, il secondo del 1893. Entrambi scritti per il Teatro alla Scala di Milano. Titoli che insieme al Macbeth, proposto nella prima versione, quella dove manca La luce langue della Lady e dove Macbeth muore su un arioso, il Mal per me, sono la proposta del Festival Verdi di Parma, edizione 2025, edizione numero venticinque.
Un Festival Verdi, quello del 2025 che arriva alla venticinquesima edizione, tutto shakespeariano – idea gacile per una rassegna, scritta già nel catalogo verdiano. Otello con Roberto Abbado sul podio della Filarmonica Toscanini e del Coro del Regio, protagonista Fabio Sartori, insieme ad Ariunbaatar Ganbaatar che è Jago e Mariangela Sicilia che è Desdemona. Regia, sul palco del Regio di Parma, psicanalitica di Federico Tiezzi. Macbeth va in scena al Verdi di Busseto, nuovo allestimento di Manuel Renga, Francesco Lanzillotta sul podio dell’Orchestra giovanile italiana e ancora del Coro del Regio. Vito Priante protagonista con Adolfo Corrado (Banco) e Matteo Roma (Macduff). Al Regio torna Falstaff nell’allestimento british anni Ottanta di Jacopo Spirei, ormai un classico per il titolo diretto da Michele Spotti (ancora la Toscanini, ancora il Coro del Regio). Protagonista Misha Kiria nei panni di sir John, con lui Roberta Mantegna (Alice), Giuliana Gianfaldoni (Nannetta), Alessandro Luongo (Ford) e Dave Monaco (Fenton).
Nero, ma non solo, il Macbeth di Vito Priante, napoletano, classe 1979, studi in Lingua e letteratura francese e tedesca. Comico, ma non solo, il Falstaff di Misha Kiria, georgiano, diploma a Tblisi e “specialità” all’Accademia della Scala. Macbeth e Falstaff, due personaggio allo specchio. Priante e Kiria due artisti a confronto. In questa intervista doppia dove gli interpreti ci raccontano il loro Verdi e si raccontano, uomini e artisti del 2025
Ci racconta il suo personaggio?
Priante «Macbeth è innanzitutto un gran guerriero, uomo d’armi valoroso e stimato che conduce con successo campagne di guerra e gode della fiducia e la stima del re così come anche dei suoi commilitoni. Accanto a questa indole così forte però ve n’è anche un’altra, il suo lato ombra si potrebbe definire, fatto di grande insicurezza e vulnerabilità. Il suo tallone d’Achille è proprio il fatto che Macbeth non è “solamente” un duro, ma anche un uomo dalla coscienza forte e vigile. Se fosse solo un cattivo capriccioso non avrebbe rimorsi o visioni che gli ottenebrano la mente. Probabilmente si salverebbe».
Kiria «Il mio personaggio è Sir John Falstaff, un vecchio cavaliere che ama bere, mangiare e divertirsi. Vuole vivere alle spalle degli altri e racconta storie inventate per vantarsi. Ma nonostante i suoi difetti, è un personaggio simpatico che il pubblico ama molto».
Quali i sentimenti, se ce ne sono, che la accomunano e quali quelli che la distanziano dal personaggio che porta in scena?
Priante «A lui mi accomuna la combattività e il coraggio, la scena esemplare per me è il finale del secondo atto in cui sprezzante degli astanti e della corte, regina compresa, decide di affrontare gli spiriti infernali scacciandoli e ritrovando con quel bellissimo “la vita riprendo” il proprio valore e determinazione, come chi vince i propri demoni interiori lottando contro crisi di panico o qualsiasi altro disturbo della psiche e riuscendo così a debellarne i sintomi o le avvisaglie. È indubbiamente una grande vittoria personale. Ciò che mi distanzia da lui invece è la mancanza di fede: io forse avrei aspettato che il vaticinio delle streghe si avverasse da solo, come succede infatti per la profezia di Caudore. Il suo limite è quello di pensare di poter piegare la sorte, il destino. Pecca di hybris, tracotanza. E infatti la sua coscienza lo punisce di nuovo, vorrebbe dire Amen e non ci riesce».
Kiria «Con Falstaff ho in comune l’allegria, l’amore per la vita e l’idea che bisogna andare avanti senza arrendersi. Ma lui vuole vivere alle spalle degli altri, e questo per me non va bene. Anche a me piace bere, ma non tutti i giorni e solo un bicchiere di buon vino».
Un’opera che Verdi ha scritto ispirandosi a Shakespeare. Come il suo personaggio passa dalla scrittura di Shakespeare a quella di Verdi? Il rimando a Shakespeare va tenuto presente anche nell’interpretazione in scena?
Priante «Di Shakespeare non sono esperto e ammetto di non aver mai letto il Macbeth, mi sento però di riportare quanto affermato dal regista Manuel Renga sulla tragedia originale e cioè che ciò che spinge la Lady non è mera cattiveria, bensì disperazione di una donna che ha già perso tutto, anche un figlio ucciso, e che vede nella profezia delle streghe l’ultima occasione che il destino le offre per riempire un’esistenza altrimenti vuota e infelice».
Kiria «Il Falstaff di Shakespeare usa le parole per scherzo e ironia. Nel Falstaff di Verdi a tutto questo si aggiunge la musica geniale del compositore, che rende il personaggio più espressivo e interessante».

Vito Priante
L’opera deve raccontarci qualcosa di noi: quale l’attualità (in positivo o in negativo) trova nel personaggio che interpreta? Come cerca di portarla in scena?
Priante «L’attualità di quest’opera per me è di tipo psicologico, non bisogna forzare le situazioni o cercare di volerle a tutti i costi controllare. In inglese esiste un’espressione per questo “control freak” cioè la tendenza che tanti hanno nel non volersi lasciar portare dagli eventi (ciò che poc’anzi ho chiamato fede) a dispetto invece di un’ostinata volontà di modificare a proprio piacimento il contesto di cui facciamo parte. Ripeto, io sono persuaso che Macbeth sarebbe comunque diventato re senza bisogno di uccidere Duncan, le qualità le aveva tutte!».
Kiria «Falstaff è attuale anche oggi e penso lo sarà sempre. Ha difetti umani: bere, divertirsi troppo, vivere alle spalle degli altri, inventare storie. Ma ha anche cose belle, ama la vita e non si arrende mai, anche da vecchio. In scena cerco di mostrare tutti e due questi lati».
Quale, invece, l’attualità di un genere come l’opera e in particolare della musica di Verdi?
Priante «L’attualità dell’opera sta nel rappresentare il ventaglio di tutti i sentimenti del genere umano, ce n’è davvero per tutti i gusti o per tutte le esigenze dagli ideali politici alle passioni amorose e Verdi in particolare, da grande uomo di teatro qual è, riesce a farci riflettere come nessun altro».
Kiria «L’opera parla sempre dei sentimenti e delle emozioni delle persone, per questo sarà sempre attuale finché esisterà l’umanità. Nelle opere di Verdi questo si sente molto, soprattutto nel rapporto tra padre e figlio».
Chi è Verdi, per lei, artista e uomo del 2025?
Priante «Giuseppe Verdi per me è e sarà sempre come un padre, e non credo solo per me. Il maestro di Busseto ha la capacità unica di saper mostrare anche le cose più dure e turpi con la gentilezza e la benevolenza di un genitore che accompagna i suoi figli durante la crescita e li prepara alle sfide della vita. La sua umanità è la qualità più di tutto mi seduce».
Kiria «Da studente ho vissuto tre anni a Casa Verdi a Milano, il luogo che lui ha costruito per i musicisti anziani. Per me Verdi è un grande mecenate, perché ha dato a tanti artisti una vecchiaia dignitosa. Come compositore è ancora vivo, la sua musica si ascolta in tutti i teatri del mondo».
Quale il personaggio verdiano che sente più vicino? Perché? Quale, invece, quello che le piacerebbe interpretare e non ha ancora portato in scena?
Priante «Sicuramente Giorgio Germont, amo la benevolenza con la quale si rapporta a Violetta, la delicatezza con cui la conforta e il sostegno paterno che le offre nel momento in cui lei, consapevolmente, decide di accondiscendere alle sue richieste. Il loro duetto rimane per me una delle più belle pagine che la mente umana possa partorire, mi commuove ogni volta e mi piace pensare che il buon Peppino si immedesimasse nel ruolo di padre protettivo che conforta una povera ragazza vittima ahinoi di una società implacabile, ma anche, è bene non dimenticarlo, dei propri errori. Quello invece che non ho mai avuto l’occasione di portare in scena, ma che sogno di interpretare è sicuramente il Marchese di Posa nel Don Carlo, non soltanto per ragioni vocali, ma anche perché vorrei si mettesse in luce un aspetto per me fondamentale della sua indole, cioè l’amore (non solo fraterno) che Rodrigo prova nei confronti di Carlo».
Kiria «Il personaggio più vicino a me è Falstaff e sono felice di cantarlo per la seconda volta al Festival Verdi di Parma. Un ruolo che desidero molto interpretare è Rigoletto e penso che tra qualche anno riuscirò a portarlo in scena».
Ci sarà ancora Verdi nei suoi programmi futuri?
Priante «Non particolarmente, ma si valutano proposte…»
Kiria «Sì, certo. L’anno prossimo canterò il ruolo di Germont all’Opera di Roma e interpreterò anche Fra Melitone, un personaggio per me molto caro e speciale».

Nella foto @Simon Pauly Misha Kiria