Spotti, io papà tra Donizetti e la sala parto

Il direttore 28enne a Bergamo per La fille du régiment racconta l’opera e la gioia per la nascita del figlio Davide

Tra una prova e l’altra, tra le generale e l’anteprima giovani de La fille du régiment «è nato Davide. La gioia più grande. L’emozione più bella». Giusto il tempo per Michele Spotti di correre in ospedale, dalla moglie Francesca. E fare tante foto a Davide. «Davide, come David Ojstrach, il grande violinista» sorride il direttore d’orchestra nato a Cesano Maderno, in provincia di Monza e Brianza, nel 1993. «Ma la mia casa dal 21 luglio 2018, il giorno del mio matrimonio, è a Catania, la città dove Francesca insegna al liceo musicale. Abbiamo deciso di vivere lì per la sua professione, anche perché la mia mi porta ad essere nomade e a stare a casa poche settimane l’anno tanto che è quasi indifferente il posto, contano gli affetti». Ai quali ora si aggiunge Davide che, però, è nato al nord. A Bergamo. «Avevo da tempo l’impegno con il Donizetti opera festival e abbiamo voluto stare vicini, così Davide è nato qui» racconta Michele Spotti che domenica 21 novembre sale sul podio del Teatro Donizetti per La fille du régiment. Inutile dirlo, di Donizetti, l’autore di casa. Titolo che doveva andare in scena nel 2020, poi saltato a causa della pandemia. Rimesso in cartellone quest’anno con le voci di Sara Blanch (Marie) e John Osborne (Tonio). E se L’elisir d’amore inaugurale era ambientato a Bergamo, «la nostra Fille ci porta a Cuba ai tempi della rivoluzione: scene di Angelo Sala, costumi di Maikel Martinez, coreografie di Laura Domingo e luci di Fiammetta Baldiserri per l’allestimento coprodotto da Bergamo con il Teatro Lírico Nacional de Cuba. Una Cuba, quella che si vedrà sul palco, coloratissima, perché cubano è il regista Luis Ernesto Doñas» spiega il direttore lombardo che sul podio (orchestra Donizetti opera, coro dell’Accademia del Teatro alla Scala) ha l’edizione critica della partitura curata da Claudio Toscani. «Le differenze, piccole cose che rendono ancora più preziosa questa partitura, – spiega Spotti – apparentemente non sono enormi rispetto alla Fille che siamo abituati ad ascoltare, ma sono sostanziali per farci comprendere, se ancora ce ne fosse bisogno, la grandezza di Donizetti».

Andiamo subito sull’aspetto musicologico, che caratterizza l’approccio di un festival come il Donizetti opera, Michele Spotti. Cosa scopriremo di inedito in questa Fille du régiment?

«L’edizione critica della Fille è davvero interessantissima e non capisco come sia potuta nascere la diceria di un Donizetti orchestratore banale o addirittura sciatto. È elegantissimo, invece. Si capisce subito che lo strumentale è stato scritto di getto, ma in questo caso è una qualità, non un limite. La partitura ha una coerenza stilistica che non diventa mai trascuratezza. Inoltre nell’edizione critica si scopre che Donizetti ha inserito delle battute “parlate” anche nelle parti musicate che danno un carattere più teatrale e anche più realistico alla musica, facendo pensare ad un’opéra-comique scritta più per cantanti-attori che per attori-cantanti. C’è poi un fugato nel mezzo del finale dell’atto primo che non si eseguiva mai e che a Bergamo si ascolterà. Un festival dedicato a Donizetti ha senso appunto per riscoprire e valorizzare dettagli di titoli che credevamo, a torto, di conoscere benissimo».

Quali quelli che hai riscoperto lavorando a questo spettacolo?

«In Donizetti è fondamentale l’orchestrazione e il periodo parigino per lui è stato molto proficuo da questo punto di vista: il compositore scrive La fille du régiment nel 1840 per l’Opéra-Comique di Parigi. La partitura è molto variegata con una grande diversità di timbri da un numero all’altro. Questo è molto stimolante per un direttore d’orchestra. La Fille è un’opera quasi bipolare con parti di un lirismo estremo, come l’aria di Tonio e le due arie di Marie, ed altre con un codice militare netto e qui è interessante vedere come Donizetti tratti l’orchestrazione, l’armonia sottolineando la componente ironica dell’esaltazione della guerra. Due aspetti che vanno tenuti insieme e bilanciati alla perfezione. E che a Bergamo si vedranno anche in scena».

Come?

«Il regista Luis Ernesto Doñas si è ispirato all’immaginario pittorico di Raúl Martínez, artista che ha raccontato per immagini pop la rivoluzione a Cuba negli anni Sessanta, in contrasto con le direttive culturali del regime. In scena il mondo dei giovani, di Marie e Tonio, sarà coloratissimo e i soldati non avranno armi, ma pennelli e vernice, mentre quello borghese e conservatore della Marchesa di Berkenfield sarà in bianco e nero. Un’idea che mi sembra efficace per rendere la bipolarità musicale di quest’opera. È in sintonia con il mio pensiero musicale».

Si ride, ma non solo, allora in questa Fille per la quale Stefano Simone Pintor ha riscritto i dialoghi parlati.

«Certo, come capita sempre con i grandi capolavori che ci raccontano qualcosa di noi. Il periodo delle prove a Bergamo, che è sempre più un festival internazionalmente riconosciuto, è stato molto divertente, ma anche stimolante per me che ho imparato molto dal confronto con gli artisti coinvolti in questa e nelle altre produzioni. Ora mi piacerebbe esplorare il Donizetti tragico, amo Riberto Devereux, penso sia un’opera straordinaria e spero di dirigerla un giorno. E poi mi piacerebbe affrontare, perché no al Donizetti opera, Il duca d’Alba, l’opera incompiuta di Donizetti. Spero che la fondazione realizzi presto l’edizione critica di quest’opera nella quale ci sono arditezze armoniche incredibili e tutte proiettati in avanti. Per intanto mi accontento di dirigerne un’aria in concerto a Liegi con Juan Diego Florez».

Nella tua agenda non c’è solo Donizetti…

«Ci sono tanti autori vengo dal Rossini del Guillaume Tell che ho fatto a Marsiglia e vado al Verdi del Don Carlo che dirigerò a Basilea. Avrò poi ancora Rossini passando dal dramma del Tell al sorriso de Il signor Bruschino al Comunale di Bologna e di Cenerentola alla Bayerische Staatsoper di Monaco. E ancora la Belle Hélène di Offenbach alla Komische oper di Berlino. Un repertorio molto vario. E tanti debutti, ma è importante farli ora per un direttore come me all’inizio della carriera».

Salire sul podio è sempre stato il tuo sogno di bambino…

«Sono stato sempre affascinato da questa figura, dal potere che esercita, nel bene e nel male, impugnando la bacchetta: fa scaturire la musica, crea suoni, colori, tiene insieme orchestrali, coristi e cantanti. Detta così sembra facile, ma non lo è per nulla. Tanto più che questa professione è piena di momenti di sconforto».

Ne hai avuti?

«Certo. Negli anni di studio, quando è capitato di non avere feeling con qualche insegnante, nelle prime produzioni quando da neodiplomato ti trovi a lavorare con persone più grandi di te, in orchestra e sul palco, che a volte guardano con diffidenza i giovani, tanto più se devono guidarli e dar loro consigli su una materia come la musica che frequentano da anni. L’esperienza mi ha aiutato ad avere le spalle grosse, ma anche a conquistarmi sul campo credibilità e autorevolezza. La vita di direttore d’orchestra, poi, è una vita spesso in solitaria, in giro per il mondo, lontano dagli affetti».

E come si fa a non mollare?

«Lavorando di autoconvincimento per arrivare a obiettivi importanti e non buttare i tanti sacrifici fatti durante gli anni di studio. E poi la famiglia gioca un ruolo fondamentale: io sono stato davvero fortunato prima con i miei genitori che mi hanno sempre aiutato economicamente negli studi e sostenuto psicologicamente e ora con mia moglie Francesca, musicista anche lei, che capisce cosa significa fare questa professione, che a volte ti logora a livello umano».

A venticinque anni il matrimonio, ora a ventotto anni è nato tuo figlio Davide. Scelte coraggiose per un musicista, ma in generale per un giovane d’oggi.

«Penso che per avere anche una completezza del mio vivere sia importante allargare la mia famiglia, per trasmettere ad altri quello che io e mia moglie stiamo vivendo. Essere marito ed essere padre è una grande responsabilità, è un grande impegno e a volte si è visti come marziani perché siamo giovani. Però c’è anche una grande comprensione e una grande umanità che ti abbraccia».

Nella foto @Studio Amati/Bacciardi Michele Spotti, @Gianfranco Rota le prove de La fille du regiment