Scala, Faust nell’obitorio pop di Erath

L’opera di Gounod al Piermarini diretta da Daniele Rustioni Spettacolo visionario e tutto tra i morti del regista tedesco Protagonisti Vittorio Grigolo, Marina Rebeka e Alex Esposito

I sogni (razionalmente) non si spiegano. Quello che nella vita apparirebbe sinistro, inopportuno, insensato… nel linguaggio sghembo e onirico della notte è accettabile, naturale… Trova un senso. Eppure, all’alba, ti chiedi il perché. Perché di quel sogno. Perché di quel segno. Perché di quel gesto o di quel simbolo. Naturale quando sei ad occhi chiusi. Da decifrare quando i sogni svaniscono. Naturale, spiegabilissimo per la psicanalisi. Freud ci ha costruito la sua fortuna e la nostra dannazione. Costretti, noi che sogniamo, a chiederci se il nostro alter ego onirico sia davvero la parte più vera e profonda di noi. Paura. Sconcerto. Abisso nel quale guadare e guardarci. Come quel buco nero nel quale Faust cerca se stesso. Un vuoto al centro della scena, attorno al quale tutto gira. Centro dal quale tutto si allontana. Abisso che si accende improvviso di luce.

Gioco di specchi. Gioco di forme circolari – lo chiede Johannes Erath alla scenografa Hieke Scheele. Girone infernale. Monte dove ascendere. Perché Faust è il contrappunto ottocentesco, romantico della Commedia di Dante. Salita al cielo dagli abissi. Cammino di purificazione con un Virgilio nero, Mefistofele, che cede il passo a una Beatrice redenta e redentrice, Margherita. Funambola sempre in bilico sull’abisso, ma mai un cedimento, mai un passo incerto per la donna amata dal dottore che ha chiesto e ottenuto dal diavolo la giovinezza in cambio della sua anima. Vertigine del capolavoro di Johann Wolfgang von Goethe che dalla selva dei libri dello studio di Faust approda a un altro sol che move il sole e l’altre stelle… l’eterno femminino, grembo in cui tornare. Processione di beati mentre l’anima di Faust ascende al cielo.

In mezzo, in questo cammino, i dannanti e i redenti di un mondo identico – perché identici sono i sentimenti che muovono gli uomini – ieri e oggi. Militari che partono per la guerra. Uomini che corrompono le donne. Tentatori che per sedurre vestono di bene il male – tipico. Un mondo che ha i contorni (sognanti) di un circo. Felliniano, ma sporcato di inquietudini… alla Stephen King. Clown e acrobati della vita. Si ride soffrendo. Si cerca un equilibrio sul nulla. Cabaret tragico, come succede ogni volta che un impero è al tramonto. Si balla sull’abisso. Un giro di valzer. Poi tutti a terra.

Distesi. Perché quella pista da circo – o forse da ballo, un cilindro grigio, finestre che si aprono nelle pareti, come i palchi di un teatro, lo stesso dove siamo seduti noi che (ci) guardiamo, lanterna magica che rimanda la sala del Piermarini – perché quella pista da circo alla fine è un teatro anatomico, freddo obitorio dove i cadaveri sono distesi nelle loro celle frigorifere, un cartellino sull’alluce per identificarli. Vivisezione necessaria per stabilire le cause del decesso. Di un uomo. Di un mondo.

Autopsia dell’anima il Faust di Charles Gounod che Johannes Erath (cinquantuno anni, prima violinista alla Volksoper di Vienna, oggi regista alla sua prima volta al Piermarini) porta al Teatro alla Scala, ultimo titolo della stagione 2025/2026, allestimento nato un anno fa a Valencia (ma a Milano qualcosa è cambiato, fa sapere il regista) che andrà poi al Real di Madrid e all’Unter den Linden di Berlino. Debitore, nell’estetica e nella sostanza, di un altro Faust che Erath ha messo in scena all’Opera di Colonia, in piena pandemia – ripreso poi nel 2024. Allora nella versione (più interessante, più compiuta, autentica perché originale e originaria) opéra-comique del 1859 con dialoghi parla, dialoghi e numeri musicali, narrazione serrata e teatrale. Versione che poi Gounod nel 1869 trasforma in grand-opera. Eccessivo e ridondante. Musica francese, che si compiace e si piace. Versione che è quella che va in scena ora alla Scala, versione (pressoché) integrale, cori e danze musicalmente da vertigine.

Va in scena con quelle idee – l’obitorio e i cadaveri, il cabaret e la lanterna magica –  alla base dell’allestimento di Colonia, moltiplicate (anche troppo) in una vertigine di suggestioni e citazioni, dal Grande dittatore di Chaplin a Querelle de brest di Fassbinder. Niente danze, ma una pantomima surreale, marinai e chirurghi, ballerine e suore… frullatore di immagini, vortice che stordisce. Nel segno… del sogno. Perché così appare lo spettacolo di Erath, ci sta tutto in una cornice onirica, una cosa e il suo contrario. Ci sta tutto, senza doverlo spiegare… anche un Papa che si rivela essere poi Mefistofele che tenta Margherita… perché il male sa travestirsi da bene. Immagini che stordiscono. Che avvolgono. Tutti dentro la scena – nel quadro della tentazione di Marguerite chierichetti entrano in platea, attraversano la sala facendo la questua mentre un profumo di incenso (vero, inebriante) si diffonde ovunque.

Lettura che tiene incollati alla poltrona – tre ore nette di musica. Ma a tratti eccessiva. Non immediatamente leggibile. Ma nel sogno, ci può stare di tutto… pagliacci e domatori, chirurghi dai guanti fucsia e suore che si lasciano tentare. Eccesso e stordimento. Come eccessiva e stordente è la partitura di Gounod. Musica francese, che ti prende, ti travolge e poi ti abbandona. Lirica, straziante in un’asciuttezza che scopnvolge (e commuove). Musica che Daniele Rustioni – si parla di lui come direttore musicale della Scala dal 2030, quando finirà il mandato di Myung-Whun Chung – restituisce nella sua interiorità vertiginosa, ma anche nella sua artificiosa e roboante bellezza. Orchestra italiana, lettura francese. Nelle danze, nei cori (ma a volte il volume è sempre e solo uno), negli squarci melodrammatici – dramma e ironia – che gli interpreti colgono e restituiscono al meglio.

Mèphistophélès ha il guizzo scenico e il graffio vocale di Alex Esposito, voce di velluto e di bronzo, intatta nel tempo, ghigno sinistro, mai eccessivo e, forse anche per questo, ancora più inquietante… perché il diavolo si traveste da bene, da salvatore, gioca a carte e fuma una sigaretta con te… per poi buttarti su un lettino di metallo, freddo. Marguerite ha il lirismo e l’umanità di Marina Rebeka, alla sua prova migliore delle tante collezionate in questi anni alla Scala. Niente (o non solo) fuochi d’artificio vocali, dubbio e certezza, dramma e abbandono. Faust ha lo slancio (ma un filo più appannato del solito) di Vittorio Grigolo, generoso vocalmente e scenicamente (ma qui, come nella Carmen di Chung/Michieletto carisma incanalato in una recitazione a fuoco).

Per loro Rustioni stende un tappeto sonoro ideale, avvolgente e sempre in simbiosi con il canto. Rubati, ma anche gusto italiano. Come se la musica di Gounod arrivasse deformata (e non è connotazione negativa) dalla lente del melodramma italiano… alla fine tutto è partito da qui, da Monteverdi. Valentin ha il bellissimo colore di Ernesto Petti, musicalissimo, figura scenicamente inquieta, per dire, con il suo essere un clown bianco, che la guerra è sempre una sconfitta. Un pierrot (ma anche alter ego di Marguerite in abito da sposa) il Siebel di velluto e luce di Marcela Rahal. Sinbista la Marthe… suora con quei veli molto felliniani… di Hyensol Park. Fa sempre centro Xhieldo Hyseni, voce di roccia, che qui è Wagner.

Un obitorio. Alla fine come all’inizio. Tutto torna dove era partito. Faust, vecchio, su un lettino anatomico – ha contrappuntato per tutto lo spettacolo, figura di fantasma, il Faust giovane, monito e meta. Faust, giovane, con la sua giovinezza ritrovata che lo guarda e si guarda e ci guarda, e prova a vivere ciò che non ha vissuto. Per poi accorgersi che (forse) la vita è (solo) sogno.

Nelle foto @Brescia/Amisano Teatro alla Scala Faust

Articolo pubblicato in parte su Avvenire del 28 ottobre 2026