Battistoni, la mia maratona per il Verismo

Quattro titoli in un mese per il direttore musicale del Regio Cavalleria rusticana e Pagliacci con regie di Menghini e Micheli che firmano anche Iris di Mascgani e Bohème di Leoncavallo «Non è una musica di serie B, da Torino parte il suo riscatto»

Sarà una maratona musicale. E stavolta la definizione calza a pennello. «Perché la fatica, prima di tutto, è una fatica fisica». Andrea Battistoni si sta allenando. Sul podio, naturalmente. Il podio del Teatro Regio di Torino. Si sta allenando per il Festival Verismo che si inaugura giovedì 15 ottobre, con l’abbinata più classica, Cavalleria rusticana di Pietro Mascgani e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Cinque settimane, ventidue recite per un’originale tetralogia, perché accanto ai due popolari melodrammi, presentati come da tradizione nella stessa sera, andranno in scena due titoli più rari, La bohème di Leoncavallo e Iris di Mascagni. Due registi, Daniele Menghini per Mascagni, Francesco Micheli per Leoncavallo. Un solo direttore, Andrea Battistoni, direttore musicale del Regio, per un progetto originale, che apre la nuova stagione del teatro lirico torinese, voluto dal sovrintendente Mathieu Jouvi. «Un uomo che ama le sfide, perché questo focus sul Verismo arriva dopo le tre Manon presentate due anni fa» dice ancora Battistoni, veronese, classe 1987. «Un’impegno più fisico che mentale – racconta il direttore d’orchestra – perché le partiture le ho metabolizzate da tempo, l’unico titolo che debutto è La bohème di Leoncavallo. Cavalleria e Pagliacci sono opere che frequento spesso, ma ho già diretto anche Iris».

Lo scorso anno inaugurazione con la Francesca da Rimini di Zandonai, quest’anno addirittura un festival dedicato al Verismo. Come mai, Andrea Battistoni?

«È una stagione da sempre al centro dei miei interessi. Un repertorio che mi intriga molto. Ho diretto molti titoli veristi e più i titoli erano rari e più ho scoperto delle vere gemme. Sono partiture interessanti da studiare e stimolanti da dirigere, soprattutto per la raffinatezza della scrittura orchestrale che sorprende sempre. Metterli a inizio stagione è una dichiarazione di intenti, per dire come è importante riportare in scena titoli rari e di questo repertorio non solo a Torino, ma anche in Italia».

Titoli che rischiano ancora di passare per musica di serie B?

«Così è stato pertanto tempo perché la critica ha considerato questa musica minore. Ma anche Giacomo Puccini, non dimentichiamolo, per tanto tempo ha dovuto subire questa sorte. Oggi sappiamo che è un autore imprescindibile. Mi piacerebbe che da Torino partisse una Verismo Renaissance. Cavalleria e Pagliacci sono i titoli che ho diretto spesso. E ho potuto rendermi conto di come Mascagni abbia aperto la strada del Verismo ponendosi come un erede di Giuseppe Verdi quando Puccini non si era ancora affermato. Leoncavallo, poi, si è ispirato a Cavalleria e con Pagliacci ha aperto la strada a quel gioco di teatro nel teatro che ha caratterizzato tutto il Novecento, in musica, in teatro, nella letteratura e nel cinema».

Che cosa la affascina di questo repertorio?

«Sicuramente il ruolo dell’orchestra che si fa narratore. Già con Verdi questo aspetto iniziava a muoversi, l’orchestra che crea atmosfere oltre il non detto del libretto. Con il Verismo questo viene portato a compimento. L’orchestra non è un personaggio, ma offre quasi una regia in musica al racconto, crea atmosfere, evoca. L’unione di musica, azione teatrale e parola è il fulcro del Verismo ed è un po’ la versione italiana della riforma wagneriana».

Quali i punti di forza di questi titoli, di questo repertorio?

«La scrittura orchestrale, ma anche la tessitura vocale. Che è affascinante, ma impervia. Per affrontare una scrittura verista occorre un cast capace di sostenere questa scrittura vocale estrema. Anche per questo, forse, questo repertorio è stato a lungo messo da parte. Noi oggi abbiamo la fortuna di poter ascoltare le prime esecuzioni di molti titoli veristi. La prima incisione di Pagliacci è del 1907, realizzata con Leoncavallo presente. Ci sono puntature e tagli che non compaiono in partitura, ma approvati dall’autore che ascoltava. E pertanto da tenere in considerazione. Mascagni stesso nel 1940 dirige un’incisione di Cavalleria. Da queste testimonianze si percepisce una grande libertà di approccio che i compositori avevano nei confronti della loro partitura, senza mettere grossi paletti. Per affrontarle, dunque, ho studiato le partiture, ma anche la loro tradizione esecutiva».

Cavalleria e Pagliacci sono spesso in repertorio, Bohème e Iris invece no. Come ascoltarle?

«Considerandole quasi il lato B delle sorelle più famose. Bohème di Leoncavallo arriva un anno dopo quella di Puccini, nel 1897, e inevitabilmente sconta il successo della gemella. Ma non è assolutamente l’opera brutta che molti etichettano. Ha un libretto molto fedele all’originale di Henri Murger, con episodi che Puccini non ha messo in musica nella sua opera. In Leoncavallo c’è una scrittura raffinata. I primi due atti sembrano un’operetta viennese, hanno un profumo francese, ma poi tutto vira verso il dramma. Iris, nonostante l’ambientazione, non cita mai temi della cultura giapponese, ma usa strumenti giapponesi in orchestra. Cosa che aprirà la strada poi a Puccini che metterà gli stessi strumenti nella sua Madama Butterfly. Quella di Mascagni è una scrittura dettagliatissima, mi fa pensare quasi a Mahler perché il compositore riempie la partitura di indicazioni per il direttore».

Quale la linea srtistica della sua direzione musicale del Teatro Regio di Torino?

«Come dicono le inaugurazioni delle mie due prime stagioni sicuramente il recupero di autori poco noti e dimenticati. Questo mi permette di studiare musica che non conosco ancora e di proporla al pubblico. Penso che proporre titoli rari accanto a quelli del grande repertorio sia anche uno dei compiti principali di un teatro pubblico. Allargheremo questa curiosità esplorando rarità di autori non solo italiani. E questa curiosità non può che far bene alle forze del nostro teatro che sono straordinarie. Mi piace avere la responsabilità di orchestra e coro, inserendo giovani musicisti che possono così crescere accanto a colleghi storici».

Quale è il ruolo di Torino nella cultura musicale italiana?

«C’è una grande attenzione alla cultura, c’è un pubblico partecipe, che tiene alle grandi occasioni, ma che poi resta fedele nel tempo. È una città che tiene ai suoi musei, alle sue biblioteche, alle sue orchestre. E il Regio può fare proposte importanti e impegnative perché ha alle spalle il grande retroterra culturale della città».

Nel 2027 compirà quarant’anni, si sente ancora un direttore giovane?

«Mi sento forse uno che ha iniziato troppo giovane, se mi riguardo ragazzo con gli occhi di oggi. Oggi però, si è giovani fino ai cinquant’anni. E sappiamo che l’attività di direttore d’orchestra può andare avanti tantissimo.  E più vado avanti e più mi rendo conto di quanto poco sapessi prima e di quanto continuo ad apprendere dai musicisti con i quali lavoro e di quanto, dunque, possa offrire alle orchestre che dirigo».

Andrea Battistoni @Mattia Gaido e Giulia Catania

Focus sul Verismo con Cavalleria e Pagliacci, Bohème e Iris

Con la classica abbinata Cavalleria rusticana e Pagliacci giovedì 15 si inaugura la stagione del Teatro Regio di Torino. Andrea Battistoni sul podio, il titolo di Pietro Mascagni affidato alla regia di Daniele Menghini, con Ekaterina Semenchuk, SeokJong Baek e Ariunbaatar Ganbaaatar, quello di Ruggero Leoncavallo riletto da Francesco Micheli con Martin Muhele e Carolina López Moreno. Inaugurazione che non è solo di stagione, ma anche di un Festival Verismo, progetto che fino al 22 novembre affiancherà ai due popolari atti unici due titoli rari. Iris di Mascagni con la regia di Menghini e le voci di Erika Grimali e Iwona Sobotka a darsi il cambio nel ruolo del titolo. La bohème di Leoncavallo con la regia di Micheli e le voci di Francesca Dotto e Alessandro Luongo. Nei primi due fine settimana di novembre la possibilità di vedere le opere in tre sere consecutive. Davide Signorini firma le scene dei quattro allestimenti, Nika Campisi e Giada Masi i costumi. Accanto a Battistoni, in tutta la maratona Orchestra e Coro del Regio.

Nelle foto @Mattia Gaido e @Daniele Ratti Cavalleria e Pagliacci e Bohème

Nella foto di apertura Andra Battistoni @Simone Borrsai

Intervista pubblicata su Avvenire del 13 ottobre 2026