La ricetta di Alibrando per l’Elisir senza elisir

L’Accademia sul palco della Scala con l’opera di Donizetti proposta in una bella versione (integrale) dal direttore siciliano Niente elisir (e oggetti di scena) nella regia di Maria Mauti Misha Kiria accanto ai talenti di Sabrina Sanza e Chao Liu

Non c’è il libro che Adina legge… Della crudele Isotta il bel Tristano ardea… la ragazza del villaggio che ha studiato e “istruisce” i contadini, squarcio poetico alla Ermanno Olmi de L’albero degli zoccoli nel libretto di Felice Romani. Non c’è il lieto convito per festeggiare le nozze di Adina e Belcore. Non c’è il fatale contratto…venti scudi e ben sonanti che lega Nemorino all’esercito di scappati di casa di Belcore… Mette una croce, ma il foglio non c’è… E che Adina ricompra per far sapere a Nemorino che prendi per me sei libero. Allunga la mano, ma il foglio non c’è. E – sorpresa – non c’è il magico liqor che Dulcamara vende per tre lire. Indica il cappello… l’elisir è tutto lì, da tirar fuori dal cilindro… o dal cervello. Tutto immaginato. Come in un sogno dai contorni sfumati dove non capisci il perché di parole e azioni. Tutto accennato. Facciamo come se… come nei giochi di bambini. Facciamo che io ero… Come nella prova generale di uno spettacolo.

Tutti in scena sulle note del preludio. Squarcio drammatico, sipario musicale dalle tinte malinconiche su un’opera giocosa – che dentro, però, ha il dramma (giocoso, forse) e la malinconia (tanta, in abbondanza). Un grande campo di grano. Natura rinchiusa dentro lo spazio di cemento del palcoscenico – lo immagina Marco Rossi. Lo si vede. Ai lati. Le luci agganciate a cavalletti di ferro e puntate sul palco. Sul fondo. La saracinesca di legno e metallo che si apre sul cielo – finto, anche quello, dichiaratamente finto, illuminato per scandire il tempo del racconto, tutto in un giorno, da Peter van Praet. Tutti in scena sulle note del preludio. Tute da lavoro rosse e blu. La musica evoca. Suggerisce. Trasforma. Il gioco del teatro nel teatro. Il gioco della vita. Lasci una tuta anonima, che annulla e rende tuti uguali – società di replicanti, omologazione del presente – e indossi panni eccentrici. Un attimo ed ecco gli abitanti del villaggio nel paese de’ Baschi del libretto – Nicoletta Ceccolini li disegna guardando con nostalgia alla Casa nella prateria – rincorrersi nel campo di grano.

Inizia lo spettacolo. Inizia la prova. Inizia L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti. Titolo del progetto Accademia 2026 al Teatro alla Scala. Titolo che, come sempre, fa ripartire la stagione lirica del Piermarini dopo la pausa estiva – si prova prima e dopo le vacanze, si prepara lo spettacolo durante tutto l’anno nelle aule di via Santa Marta. Giovani in scena, giovani in buca, giovani dietro le quinte per dare corpo e voce a tutti i mestieri del teatro. Accompagnati, in scena, da un ex allievo dell’Accademia scaligera, Misha Kiria – baritono tra i migliori oggi in circolazione, belcanto e sorriso in un mix perfetto di misura e garbo per un Dulcamara che lascia il segno. Guidati in buca dal braccio saldo e dal sorriso sempre incoraggiante di Marco Alibrando, messinese di nascita, milanese di formazione – al Conservatorio Verdi che ha frequentato vivendo nello studentato di Casa Verdi, legame musicale ed affettivo ancora vivo, come quello con il suo maestro Antonino Fogliani, scomparso a una settimana dal debutto di questo Elisir, al quale Alibrando, con uno sguardo al cielo, ha dedicato la prima, diretta con gli occhi sulla partitura piena degli “insegnamenti” del direttore siciliano. Elisir pressoché integrale – evviva, perché la partitura è bella se ascoltata per intero, non sforbiciata abbondantemente, azzoppata come spesso capita. Filologico. Perfettamente calato nel percorso musicale donizettiano… ci sono i grandi drammi, le grandi regine nell’Elisir e Alibrando lo fa sentire… Recitativi scolpiti – al fortepiano si danno il cambio Daniele Di Teodoro e Marco Gatti. Variazioni modellate sulla vocalità degli interpreti… grande lavoro di concertazione dietro un’apparente semplicità… che mette al centro la musica.

Tutti in scena. Sulle note del preludio. Inizia la prova. Inizia lo spettacolo. Un Elisir senza elisir. Quello immaginato e raccontato da Maria Mauti – documentarista tv approdata a Milano per la sua seconda regia lirica dopo il debutto, lo scorso anno, con una belliniana Norma allo Sferisterio di Macerata. Idea originale. Suggestiva. Quella di togliere, di sottrarre. Ma che alla fine funziona poco. Spiazza (e non poco) tutta la scena dell’arrivo di Dulcamara… un telo grigio promette (ma poi non mantiene) video o animazioni che non ci sono, come non ci sono le bottigliette del magico liquore. Non ci sono i soldi che Dulcamara spilla ai rustici. Li si immagina. Idea suggestiva. Ma che alla fine funziona poco. Anzi, si perde tra le tante (troppe) idee che si incontrano e scontrano sul palco. Adina con una mela in testa… Come Paride vezzoso porse il pomo alla più bella le canta Belcore (trovata che costringe le interpreti, sono due, due cast, a concentrarsi più sulla tenuta del frutto che non sul canto… diaframma e corde vocali… perché il canto è anche lavoro fisico)… Adina che si dondola sull’altalena… Nemorino… “doppiato” o “accompagnato”, non si capisce bene, da un bambino… i soldati (che tanto assomigliano a quelli delle strisce satiriche di Sturmtruppen) che contrappuntano continuamente (e spesso fastidiosamente) l’azione con gesti, sempre gli stessi, ripetuti all’infinito – coreografie di Stefania Ballone che per il resto sceglie i classici passi da rivista e cabaret… gambe che si incrociano andando da destra a sinistra, mani che si muovono a farfalla… cappello pure…

Elisir senza elisir quello della Mauti. Che cerca (senza, però, mai coglierla appieno, perché le linee, l’estetica hanno qualcosa di spigoloso) una poesia… la poesia di cui la partitura è intrisa. Sorrisi e squarci malinconici che Alibrando, dal podio, mette ben in evidenza. Ritmi sostenuti e abbandoni lirici si intrecciano e raccontano, in una bella intesa con il palcoscenico. Orchestra e coro dell’Accademia seguono diligenti e appassionati Alibrando, in una lettura dal passo teatrale efficacissimo… lettura donizettiana – Elisir non è da meno delle Lucia, delle Stuarda, dei Devereux, delle Bolena – che ha il respiro dei grandi drammi, ma anche la dimensione domestica delle piccole storie di tutti i giorni… Un solo Dulcamara, Misha Kiria, voce bella, avvolgente, mai sopra le righe, mai eccessivo… musicalissimo… riferimento per i giovani dell’Accademia. Due Adina, due Nemorino, due Belcore e due Giannetta. Due cast di allievi o (recenti) ex allievi. Giustamente assortiti. Con l’Adina di Sabrina Sanza che svetta su tutti. Cura del suono meticolosa, voce di luce e velluto, acuti sempre a fuco, intenzioni e presenza scenica sempre sul testo, capace di calamitare l’attenzione, senza mettere in ombra gli altri. E con il Belcore di Chao Liu che lascia il segno. Voce bella, intonatissima, colore e tecnica, graffio scenico e musicale. Più sognante, più lirico il Nemorino di Cristóbal Campos Marin, più concreto e terreno quello di Zizhao Chen – per entrambi applausi calorosi dopo la Furtiva lagrima. A fuoco, musicalità e presenza scenica, l’Adina di Noemi Muschetti. Voce bella, resa più incerta per il Belcore di Geunhwa Lee. Saori Sugiyama e Aigerim Altynbek si passano efficacemente il testimone nei panni di Giannetta.

Niente libro, niente contratto… niente elisir in scena. Che c’è, l’Elisir con la lettera maiuscola… nell’aria… arriva dalla buca d’orchestra, arriva dal podio… un Elisir che c’è ed tutto nella musica.

Nelle foto @Brescia/Amisano Teatro alla Scala L’elisir d’amore