Firenze, il Ballo della Carrasco negli Usa di JFK

Al Maggio debutto nella lirica per Emmanuel Tjeknavorian giovane violinista e direttore dell’Orchestra sinfonica di Milano La regista argentina trasporta Verdi al tempo di Kennedy Protagonisti Antonio Poli, Chiara Isotton e Bogdan Baciu

La storia – ma anche la Storia – non cambia. Alla Casa Bianca, seduto alla scrivania nello Studio ovale – costruita, la Resolute desk, con il legno di quercia della nave britannica Resolute incagliatasi nell’Artico – ci può essere Richard Nixon oppure Donald Trump. Barack Obama o John Fitzgerald Kennedy. Ma la storia, anche quella con la S maiuscola, non cambia. Non cambia la Storia di presidenti americani che esercitano il loro potere di signori del mondo – e spesso della guerra, anche quelli ai quali è stato attribuito il Nobel. Democratici o repubblicani poco importa – e poco cambia, chi comanda e chi dichiara guerra (all’Iran o all’Iraq) non ha colore politico sotto la bandiera a stelle e strisce, lo dice la Storia. E non cambia nemmeno quella con la s minuscola, storia di uomini alle prese con le loro grandezze e le loro miserie. Storia e storie di tutti i giorni. A colori. O in bianco e nero.

Come quelle gigantografie, in bianco e nero, su praticabili di cui si vede la struttura in legno, gigantografie di John Fitzgerald Kennedy nello Studio ovale. Foto d’epoca. Impatto straniante. Effetto assicurato per l’incipit di Un ballo in maschera che Valentina Carrasco – un passato nella Fura dels Baus e si vede (qui forse ancora di più che in altre sue regie) in questa rilettura verdiana – reinventa per il Maggio musicale fiorentino, secondo titolo dell’edizione numero ottantotto. Incipit sul libretto. Almeno per la collocazione geografica. Siamo in America, lo dice subito la grande bandiera che sventola, lacera e consunta, sulle note del preludio. Anche lei in bianco e nero. Sfumature di grigio, anzi. Siamo in America – come vuole Antonio Somma che, causa censura che non ammetteva un regicidio in scena, dovette trasportare le vicende dalla Svezia di Gustavo III a un immaginario governatorato di Boston alla fine del XVII secolo. Siamo in America. Ma giusto la collocazione geografica è la stessa. Perché l’America che la Carrasco sceglie per il suo Ballo è quella del 1963, una data precisa, il 22 novembre di Dallas, tutto in un giorno, come tutto nel giro di una manciata di ore avviene nell’opera di Verdi.

L’America di Kennedy. E (forse) non solo di lui. Perché la regista argentina sovrappone le tragiche vicende di JFK a quelle di Riccardo, il protagonista del Ballo verdiano – donnaiolo, uomo di potere… Happy birthday Mr. President canterebbe anche a lui Marilyn. Ma non ne fa un calco perfetto. Certo, c’è Jackie (che poi, una volta vedova, rovinerà la vita a Maria Callas facendosi sposare da Onassis), c’è Jackie con i due figli che compare nelle sue vesti di prima first lady mediatica (nel primo quadro, mentre Riccardo pensa ad Amelia, «la rivedrò nell’estasi, raggiante di pallore», lei, Jackie, viene intervistata dalla tv.. mentre una tata di colore si occupa dei bambini) e ricompare poi come un fantasma nel finale. Un cielo azzurro, come quello di Dallas, lei con lo stesso tailleur rosa di quel 22 novembre mentre sul fondo del palco scorrono le immagini dell’attentato mortale al presidente e della limousine che sfreccia dopo la fucilata di Lee Harvey Oswald – la Carrasco lo fa apparire (fantasma anche lui) in proscenio, imbraccia un fucile e non sai se ad uccidere sia stato lui o Renato che ha ancora in mano una pistola. Oswald viene arrestato, Renato riceve il perdono di Riccardo. Realtà e finzione si confondono.

Perché la sovrapposizione tra Storia e storia che la Carrasco fa con Verdi ha i contorni sfumati – comunque tutto torna, persino Ulrica trasformata in Martin Luther King che predica e deve fronteggiare il Ku Klux Klan… per definirla, per definire Ulrica, Verdi fa dire a un giudice, feroce denuncia del razzismo del potere, «dell’immondo sangue dei negri». La sovrapposizione non è totale. Per dire che il racconto di Verdi, del governatore che si innamora della moglie dell’amico, può “stare” su tante vicende del nostro tempo. Lo fa, la regista argentina, in una sorta di straniamento brechtiano (hanno questo sapore le gigantografie in bianco e nero e i filmati che scorrono sul fondo della scena, quasi didascalie da teatro epico) raccontando il dietro le quinte del potere… molto bello il terzo atto tutto con i praticabili girati, legno e metallo a vista (le scene di Andrea Belli, i costumi di Silvia Aymonino), i mobili accatastati, i personaggi che non hanno ancora indossato quelle maschere (Topolino e lo Zio Sam) che si caleranno sul viso alla festa… al Ballo in maschera che dà il titolo all’opera – si girano i praticabili, altre gigantografie, della folla di Dallas, un comizio elettorale si trasforma in tragedia… storia che si ripete, fino a Trump… poi la scena si svuota, i palloncini salgono in alto, resta solo il cielo…

Teatrale, teatralissimo racconto. Come lo è, ma solo nel terzo atto dove (dopo l’intervallo… anche se musica e drammaturgia sono strettamente in continuità tra secondo e terzo atto, il primo può stare a sé…) nel terzo atto dove la musica sembra cambiare, la direzione di Emmanuel Tjeknavorian. Prima volta sul podio per un melodramma per il musicista viennese, direttore musicale dell’Orchestra sinfonica di Milano. Violinista (e si sente nel colore, più nordico che padano, in verità, che chiede agli archi) passato poi dall’altra parte. La cura del dettaglio si sente. Il suono verdiano un po’ meno (anche nel colore del pur bravo e apprezzabilissimo coro di Lorenzo Fratini)… suono rifinitissimo, ma troppo generico. Il passo teatrale, specie nei primi due atti fatica ad emergere – «Che v’agita così» chiede Ulrica ad Amelia che entra “agitatissima” (impone il libretto) nel suo antro, ma il tempo staccato da Tjeknavorian è pacatissimo… un esempio… un altro il tratto verista (ma qui anche la Carrasco c’entra perché mette in scena un tentativo di molestia ad Amelia da parte di Riccardo in una cabina telefonica di periferia) il tratto verista di cui si colora il duetto, oasi quasi ultraterrena, del secondo atto. Squarci sinfonici molto belli – i preludi, gli attacchi di numeri ricordano il tocco di Caludio Abbado (e in diversi hanno già eletto il musicista viennese erede del direttore milanese…). Squarci sinfonici rivelatori, ma tempi e stacchi sempre uguali, troppo squadrati, troppo generici, troppo un-due-tre. Accompagnamento del canto attento, anche se spesso buca e palcoscenico sono costretti a rincorrersi.

Un Ballo (e forse un teatro) quello di Tjeknavorian ancora in cerca di identità. Come il Riccardo della Carrasco. Che è Kennedy e non solo. È tanti presidenti. È tanti uomini politici. E non assomiglia a Kennedy il Riccardo di Antonio Poli, squillo generoso, canto sulla parola, spavaldo, ma anche tormentato nel suo privato, come tanti leader di oggi. Cauto, intelligentemente misurato Poli nell’avventurassi in un terreno (un repertorio) nuovo per la sua voce, voce che il tenore fa aderire alla scrittura verdiana, rivestendola di slanci e ripiegamenti tutti sul testo. Lame di luce per Amelia, disegnata con sicurezza e presenza da Chiara Isotton. Incisiva nei momenti corali, capace di calamitare l’attenzione nelle arie che il soprano restituisce grondanti di umanità. Bogdan Baciu, il più (giustamente) applaudito è un Renato musicalissimo e cesellato alla perfezione, parola e gesto sempre sulla partitura. Voce bella, accento verdiano, intenzione sul testo, capacità di evocare che cattura.

Non più panni amschili per Oscar, che nella rilettura della Carrasco è una delle segretarie di Kennedy e una delle donne alle quali JFK rivolge le sue intenzioni… si mette dietro il cartonato di Marilyn alla festa, icona e simbolo di una femminilità che il potere si appunta al petto come una medaglia da esibire… amara riflessione che lo spettacolo della regista argentina suggerisce. Oscar che si screzia di malinconica allegria con Lavinia Bini. Ksenia Dudnikova (impressionante nel trucco che la rende simile a Martin Luther King) colora di sinistra inquietudine la sua Ulrica, voce profetica alla quale nessuno da ascolto, ma che alla fine, scherzo o follia, avrà ragione. O forse no, nel gioco continuo di rimandi tra storia e Storia. Dove i cospiratori Samuelk e Tom sono Mattia Denti e Adriano Gramigni – basso in continua crescita, musicalissimo, interprete maturo che anche con poche pennellate di voce dipinge un personaggio e lascia il segno. Lascia il segno anche il Silvano di Janusz Nosek, soldato, reduce da una delle tante guerre, figura di un?america di ieri come il Giudice di Francesco Congiu e il Servo d’Amelia di Roberto Miani.

L’America del 22 novembre 1963. Volano in cielo i palloncini blu, rossi e bianchi, i colori dell’America. La scena si spoglia. Solo le immagini di Dallas. «Notte d’orror». Perché la storia – ma anche la Storia – non cambia.

Nelle foto @Michele Monasta Un ballo in maschera al Maggio musicale fiorentino