The Death of Klinghoffer opera del 1991 di John Adams inaugura l’edizone numero 88 del Maggio musicale fiorentino Regia di Luca Guadagnino chiamato dal sovrintendete Fuortes «Titoli nuovi e artisti contemporanei, la tradizione è nel futuro»
Il Maggio musicale torna alle origini. «Perché nella storia e nel dna di Firenze c’è il guardare avanti, il gettare lo sguardo oltre il presente» dice Carlo Fuortes, sovrintendente del Teatro del Maggio. Che domenica 19 aprile inaugura l’edizione numero ottantotto del festival. E lo fa con The Death of Klinghoffer di John Adams, opera del 1991 ispirata alla cronaca. Al sequestro e al dirottamento, avvenuto nel 1985, della nave da crociera italiana Achille Lauro da parte di terroristi del Fronte per la liberazione della Palestina. Una vicenda che si concluse, lo dice il titolo, con l’assassinio di uno dei passeggeri, Leonard Klinghoffer, cittadino statunitense di religione ebraica. Regia di Luca Guadagnino. Sul podio Lawrence Renes. In scena Laurent Naouri, nei panni di Klinghoffer. «Un titolo – riflette Fuortes – che ci offre un aggancio inaspettato e drammatico con l’attualità».
Con The Death of Klinghoffer di John Adams, sovrintendente Fuortes, un ritorno alle origini del Maggio?
«La grande vocazione del Maggio, gettare lo sguardo in avanti. Proporre non solo la grande tradizione, ma coltivare l’attenzione al contemporaneo. E dato che credo fortemente in questo mi è sembrato doveroso offrire a questo repertorio la vetrina più prestigiosa, quella della serata inaugurale della stagione».
Come è arrivata la scelta del titolo di Adams?
«Compito dell’arte, e dunque anche della musica, è quello di parlare del nostro oggi affrontando questioni che riguardano e interrogano tutti noi. E cosa c’è di più attuale di quest’opera che racconta la tragedia dell’Achille Lauro. Un’attualità che non abbiamo cercato perché è da più di due anni che ne stiamo parlando con Luca Guadagnino. Il 7 ottobre c’era già stato, ma il precipitare degli eventi delle ultime settimane, questione della base di Sigonella compresa, ci ha messo di fronte la grande attualità dell’opera di John Adams con il libretto di Alice Goodman- Un testo molto duro, perché i protagonisti dell’opera parlano come noi, pronunciano discorsi politici attualissimi».
Perché affidare un testo del genere a Luca Guadagnino?
«Da tempo volevo lavorare con lui. Conosco il suo amore per l’opera ed ero sicuro che il suo approccio sarebbe stato da regista di opera e non da registra cinematografico che porta in teatro il suo modo di lavorare per il grande schermo, cosa che non funziona quasi mai nella lirica. È stato Guadagnino a propormi questo titolo e ho accettato subito con grande entusiasmo perché Adams fa quello che l’opera ha sempre fatto, raccontare una storia. Anche contemporanea. Penso che il compositore, il massimo esponente del minimalismo americano nell’opera, tra cinquant’anni entrerà stabilmente nel repertorio dei teatri d’opera, a differenza di altri suoi colleghi destinati a non lasciare traccia».
Una dichiarazione programmatica per la sua sovrintendenza? Quale la sua idea del Maggio?
«Ho detto sì al Maggio perché è un teatro che ho frequentato sin da quando ero ragazzo. E perché penso che insieme al Teatro alla Scala abbia un respiro internazionale da coltivare e rilanciare. E questo per quell’aspetto unico, che mi ha affascinato sin da giovane, di voler puntare sul contemporaneo. Che non vuol dire solo mettere in cartellone titoli nuovi, prime assolute, ma affidare la rilettura della tradizione ad artisti contemporanei. Per dire che la tradizione è nel futuro. Questa la mia idea di un festival che un tempo era circoscritto al Maggio, ma che ora abbraccia tutta la stagione».
Che Maggio ha trovato quando è stato chiamato alla sovrintendenza dopo il periodo di commissariamento seguito alla gestione di Alexander Pereira?
«Ho trovato un Maggio artisticamente di altissimo livello. Con orchestra e coro anche meglio di ciò che immaginavo. Gli artisti fiorentini sono sempre stati un’eccellenza, ma si sa che le vicende amministrative possono anche avere ricadute sulla qualità. Al Maggio non è successo, nonostante negli ultimi vent’anni si sia stati costretti a più di un commissariamento. Il livello eccellente di orchestra e coro mi permette di chiamare sul podio grandi maestri. E l’eccellenza artistica ha un corrispettivo nelle grandi professionalità tecniche e amministrative: arrivando a Firenze non mi sono portato collaboratori, ma ho scelto di affidarmi a chi è qui da tempo. Il Maggio ha un suo punto di forza nel teatro dove c’è una sala grande, un auditorium, dove la cavea consente di realizzare spettacoli all’aperto».
Qualcuno dice che è anche troppo per una città come Firenze…
«Se dovessimo pensare di rivolgerci solo ai 360mila abitanti di Firenze, certo potrebbe apparire sovradimensionato. Ma il Maggio ha come interlocutore tanto il pubblico fiorentino quanto la platea internazionale alla quale da sempre si rivolge. E quello che facciamo deve avere una proiezione che va oltre la città. E possiamo farlo grazie alle eccellenze che abbiamo».
E i bilanci? Occorre sempre fare i conti con l’aspetto economico.
«Sono arrivato con i conti risanati, un bilancio in pareggio grazie ai soci che hanno ripianato i debiti. Dopo averlo già fatto con il bilancio 2024, chiudiamo anche i conti del 2025 in attivo di un milione di euro. L’ultima stagione ha visto un incremento di due milioni di euro dalla biglietteria. Questo ci consente di lavorare tranquillamente. La sfida, certo, è quella di fare un grande programma che sia sempre e comunque sostenibile economicamente».
Dal prossimo anno, dopo una breve parentesi, torna Daniele Gatti.
«Dal 2027 sarà lui la spina dorsale dei nostri programmi. Come direttore musicale dirigerà tre opere a stagione più diversi concerti sinfonici. Oggi è uno dei più grandi musicisti a livello internazionale e averlo a Firenze fa parte di quell’apertura mondiale che il Maggio deve tornare ad avere. Penso che il Maggio abbia il compito di presentare sempre qualcosa di nuovo e qualcosa di non ancora visto. In questo senso vanno le coproduzioni internazionali con spettacoli che a Firenze si vedono in prima italiana».
Il Maggio ha anche un’Accademia che si rivolge ad artisti e tecnici di domani. Come si costruiscono gli artisti, ma anche il pubblico del futuro?
«L’Accademia è una macchina che funziona molto bene, offrendo un alto livello artistico. È un grande aiuto e al contempo una risorsa perché attira l’interesse internazionale di mecenati che vogliono sostenere i giovani artisti. Il vivaio che nel calcio si sono dimenticato di coltivare, come ha dimostrato la recente esclusione dai Mondiali, nell’opera e nella musica funziona benissimo».
Nella foto @Michele Monasta il sovrintendentre del Teatro del Maggio Carlo Fuortes
Intervista pubblicata su Avvenire del 19 aprile