A Milano con i Pomeriggi musicali ecco Marina l’opera di Giordano che non si era mai ascoltata

Prima mondiale del melodramma del compositore pugliese scritto a 20 anni per il concorso Sonzogno e ritrovato a Yale Eleonora Buratto e Freddie De Tommaso diretti da Milletarì

Nessuno l’aveva mai ascoltata. Dunque non la si poteva suonare, cantare, dirigere meglio di così – o forse sì, per ora non si può dire. Marina, così come la si è ascoltata – suonata, cantata e diretta – al Teatro Dal Verme di Milano è da oggi un punto di riferimento. Perché fa storia. Fa storia la prima assoluta dell’opera che Umberto Giordano presentò al Concorso Sonzogno, indetto dalla casa musicale sulle colonne del Teatro illustrato nel 1888, quello che vide trionfare Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni. Non si era mai ascoltata perché, nonostante una menzione della giuria, il melodramma in un atto su libretto di Enrico Golosciani, non salì sul podio dei migliori tre. E finì nel dimenticatoio. Si sapeva della sua esistenza, certo. Ma si pensava fosse andata persa. Fino a che, per caso, Andreas Gies l’ha trovata nel catalogo della Koch collection custodita presso la presso la Beinecke rare book and manuscript library di Yale.

Inutile negarlo. Ti passa per la testa la frase che si dice in questi casi… «se sarà finita nel dimenticatoio un motivo ci sarà». Eppure non mancano i motivi di interesse in questa riscoperta che i Pomeriggi musicali di Milano, in collaborazione con l’Edizione nazionale delle opere di Umberto Giordano e con la Libreria musicale italiana, hanno presentato in forma di concerto con Vincenzo Milletarì sul podio e le voci di Eleonora Buratto e Freddie De Tommaso. I Pomeriggi hanno fatto le cose in grande (schierato sul palco anche il coro del Petruzzelli di Bari) per questa prima, ripresa dalla Decca di Londra che pubblicherà poi il disco.

Testimonianza preziosa. Aveva vent’anni ed era ancora studente in Conservatorio a Napoli Giordano quando partecipò al concorso con Marina. E si sente nella partitura che appare come un riuscito (e di alta fattura) esercizio, scritta “alla maniera di…”, “nello stile di…”. Perché, più che gli indizi di quello che il compositore pugliese scriverà poi – certo, qualche accenno allo Chenier (spunta il solo del violoncello della Mamma morta) c’è, così qualche atmosfera alla Fedora – si sentono echi dei compositori (e delle opere) che al tempo circolavano. Così ci sono scene pucciniane, squarci verdiani (dell’ultimo Verdi), qualche introduzione donizettiana. Senza dubbio atmosfere veriste per raccontare di Marina che salva un uomo ferito, Giorgio, se ne innamora a prima vista, ma scopre che è un nemico (il libretto dice epoca della guerra serbo-montenegrina) perché è il figlio dell’uomo che le ha ucciso il padre – morto, il padre di Giorgio, per mano del promesso sposo di Marina, Lambro. Un nemico che deve morire, sentenzia il fratello di lei, Daniele. Marina tenta però di salvarlo, ma Giorgio viene colpito a morte da Lambro che, scoperto il tradimento, uccide pure Marina.

Storia di sangue raccontata da Giordano con una scrittura musicale dove si condensa – il tutto dura un’ora secca – l’essenza del melodramma ottocentesco, arie, recitativi, duetti e concertati. Impossibile non pensare all’Otello verdiano nel roboante incipit o non andare con la mente al Ballo in maschera ascoltando il duetto che precede il tragico e repentino finale. Echi che Milletarì e i Pomeriggi (che oltre a tanta sinfonica, frequentano l’opera in buca nel Circuito lirico lombardo) sbalzano con gusto e precisione. Più citazioni che anticipazioni di un futuro che verrà in questa Marina che in gran parte, rielaborata, rimaneggiata, finirà nella prima (ma da oggi seconda) opera di Giordano, Mala vita.

Opera di voci Marina. Non così definite, certo, perché il ruolo di soprano è perennemente in bilico tra lirico e drammatico ed Eleonora Buratto, con la sua intelligenza di interprete, ne viene a capo con passione e precisione, disegnando il ritratto di una doma umanissima e vera (non verista, perché non c’è un eccesso, non c’è una sottolineatura marcata nella sua lettura). Tenore eroico, ma non solo, Giorgio, disegnato da Freddie De Tommaso con la sua voce di lama e di velluto. Interprete, il baritono britannico di origine pugliese (come Giordano) che convince con una tecnica solidissima e con un’interpretazione capace, anche in forma di concerto, di tirare l’ascoltatore dentro il racconto.

Con loro Mihai Damian, Lambro dalla voce svettante e avvolgente, e Nicolas Mogg, tormentato Daniele che alla fine – come Canio nei Pagliacci o come la donna che in Cavalleria annuncia che «hanno ammazzato compare Turiddu» – piange la «suora mia». Libretto (ricostruito attingendo alla partitura dallo stesso Gies) melodrammatico, patriottico, ma meno verista, almeno questa è l’impressione al primo scolto (forse anche per la musica che lo avvolge) di altri drammi che verranno poi.

«O suora mia». L’ultima parola di un dramma fulminante. Che arriva in fondo a una corsa a perdifiato nel sentimento. Racconto breve che cattura anche nelle sue (molte) ingenuità, nelle sue cose (diverse) meno riuscite, nella sua artigianalità manierista che a tratti fa sorridere. Primi passi di un autore – certo, il confronto con il Puccini delle (compiute e innovative) Villi di esordio rischia di essere impietoso – che regalerà poi pagine che restano ancora oggi… restavano forse molto di più qualche anno fa quando gli Chenier, le Fedore erano spesso in cartellone… amate e conosciutissime e reclamate a gran voce dagli appassionati. Futuro, futuro di un passato prossimo, da prevedere anche per la ritrovata Marina?

Nelle foto @Lorenza Daverio Marina al Teatro Dal Verme