Al Regio di Torino l’opera di Rossini con Vasilisa Berzhanskaya ambientata dalla regista Manu Lalli nella reggia piemontese Folgiani sul podio, in scena Roberto De Candia e Carlo Lepore
Natale arriva già a novembre. E certe volte, nelle luminarie e nelle vetrine, anche prima. Ugualmente Carnevale si affaccia nei banconi dei supermercati e nei negozi di gadget subito dopo l’Epifania. Così il 6 gennaio non si porta via nessuna festa. Stagione di carnevale, dunque. Come si usava un tempo. Anche all’opera. E il Teatro Regio di Torino, con il garbo e l’intelligenza che da sempre lo contraddistingue (cambiano i sovrintendenti, ma nella scatola anni Settanta della sala che si affaccia su Piazza Castello resta sempre quell’atmosfera unica), segue il calendario. E per questo gennaio inoltrato, che getta già stelle filanti sul carnevale prossimo venturo, mette in scena – sotto una pioggia di coriandoli argentati – una rossiniana Cenerentola.
Spettacolo in arrivo dal Maggio musicale fiorentino, ma tanto torinese. Impossibile non pensare alla Reggia di Venaria vedendo la fuga prospettica che nel finale fa da cornice al ballo di Angelina con il principe Ramiro. Suggestione alla Disney. E tutto lo spettacolo della regista Manu Lalli ha questo sapore (scene di Roberta Lazzeri, costumi di Gianna Poli). C’è la zucca che si trasforma in carrozza, c’è la Fata madrina – nella rilettura della fiaba di Rossini, lo sappiamo, è Alidoro – che confeziona su misura a Cenerentola il vestito per il ballo… ci sono i coriandoli argentati, folate di magia che la regista dissemina lungo uno spettacolo che parte con qualche idea – Cenerentola è una lettrice accanita, sogna attraverso le storie che legge nei libri… e i libri diventano la freccia di Cupido che la fa innamorare del Principe… quando lei canta Ah ci lascio proprio il core, questo cor più mio non è… consegna a don Ramiro un libro. Intuizione che resta poi, però, sospesa in aria, per fare posto alla favola e ai suoi codici, con tanto di ballerine/fate che contrappuntano in ogni momento l’azione – nel rondò finale anche troppo, con il loro passaggio in platea.
A catturare occhi e orecchie c’è Vasilisa Berzhanskaya – voce unica, eccelsa nel registro di mezzosoprano, vertiginosa in quelli di soprano (prossimo impegno Norma nei panni di Norma a Parma). Voce unica, pirotecnica, avvolgente nei centri e nei gravi, luminosa nella salita in alto, la Berzhanskaya mette ogni nota al servizio del racconto. Come fa Roberto De Candia, artista di rara intelligenza musicale che il baritono unisce a una presenza scenica misuratissima e sempre sul testo. Non c’è un accento fuori posto nel suo Dandini, non un gesto, non una nota sono sopra le righe (e il rischio è dietro l’angolo). Teatro. Come quello che mette in campo Carlo Lepore, che canta don Magnifico da trent’anni… e non c’è nulla da aggiungere.
Il Ramiro di Nico Darmanin è quello che ti aspetti, squillo e cuore. Maharram Huseynov è Alidoro, per il quale (giustamente) Antonino Fogliani sceglie il La del ciel nell’arcano profondo in versione integrale. Un Rossini dal passo teatrale efficace quello di Fogliani che, sul podio di orchestra e coro del Regio, restituisce Cenerentola nella sua perfetta e compiuta bellezza, scrigno di tradizione, ma anche fucina di sperimentazione linguistica che ogni volta sorprende.
Articolo pubblicato in parte su Avvenire del 25 gennaio 2026