Il direttore e l’Orchestra Cherubini nel penitenziario milanese con gli strumenti realizzati con il legno dei barconi dei migranti Vivaldi e Verdi con il coro dei detenuti canta il Va’ pensiero «Grande spiritualità e anime che dicono la sete di bellezza»
Lacrime scorrono sui volti dei detenuti del carcere di Opera. Sgorgano, timide, a stento trattenute e celate dietro chiome di capelli sfuggiti a un elastico, sgorgano da occhi che hanno impresso indelebilmente l’orrore e il dolore che hanno provocato. La condanna più atroce. Con-Vivere con l’orrore e il dolore che si è provocato. Non importa quale sia. Eppure c’è chi vorrebbe… buttare via la chiave. Non lo concepisci entrando qui. «I magistrati assolvono o condannano. Noi non dobbiamo giudicare. Solo stare vicino» dice Riccardo Muti. Un farsi prossimo evangelico… «ero carcerato e siete venuti a visitarmi». Un gesto evangelico, quello del direttore d’orchestra, che arriva in chiusura del Giubileo (un tempo sinonimo di un gesto di clemenza… oggi invocato invano), il Giubileo della speranza voluto da Papa Francesco e chiuso da Papa Leone. «Ero carcerato e siete venuti a visitarmi». Le opere di misericordia di un tempo. Legge non scritta, più che mai necessaria oggi. Con-Vivere con l’orrore e il dolore che si è provocato. Non importa quale sia. Una condanna che pesa. Forse più di qualsiasi sentenza. Lo capisci guardando negli occhi chi ti siede accanto. Polizia penitenziaria tutta intorno, a presidiare le porte. Ma sulle poltrone di un blu un po’ smunto del teatro del carcere, intitolato nell’occasione a don Luigi Pedrollo, non ci sono barriere. Detenuti insieme a chi ha voluto lasciarsi il mondo alle spalle – il telefonino, ogni dispositivo elettronico, deve essere lasciato in un armadietto di ferro, prima di attraversare il doppio metal detector – e vivere questa tappa fuori programma de Le vie dell’amicizia di Ravennafestival – perché anche questo, tra un fuori e un dentro con il filo spinato a ingabbiare il cielo, è un ponte di fratellanza.
Lacrime. Solchi su un viso che non sorride. Non riesce (più) a farlo. Anche se la musica, quella di Antonio Vivaldi, leggera, volante, invita a farlo. Musica che sgorga da «legni di morte che grazie al vostro lavoro ora risuonano di vita». Riccardo Muti, informale, scarpe comode, niente frac, ma una semplice giacca sopra un cardigan, è nel carcere milanese di Opera. Lontano dalle luci di teatri e sale da concerto. Nessuna locandina. Nessuna pubblicità per un concerto comparso all’improvviso – pensato da tempo e preparato in pochi giorni «grazia alla grande disponibilità di chi è qui, tra queste mura ogni giorno». Uomo, Muti, prima che musicista. Uomo che guarda negli occhi la sofferenza e il desiderio di redenzione di chi «pur avendo commesso crimini, alcuni anche efferati, ha un’anima nella quale si nasconde una tensione ad abbracciare il bello». In tanti gli stringono la mano. Lui sorride. Incoraggia. Poi fa «quello che so fare. Dirigere. Perché chi non sa cantare dirige. Chi non sa suonare dirige. Ci vuole poco, ve lo insegno in cinque minuti: uno due, tre e quattro… agitate le mani in aria e qualcosa in orchestra succederà. E chi non sa dirigere… fa il politico» scherza il maestro prima di salire sul podio.
Antonio Vivaldi. Concerto in la maggiore per archi e cembalo. Sul leggio. Un ascolto attentissimo. Non un applauso tra un movimento e l’altro. «In tanti teatri blasonati succede regolarmente». Sguardi protesi verso l’orchestra. Occhi fissi. Una musica che sgorga dagli strumenti dell’Orchestra del mare. Nata qui. Tra le mura del carcere. Nel laboratorio di liuteria voluto dalla Casa delle arti e dello spirito. Dalla sua anima instancabile, Arnoldo Mosca Mondadori. Quindici violini, «il primo fu benedetto da Papa Francesco», cinque viole, cinque violoncelli, un contrabbasso. «E un clavicembalo, che oggi suona per la prima volta. Strumenti che avete costruito voi, con le vostre mani, dando una nuova vita al legno dei barconi dei migranti approdati a Lampedusa» dice Muti, commosso, dando le spalle alla sua Orchestra giovanile Luigi Cherubini. I musicisti imbracciano gli strumenti del mare. Colorati. «Ma costruiti benissimo, con un’arte che è quella dei grandi liutai italiani, Stradivari, Guarnieri, Guadagnini. Fatti per far risuonare le note di musicisti esigenti come Antonio Vivaldi e Giuseppe Verdi».
Suono italiano. Nella Sinfonia dal Nabucco verdiano. A un certo punto il flauto accenna il tema del Va’ pensiero. Qualcuno sorride. Il coro è pronto per cantarlo. Il coro La Nave di San Vittore, formazione (direttore e animatore entusiasta Paolo Foschini, stupito e grato nel vedere Muti «farsi nostro compagno, musicista tra musicisti amatoriali, pur restando il maestro») dove cantano insieme detenuti e volontari dell’associazione Amici della nave e al quale per l’occasione si sono uniti Ex scaligeri di buona volontà – «l’umanità del maestro Muti è unica. Manca tanto oggi in teatro» dicono a una sola voce soprani e tenori. Suono italiano nel Verdi di Nabucco. «Legni di morte sono diventati legni che vibrano di vita. I legni dei barconi che hanno portato gente che fuggiva dalla fame, dalla miseria e dalla dittatura per cercare qui libertà e democrazia… qualcuno ce l’ha fatta, qualcuno è morto nella traversata». Qualcuno forse che ha cercato un futuro migliore attraversando il mare, oggi è qui, a Opera. Caduto, ma pronto a rialzarsi. «È qualcosa di miracoloso, che dovrebbe essere un segnale per un mondo che va a rotoli» contrappunta Muti. Spiega che «la musica è fatta di strumenti che suonano parti diverse, ma che tendono ad essere complementari, non a contraddirsi. La musica è un dialogo di parti diverse che tendono all’armonia. La politica, in questo senso, dovrebbe prendere esempio dalla musica».
In prima fila il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, Elena Buscemi, presidente del consiglio comunale di Milano. Più defilato don Antonio Mazzi, novantasei anni, ma gli occhi vispi di sempre. E c’è anche Achille Lauro. «Buona fortuna! Forza!» dice ai detenuti che si sono accorti di lui. È un attimo. «Ave Maria piena di grazia eletta fra le spose e le vergini sei tu. Sia benedetto il frutto, o benedetta, di tue materne viscere Gesù». L’Ave Maria dell’Otello – ancora Verdi, sempre Verdi – intensa con Rosa Feola, la voce incrinata dall’emozione sulle prime parole, poi luce che apre uno squarcio di paradiso. L’Ave Maria più umana, più terrena… «prega per noi… prega per noi…» la richiesta accorata. Il silenzio che avvolge il teatro si fa preghiera. «Questo è un luogo dove ciò che è stato causa negativa, attraverso la musica e altre forme di arte, può tramutarsi… anzi si sta tramutando in qualcosa di positivo. Mi porterò a casa questo insegnamento prezioso, ricordo di un incontro, quello con voi, che mi ha arricchito nel profondo» dice Muti che poi si siede in prima fila, accanto alla moglie Cristina.
Letture, testimonianze, poesie… Alcuni detenuti salgono sul palco. Si prendono il podio. Chi scrive una lettera al proprio figlio che non vede da vent’anni… «ora combatti sul ring, spero di poter avere un incontro con te, il più importante della mia vita… e di vincerlo insieme…». Chi una poesia per la propria moglie, morta dopo 48 anni di matrimonio… «una stella che brilla su me…». Chi racconta la sua notte…. O meglio, il suo «giorno lunare. Spilli che si conficcano nelle tempie…». Chi mette nero su bianco ciò che il carcere gli ha lasciato sulla pelle…. Chi il suo percorso di riscatto, con un lavoro oggi fuori dalla cella grazie all’articolo 21, nella liuteria fuori dal carcere dopo aver imparato il mestiere nel laboratorio interno… Chi richiamando l’evangelica pietra scartata dai costruttori paragona il legno dei barconi, scartato e cavalcato da scartati, ai detenuti… la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo…
Muti si siede al pianoforte. Gli si avvicina Mirto, che prima di finire in carcere studiava canto al Conservatorio di Milano. Intona l’Ave Maria di Gounod, «una preghiera che il compositore scrisse come un calco sul primo preludio del Clavicembalo ben temperato di Bach…» il più spirituale dei compositori. «Ave Maria… gratia plena…» la voce di Mirto sale in alto. Vette inarrivabili. «Hai un talento che ti ha dato Dio. Devi coltivarlo. Promettimi che prenderai lezioni di canto. Io farò di tutto per trovarti un insegnante e di tanto in tanto verrò a trovarti per vedere se fai progressi» la promessa di Muti. Lacrime sul volto di Mirto. Occhi che guardano lontano. Nei quali immagini ci sai ancora impresso il male che ha causato. E che ora sta pagando. Anche con il grande rimpianto di aver dovuto mettere da parte la sua passione per la musica… «Non cantava da quattro anni, ha aperto bocca e ha incantato tutti. Voce da sopranista – spiega Muti alla platea – capace di salire a vette che non penseremmo per un uomo» Gesto di coraggio quello di far risuonare una voce tanto delicata ed eterea in un carcere solo maschile.
«Tutti voi che siete saliti sul palco avete dimostrato una creatività, una poesia, una bellezza che mi piacerebbe uscisse di qui. Il modo in cui cantate dice un’anima che cerca pace, bellezza e armonia. Vi auguro che possiate raggiungerlo perché ve lo meritate» dice il maestro risalendo sul podio. È il momento del Va’ pensiero. «Largo, a una voce sola… mesto. È il canto di un popolo in esilio che spera di tornare alla propria terra, esuli che invocano il ritorno a casa» ricorda Muti. «Qualcuno lo voleva come inno nazionale. Ma vi immaginate i calciatori che invece di una marcia cantano Va pensieeero sul’aaali dooraaateee… prima di una partita?» scherza Muti, tonando subito serio. «Questo coro racchiude tutti i sentimenti che abbiamo condiviso questa sera. Pensando agli ebrei esuli a Babilonia, lo dedico a tutti voi che non avete ora la libertà che cantando esprimete e che, sono sicuro, nel futuro raggiungerete».
O mia patria sì bella e perduta… o membranza sì cara e fatal. Il pensiero va… a una patria bella e perduta mentre risuona ancora una volta il più popolare dei cori di Verdi. Ti affiora sulle labbra. «Disperazione capace di farsi speranza» dice Muti, uscendo dalla sala, dove gli applausi lo hanno sommerso. «Ho avvertito una spiritualità intensa, che raramente ho percepito fuori, nel mondo… Ho visto anime meraviglioso. In ognuna delle persone che ho incontrato ho trovato un enorme umanità, un potenziale incredibile che dice come ci sia un lavoro interiore enorme nelle lunghe giornate che sembrano non passare mai». Nel carcere milanese hanno ridipinto di bianco le pareti dei corridoi. Ma la semplicità, l’austerità di un luogo di detenzione, la senti addosso. Nei bracci, lunghi e infiniti, degli edifici che si snodano tra giardini ben curati – su un’aiuola, adagiati quasi a riposare, i barconi colorati arrivati da Lampedusa. Si esce. Si fa il percorso a ritroso. Ma qualcosa resta là. «Credo che questo momento rimarrà indelebile in me per il resto della mia vita. Torno a casa arricchito nella mia esperienza di musicista e di uomo» dice, quasi sottovoce, come lo dicesse a se stesso, Muti. Il filo spinato è sempre lì a ingabbiare il cielo. Il cielo terso e freddo di questo inizio 2026. Termometro sotto zero. Eppure il calore ti avvolge. Ti scalda l’anima. Anche i detenuti escono in fila. Qualcuno sussurra ancora le parole del Va’ pensiero. Tornano nelle proprie celle. Qualcuno ri-prova a sorridere. Eppure c’è chi vorrebbe… buttare via la chiave. Non lo concepisci entrando qui. Non puoi tollerarlo tornando nel mondo.
Nelle foto @Marco Borrelli il concerto di Riccardo Muti a Opera