Fantin, le mie scenografie come personaggi Legno e argento liquido per Lohengrin a Roma

Il dramma di Wagner apre la stagione del Teatro dell’Opera Regia di Damiamo Michieletto: lavoriamo insieme da vent’anni Insieme anche per l’apertura delle Olimpiadi invernali 2026

C’è un personaggio in più sul palco del Teatro dell’Opera di Roma. Uno in più rispetto a quelli indicati nel libretto di Richard Wagner. «È la scenografia. Perché la penso sempre così, come un personaggio dell’opera alla quale lavoro». Paolo Fantin firma le scene di Lohengrin di Richard Wagner – il compositore tedesco ha scritto parole e musica della sua opera romantica in tre atti ispirata al poema medievale Parzival di Wilfram von Eschenbach. Lohengrin che il 27 novembre inaugura la nuova stagione del Teatro dell’Opera di Roma. Sipario alle 17 (l’opera dura quattro ore e mezza), diretta su Radio3 e differita, dalle 22, su Rai5. Sul podio il direttore musicale Michele Mariotti al suo primo Wagner. E primo Wagner anche per il tenore Dmitry Korchak, protagonista nei panni del cavaliere del Graal, figlio di Parsifal, che arriva su una barca trainata da un cigno – «ma nona aspettatevi di vederlo in scena» avverte Fantin – per salvare e sposare (perché il Lohengrin contiene la celeberrima e malinconica Marcia nuziale) Elsa, interpretata da Jennifer Holloway – poi Clive Bayley è Heinrich der Vogler, Tómas Tómasson è Friedrich von Telramund ed Ekaterina Gubanova è Ortrud. Primo Wagner anche per il regista Damiano Michieletto. «E questo spettacolo segna i vent’anni della nostra collaborazione» racconta Fantin, classe 1981, veneto di Castelfranco. Un team affiatato con Carla Teti che disegna i costumi e Alessandro Carletti che cura le luci. Scenografo dal segno riconoscibilissimo e sempre drammaturgico Fantin. Che di recente ha vinto l’Opera Awards 2025 e che il 6 febbraio firmerà le scenografie della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio milanese di San Siro. «Naturalmente – sorride Fantin – sempre al fianco di Michieletto che è il direttore creativo dell’evento».

Torniamo, Paolo Fanti, al personaggio in più, a quello non presente nel libretto, ma che stasera vedremo sul palco: la sua scenografia.

«Penso sempre alla scena come se fosse un personaggio, cercando di rendere tridimensionale una sensazione, per tirare fuori mondi che sono dentro di noi e che possono essere visualizzati proprio come un personaggio. Per questo non faccio mai cambi di scena, la mia scenografia è fondamentalmente una scenografia unica che si trasforma, si modifica nel corso dell’opera, proprio come succede ai personaggi in scena».

Come racconta per immagini il personaggio in più di  Lohengrin? E quali simboli si vedranno in scena?

«Quando lavoro a un’opera metto sempre in atto una tecnica che uso innanzitutto per me e che è quella di dare un titolo agli stati d’animo che la lettura del libretto e l’ascolto della musica mi comunicano. E cercando poi di dare una forma a questi stati d’animo. Per Lohengrin ho dato un titolo ad ogni atto. Per il primo atto è Accusa. Quella rivolta al Elsa, accusata di aver ucciso il fratello Goffredo. Ho progettato un grande spazio di legno giallo, una grande curva che è un tribunale, ma anche una barricata perché con Damiano Michieletto raccontiamo una società isolata dal mondo. Il legno è una materia umana e il giallo è il colore per raccontare la colpa. Il secondo atto è Dubbio. Ortrud e Telramund hanno un delirio di vendetta nei confronti di Elsa. Ho ideato una grande incubatrice con dentro un uovo nero. È l’origine, il guscio che raccoglie la vita. Elsa non dovrà chiedere mai chi è e da dove arriva il suo salvatore e sposo e questa è la vertigine dell’unione tra umano e divino, che ci interroga sempre su chi siamo».

Che è poi la grande attualità dell’opera wagneriana.

«Come accaduto con Il nome della rosa di Francesco Filidei che abbiamo messo in scena in primavera al Teatro alla Scala., anche Lohengrin ci offre un grande immaginario, quello del medioevo che noi abbiamo abitato portandolo vicino al nostro linguaggio con elementi contemporanei che ci sono familiari. L’attualità di quest’opera è proprio nella domanda di Elsa, nel bisogno di sicurezza che abbiamo nel chiedere, nell’urgenza dei grandi interrogativi della vita, nella necessità di sapere, comprendendo ciò che è altro da noi, chi siamo».

Ci siamo fermati al secondo atto. Manca la conclusione, quando Lohengrin si rivela per chi è: In fernen Land… Lohengrin genannt.

«Il terzo atto è Trasfigurazione. La curva umana di legno piano piano si frantuma e Lohengrin diventa argento liquido, una materia che non riesci ad afferrare. Argento e non oro che è il metallo divino. Argento che è l’unico metallo che è in grado di far vedere il riflesso dell’oro divino. L’argento liquido trasfigura tutto lo spazio che non ha più forma. È luminoso perché riflette la luce dell’oro, ha un suo fascino, ma è anche inquietante. Così quando Elsa fa la domanda a Lohengrin su chi sia l’uovo si spacca, diventa nero ed Elsa diventa cieca. La troppa luce le toglie la vista. E potrà riconoscere il fratello Goffredo solo al tatto. Il bimbo giocherà con una corona e una spada che Lohengrin prenderà da una vasca da bagno, quella che è apparsa all’inizio, nel prologo, continuamente traboccante di acqua nella quale Elsa ha rinvenuto i vestiti del fratello, pensando di averlo ucciso. Ecco la colpa. Un’acqua che non si riesce ad asciugare. Così si chiude in un cerchio. Un cerchio narrativo, ma anche un cerchio di immagini, fatto di cerchi concentrici come quelli dell’acqua. Che si frantumano quando Elsa pone la domanda che non avrebbe dovuto porre, ma che è una domanda umanissima che tutti noi avremmo fatto».

Come è il lavoro di uno scenografo? Autonomo o legato a doppio filo alle idee del regista?

«Io e Damiano siamo un team creativo, insieme a tutti gli altri collaboratori. E come un team lavoriamo. Non facciamo ciascuno il nostro lavoro e poi ci incontriamo sul palco per vedere come va. Si progetta tutto insieme dall’inizio e ognuno può entrare nella materia dell’altro. E questo non è un problema, è anzi una risorsa per tutti».

E ha mai pensato a una regia sua?

«Me lo hanno proposto diverse volte, ma ho sempre detto di no, ho capito che non fa per me. A me piace lavorare con lo spazio, con la materia e con i pensieri».

Paolo Fantin

Artigianato o tecnologia? Com’è cambiato il lavoro dello scenografo?

«È molto cambiato e io sono a favore dell’uso della tecnologia perché offre grandi possibilità sia sotto l’aspetto tecnico che sotto quello dell’uso dei materiali. Ma il mio è un lavoro fondamentalmente artigianale perché noi lavoriamo su prototipi, non su manufatti artistici, ma poi vediamo la nostra scenografia sul palco e dobbiamo provare e riprovare, sperimentare per capire se quello che abbiamo immaginato in scena funziona. La scenografia è ricerca continua».

Vent’anni di collaborazione, ma come è nato il rapporto con Damiano Michieletto?

«È nato all’Accademia di belle arti a Venezia, dove lui teneva un corso di regia. Io però non ho frequentato il suo corso perché avevo già dato quell’esame. Damiano ha esposto un bando per un concorso per mettere in scena Le nozze di Figaro a Graz Mi sono candidato mostrandogli i miei lavori che gli sono piaciuti,. E così è iniziata la nostra collaborazione che continua ancora oggi».

E invece da dove arriva la sua passione per la scenografia?

«Già le scuole medie ero affascinato dall’arte. Non avevo però le idee chiare e non pensavo al teatro anche perché nessuno in famiglia proviene da questo mondo. Il mio primo sogno, che è ancora attuale è quello di essere un interior design tanto è vero che la mia casa me la sono progettata tutta da solo. Mi sono iscritto ad Architettura, ma già il primo giorno ho capito che non era il mio posto così ho cambiato subito e sono andato in Accademia dove si poteva scegliere tra vari ambiti. Ho voluto conoscerli e ho iniziato dal teatro andando alla Fenice ad assistere al Midsummer night’s dream di Britten restando folgorato e capendo che era quello ciò che volevo fare».

Qualche settimana fa ha vinto l’Opera Awards 2025. Cosa sono i premi per un artista?

«Sicuramente fonte di grande energia per proseguire nel lavoro. Poi un riconoscimento internazionale come questo ti fa percepire che il mondo in cui sei immerso ogni giorno viene capito. Spesso mi capita che le persone diano interpretazioni delle mie scenografie alle quali magari non avevo pensato. Questo vuol dire che hanno toccato corde dell’anima e aperto mondi. Un bellissimo premio anche questo».

Il 6 febbraio la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio di San Siro.

«Era un mio piccolo grande sogno. E si è avverato. Mi piace sempre lavorare negli spazi aperti e farli dialogare con quello che disegno e con il mondo che racconto, l’ho fatto a Caracalla, lo farò la prossima estate a Bregenz per una Traviata. Naturalmente lavorare in uno stadio è molto diverso che lavorare in teatro, tutto è amplificato e a maggior ragione ogni segno che metti devi pensarlo bene perché è un messaggio che deve raccontare qualcosa. Una cerimonia che si vedrà in tutto il mondo. E, come un atleta, sento l’impegno e l’onore di rappresentare l’Italia».

Nella foto @Fanrizio Sansoni Lohengrin al Teatro dell’Opera di Roma

Intervista pubblicata in gran parte su Avvenire del 27 novembre 2025