Petti, da pallanuotista a maratoneta per Verdi

Tre ruoli verdiani in cinque giorni per il baritono di Salerno Rigoletto, Luna e Germont nella Trilogia popolare a Piacenza Sportivo, famiglia di avvocati, poi conquistato dalla lirica

Fa sempre un certo effetto sentirlo. Fa un certo effetto sentire dire da un artista che la musica è «un lavoro quotidiano». E non è solo «debutto, recita, recensione…» e quanto altro una certa narrazione di questo mondo si porta dietro. Magari tra stories e post di Instagram e TikTok. Lavoro quotidiano. «Allenamento». E a Ernesto Petti si illumina lo sguardo. Perché da ragazzino «sognavo di essere un pallanuotista». Non solo un sogno perché «ho giocato a pallanuoto in serie A2, da professionista. Ho iniziato a 13 anni e a 19 ho smesso l’attività agonistica». “Colpa” della musica. «Ho smesso per studiare canto lirico» racconta il baritono, classe 1986, nato a Salerno. Tra le più belle voci di oggi. Verdiano da sempre. Protagonista di recente una maratona verdiana, al Teatro Municipale di Piacenza. La Trilogia popolare, quella di Rigoletto, Trovatore e Traviata proposta tutta d’un fiato. «Tre Verdi in cinque giorni, con un giorno di riposo tra un titolo e l’altro» dove Petti ha vestito i panni di Rigoletto, del Conte di Luna e di Giorgio Germont, i tre ruoli da baritono dei tre titoli popolarissimo. Partenza il mercoledì, traguardo la domenica. Un solo regista, Roberto Catalano, che ha dato unità al racconto. Una sola bacchetta, Francesco Lanzillotta. «Una maratona che ho affrontato come se dovessi scalare tre montagne dai paesaggi emotivi diversissimi tra loro».

Tre personaggi verdiani in cinque giorni. Che sfida è stata per te?

«La sfida non è stata solo vocale, bensì drammaturgica. Nel giro di cinque giorni sono dovuto passare rapidamente dall’amarezza e dall’ironico livore di Rigoletto, al potere e alla gelosia del Conte di Luna del Trovatore, per poi traslare nel padre fermo e moralista di Germont nella Traviata. Un work out teatrale intenso, uno scalare tre montagne, ciascuna con contorni e paesaggi emotivi diversi. Ma è stata anche un’occasione splendida perché mi ha obbligato a mettere a fuoco le caratteristiche distintive di ciascun personaggio in modo rapido e concreto, a ritrovare in poche ore i gesti, le intenzioni, la fisicità vocale. È come cambiare pelle, ma restare se stessi. E la parte più bella, non solo di questa Trilogia, ma del mestiere del teatro in generale, è che, nonostante il ritmo serrato, ogni sera puoi essere “altro”. E questo è un privilegio e un rischio insieme».

E come hai cambiato pelle così velocemente passando da Rigoletto al Conte di Luna a Germont padre?

«Rigoletto è il giullare deformato che serve un duca cinico, e in lui convivono l’ironia, la rabbia verso un mondo che lo umilia, e comunque un amore paterno forte verso Gilda. Il libretto ci mostra un uomo che è servitore e oppresso, che deride e che soffre e alla fine la tragedia lo travolge. Dal punto di vista musicale, è un ruolo che richiede tessitura, flessibilità, una “voce interiore” tormentata che irrompe nel corso dell’opera. Il Conte di Luna del Trovatore è un aristocratico giovane, potente, attratto da Leonora, geloso di Manrico, mosso da desiderio e da risentimento. È meno complesso psicologicamente rispetto a Rigoletto, ma non per questo meno interessante: è la gelosia che lo guida, la sete di possesso, l’orgoglio ferito. Musicalmente, la sua parte è di baritono acuto, incline all’espressione di passione diretta.  

Poi c’è Germont, uno dei tanti padri verdiani.

«Germont è il padre serio, tradizionale, che chiede a Violetta un sacrificio per “onor di famiglia”. Conoscendo la gravità della situazione di Violetta, vede la realtà con occhio sociale e patriarcale: è costruttore di norme più che esploratore di sentimenti».  

A proposito, quali i sentimenti, se ce ne sono, che ti accomunano e quali quelli che ti distanziano dai personaggi che hai portato in scena?

«L’amore, o comunque un sentimento forte come l’amore. Perché Rigoletto ama, il Conte di Luna desidera, Germont ama la figlia e ama anche la reputazione della famiglia. E poi la tensione verso un ideale o verso un ruolo sociale perché tutti e tre sono “impegnati” in qualcosa che li trascende. Questo mi accomuna ai personaggi che ho portato in scena. Sono invece distantissimo dalla vendetta, come motore delle azioni di Rigoletto. Lui agisce per vendicarsi, io non credo nella vendetta, mi interessa più comprendere che punire. L’adesione di Germont a norme tradizionali e sociali mi distanzia da lui, perché oggi mi muovo forse con più fluidità rispetto a lui, più consapevole delle contraddizioni della morale sociale».

Qual è l’attualità di questi personaggi?

«Verdi racconta passioni e conflitti che non invecchiano. Rigoletto, il Conte di Luna e Germont sono tre uomini travolti da sentimenti forti: amore, gelosia, ambizione, paura di perdere ciò che amano. Cambiano le epoche, ma quelle dinamiche restano le stesse. Oggi li possiamo leggere come tre modi diversi di affrontare il potere quello personale, affettivo o sociale. E forse è proprio questo che li rende ancora vivi: parlano dell’essere umano di ogni tempo, non di un’epoca precisa».

La lirica oggi ha bisogno di queste sfide? Ha bisogno di eventi che facciano parlare e che attirino il pubblico? O dovrebbe parlare da sola, con la forza della musica e delle storie che racconta?

«La lirica ha bisogno di “fare parlare”, di mostrarsi, di scuotere, di essere visibile: i titoli celebri, le produzioni “evento”, le novità tutto questo aiuta a richiamare un pubblico che magari non è già addetto ai lavori».

Come far arrivare a chi ancora non la conosce (e non sono per forza i giovani) la lirica?

«Usare canali contemporanei (vedi social, video, brevi clip) per far conoscere momenti potenti, ma sempre riportando all’esperienza live, al vero teatro».

Oggi i social aiutano? O creano star effimere?

«Sì, i social possono aiutare, ma vanno gestiti con consapevolezza. Aiutano perché permettono di raggiungere un pubblico più vasto e diversificato. Consentono di mostrare il dietro le quinte, di far vedere la persona oltre il cantante, di far avvicinare ancora di più il pubblico alla realtà del teatro. Ma possono creare anche star effimere se l’attenzione resta solo sull’apparenza, sull’immagine e non sulla sostanza. Si costruiscono identità social su molti follower, ma resta poca la credibilità artistica. Per me è fondamentale usare i social come ponte, non come sostituto, della scena».

Come mettersi al riparo da illusioni anche in questo lavoro?

«Questo è un punto che sento molto. Mantenere un atteggiamento di lavoro quotidiano. L’opera non è solo il debutto o la recensione, è la ripetizione, la costanza, la cura della voce, del gesto, dell’intenzione. Occorre non confondere visibilità con qualità. Il fatto che uno sia molto visto non significa automaticamente che stia facendo un’arte che duri. Occorre circondarsi di persone sincere, che dicano le cose come stanno, che aiutino a crescere e non solo a “essere ammirati”. Non misurare tutto con like o recensioni, ma con quel qualcosa che succede quando un personaggio vive sul palco, quando la voce tocca, quando l’emozione resta».

Lavori con registi che mettono in campo diversi approcci… regia classica o moderna?

«Personalmente mi trovo bene con entrambi gli approcci, purché siano coerenti e motivati. Una regia classica è bella perché tiene viva la tradizione, rispetta le linee storiche, lascia respirare la musica e i cantanti. Una regia moderna è stimolante perché mette in gioco nuove letture, nuovi spazi visivi, può rendere il repertorio più accessibile ai nostri tempi. Nel caso della Trilogia popolare a Piacenza, abbiamo adottato un approccio che potrei definire moderno, ma non radicale. Abbiamo mantenuto l’anima storica dei titoli, ma con accenti visivi contemporanei (luci, transizioni, allusioni ambientali) per aiutare il pubblico a sentire che il vissuto dei personaggi può essere di qualsiasi periodo storico. In altri progetti ho sperimentato versioni più radicali, ma ogni volta guardo se la regia serve la musica, o se la sovrasta».

Chi è Verdi, per te, artista e uomo del 2025?

«Verdi è il compositore che più di ogni altro sa parlare alla gente. Ha scritto musica popolare nel senso più alto, melodie che restano nella memoria e raccontano sentimenti universali. Nel 2025 Verdi è ancora attuale perché unisce forza teatrale, chiarezza musicale e verità emotiva. È un autore che non ha bisogno di essere modernizzato per funzionare: basta metterlo in scena con intelligenza e rispetto e arriva dritto al pubblico di oggi come a quello di due secoli fa».

La musica come è arrivata nella tua vita ?

«La musica è sempre stata presente nella mia vita. Mio padre era un grande appassionato di lirica e in casa avevamo una vasta collezione di vinili. Anche mia madre, da giovane, suonava il pianoforte, perciò il pianoforte era sempre lì, nel salotto di casa. Da bambino la musica non mi aveva mai colpito davvero in profondità, anche se a volte mi divertivo a imitare i cantanti lirici. Un giorno, però, mia madre mise un vinile con Franco Corelli che cantava Di quella pira e qualcosa in me scattò. Da quel momento decisi che sarei diventato un cantante lirico. Avevo diciassette anni».

E hai detto addio alla pallanuoto…

«Sì, ho giocato a pallanuoto in serie A2, da professionista sino a 19 quando ho smesso l’attività agonistica per studiare canto lirico. Volevo fare il pallanuotista. Ed ero anche abbastanza forte, ho fatto sessioni di allenamento anche con la nazionale. Poi la musica mi ha preso. E per la musica non ho detto solo addio allo sport, ma anche alla Legge. In famiglia sono tutti avvocati e avevo pensato anch’io alla laurea in Giurisprudenza. Abbiamo antenati che nell’Ottocento erano giudici. Il mio bisnonno Raffaele è stato senatore della Repubblica e ha portato il socialismo a Salerno. Io ho provato a fare politica a Salerno, ma non fa per me. Soffro troppo di fronte alle ingiustizie».

Come la musica, allora, è diventata la tua professione? Come fai fruttare il tuo talento?

«Sono sempre stato una persona che si impegna al centodieci per cento in tutto ciò che fa. Da quando ho deciso di intraprendere questo mestiere ho cominciato a fare tutto ciò che accomuna noi cantanti lirici: mi sono sacrificato per quello che allora era solo un sogno. Sacrificarsi per la lirica significa soffrire molto, significa non parlare, non uscire, non bere, passare ore a studiare con la paura di farsi male, attraversare momenti di timore quando la voce non risponde, convivere con dubbi e frustrazioni. È qualcosa che logora la mente e che solo chi ha scelto davvero questa strada può comprendere fino in fondo».

A chi devi dire grazie nella tua professione? E c’è chi non ha creduto in te?

«Devo dire grazie alla mia famiglia che mi ha sempre dato supporto morale ed economico, permettendomi di seguire gli studi di pianoforte, partecipare alle audizioni e affrontare i primi impegni, quando i guadagni erano ancora molto limitati. All’inizio è stato uno scoraggiamento continuo, mi sentivo dire ripetutamente di lasciar perdere. Purtroppo è una realtà comune in Italia. Rispetto all’estero, dove spesso si incoraggia a seguire i propri sogni qui da noi c’è la tendenza a smorzare gli entusiasmi e, in generale, una certa invidia verso chi riesce a emergere».

Rigoletto, Luna e Germont… due padri e un figlio. Che figlio sei? E che padre sei? Di recente è nato Raffaele.

«Direi che sono un figlio profondamente riconoscente, ma anche inquieto. Ho sempre avuto un forte senso di autonomia, forse persino una certa ribellione affettuosa, quella che nasce dal desiderio di camminare con le proprie gambe pur riconoscendo quanto si deve a chi ci ha messi al mondo. Come padre mi sento un esploratore di un mondo nuovo. Da quando è nato mio figlio, a giugno, ogni cosa ha assunto un senso diverso: le priorità si sono spostate, il tempo ha cambiato ritmo e io con lui. È stata una rivelazione, una luce improvvisa che ha rimesso tutto al proprio posto. Oggi cerco di essere un padre presente e curioso, attento a ogni piccolo segnale, a ogni scoperta. Spero di riuscire a esserlo sempre, anche quando la vita e il nostro mestiere cercheranno di portarmi altrove».

Anche tua moglie Lorrie Garcia è cantante, aiuta condividere passione e professione? Per Raffaele sognate un futuro nella musica?

«Condividere la stessa passione e la stessa professione è sicuramente un grande aiuto: ci capiamo profondamente, anche nei silenzi, nei momenti di fatica o di attesa. Sappiamo cosa significa vivere di musica, con tutte le sue gioie e le sue incognite, e questo crea un legame speciale. Per nostro figlio, però, non abbiamo sogni “indirizzati”: desideriamo soltanto che sia felice e che possa seguire ciò che davvero ama, qualunque cosa sia. Se un giorno sceglierà la musica saremo felici di accompagnarlo in quel percorso, se invece prenderà un’altra strada saremo i primi a sostenerlo con lo stesso entusiasmo».

Nella vita a chi devi dire grazie?

«Dico grazie a me stesso, perché ogni passo che ho fatto, anche quelli incerti, l’ho affrontato con passione, impegno e dedizione. Ho imparato che la gratitudine verso di sé è fondamentale: riconoscere il proprio cammino, la forza con cui si affrontano le difficoltà e la capacità di non arrendersi. È un modo per onorare tutto ciò che ho costruito, senza dimenticare che ogni conquista nasce da un atto di fiducia in se stessi».

Prossimi programmi, prossime sfide?

«Prossimamente mi aspettano diverse sfide entusiasmanti. Debutterò come Amonasro a Siviglia, poi sarò alla Scala di Milano per Faust e vivrò il mio primo debutto americano, a Los Angeles, con Falstaff nel ruolo di Ford».

Nelle foto @Francesco Paglietta Ernesto Petti