Roma, cavalca nel tempo la Valchiria di Harding

Con l’opera di Wagner che inaugura la stagione di Santa Cecilia via a nuovo Ring assente dalle scene della Capitale dal 1961 Vicende portate dal regista Vincent Huguet nell’Antica Roma Cantano Michael Volle, Miina-Liisa Värelä e Vida Miknevičiūtė 

Incombe. Imponente, bianco, bianchissimo. Marmo lucente. Spigoloso e tagliente. Asfissiante nella vertigine che ti prende a guardarlo dal basso in alto, in quelle scale che si perdono nel nulla. Ti toglie il fiato. Chiude la sala sul fondo, dietro i leggii dell’orchestra, dove solitamente ci sono le linee vellutate delle poltrone rosse. Scale labirintiche (alla Escher) affacciate sull’abisso, nicchie che restano desolatamente vuote, porte che si aprono sul nulla. Visione che potrebbe essere lo spaccato di uno dei tanti edifici del quartiere Eur, revival novecentesco della monumentalità di Roma Antica. Muro impenetrabile, che sale da terra al soffitto. Rocca fortificata, Walhalla asettico e algido dentro il quale gli dei si sono chiusi. Sono entrati alla fine del Rheingold sordi ai lamenti di Woglinde, Flosshilde e Wellgunde, le Figlie del Reno. Barricati per proteggersi dagli uomini, asserragliati contro il mondo, per sfuggire alla maledizione di Alberich.

Vincent Huguet spazza via le didascalie wagneriane e porta Die Walküre nei palazzi del potere. Dove i potenti, gli dei o quelli che si ritengono tali (di ieri e di oggi… che sia il Cremlino o la Knesset poco importa) si sono chiusi. Sale dei bottoni dalle quali dare ordini di guerra. Niente interno dell’abitazione di Hnding, niente montagna rocciosa e selvaggia dove Notung si spezza e Siegmund muore (ma lo segue subito Hunding, il suo uccisore, fulminato dal padre degli dei), niente vetta di un monte roccioso dove Wotan, prima di diventare un Wanderer, circonda di fuoco Brünhilde. Tutto accade (anche se accade poco nella Valchiria, opera di racconti e di lunghi monologhi… una sorta di riassunto della puntata precedente, quella dell’Oro del Reno) tutto accade su un Olimpo senza tempo. Imponente e incombente. Bianco. Squadrato e spigoloso. Bunker dove gli dei che tramontano in Der Rimg des Nibelungen sembrano quelli dell’Antica Roma, Giove, Giunone, Minerva… e dove gli umani hanno le fattezze dei divi hollywoodiani di Quo Vadis  e La tunica, Debora Kerr (bellissima, come lei, Vida Miknevičiūtė) e Jean Simmons, Robert Taylor e Richard Burton.

Die Walküre di Richard Wagner inaugura la nuova stagione sinfonica dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia – in una platea tutta esaurita per le tre repliche molti dei sovrintendenti delle fondazioni lirico-sinfoniche italiane, ma anche le telecamere di RaiCultura che trasmette lo spettacolo giovedì alle 22.20… ma tenuto conto che sono quattro ore di musica, si andrà avanti sono alle due di notte. Die Walküre di Wagner inaugura la nuova stagione sinfonica di Santa Cecilia e riporta nella Capitale, dove mancava dal 1961, il Ring in forma scenica – il prologo del Rheingold arriverà nel 2028, come una sorta di prequel cinematografico. L’Anello del Nibelungo tornerà, al Parco della musica, da qui al 2028, un titolo a stagione, poi, nel cartellone 2028/2029 l’intero ciclo. Progetto fortemente voluto dal direttore musicale di Santa Cecilia, Daniel Harding, qui alla sua prima Valchiria. Sinfonica, senza dubbio, nell’architettura della lettura del direttore britannico che getta le basi nella musica e su quelle ci costruisce il canto e il teatro. Mediterranea nei colori cangianti di sole e d’azzurro. Introspettiva nel respiro intimo e meditabondo impresso ai racconti. Poco inquieta, forse – la tempesta iniziale, ossessiva e destabilizzante, la celeberrima Cavalcata del terzo atto arrivano poco Sturm und Drang. Ma ugualmente bellissima.

Riflessione, umanissima, sul potere, quella che Wagner fa nel suo Ring e in particolare nella prima giornata. Perché Die Walküre è il racconto di uno scontro generazionale, è la parabola amara di chi deve soccombere a leggi che con la presunzione di essere etiche schiacciano l’uomo – ti viene in mente l’Antigone di Sofocle, ti viene in mente la potenza della tragedia greca di fronte al gesto di ribellione di Brünhilde. E in una sorta di teatro greco (o romano) il regista Huguet ha trasformato la Sala Santa Cecilia del Parco della musica, pubblico sulle gradinate, skenè che ingloba l’orchestra sul palco. Huguet che legge la saga wagneriana come una cavalcata nella storia: nel Ring cadono gli dei, così il regista francese racconta il crollo degli imperi – la scena sarà sempre la stessa, disegnata da Pierre Yovanovitch, mausoleo che attraversa i secoli (la Götterdämmerung sarà negli anni Trenta del Novecento). Crollano gli imperi, nel Ring di Huguet. A partire da quello romano. Perché nella sua Valchiria Siegmund e Sieglinde, Wotan e Brünhilde hanno toghe e mantelli, sandali e bracciali – costumi di Edoardo Russo che ha attinto all’archivio storico della Sartoria Tirelli Trappetti.

Idea interessante. Potente a suo modo… historia magistra vitae si direbbe in latino. C’è sempre da imparare dal passato. Idea azzeccata. Ma che resta tale. Un’idea, appunto. E non si sviluppa drammaturgicamente nello spettacolo. Che diventa così un film in costume, un kolossal anni Cinquanta senza, però, i potenti mezzi di Cinecittà – le luci di Christophe Forey sono basiche (si accendono e si spengono per evocare la tempesta), qualche led, uno a evocare il frassino dove Wotan conficcò la spada, un altro a forma di cavallo per le Valchirie. E solo alla fine compare un timido video delle fiamme che avvolgono Brünhilde… ma su una parete neutra come quella del mausoleo-scenografia forse si poteva osare di più. Recitazione statica e gli interpreti (tutti o quasi tra l’eccelso e il buono), che hanno vestito più volte i panni di dei ed eroi wagneriani, fanno quello che sanno fare…

Peccato. Certo, una Tetralogia si giudica a fine ciclo, ma l’avvio di questo Der Rimg des Nibelungen non fa intravedere e non fa sentire, fremente, urgente, la bruciante attualità del messaggio wagneriano. Lo dice, però, Harding, con una lettura che spinge alla riflessione e alla meditazione partendo dalle parole e dalle note (un tutt’uno, lo sappiamo) di Wagner. Dette, parole e note, con una morbidezza e un’autorevolezza (sinora mai sentite) toccanti da Michael Volle che è Wotan (il suo migliore di sempre). Applauditissimo., anche se la trionfatrice è Vida Miknevičiūtė, Sieglinde da vertigine, per la voce di una bellezza ammaliante, per un canto sempre in avanti, tra acuti luminosissimi e drammatici insieme. Interpretazione che segna la storia. Al contrario di quella di Jamez McCorkle che è Siegmund, ruolo sovradimensionato per la voce del tenore che spesso inciampa nell’impervia scrittura wagneriana. Incisiva, ma anche dolente, la Brünhilde di Miina-Liisa Värelä. Voce torrenziale che il soprano piega a dolcezze e malinconie struggenti. Che dicono che Wagner, ancora una volta, ci parla di noi. Stephen Milling lascia il segno come Hunding, così come la Fricka irremovibile di Okka von der Damerau. Ribelli e inquiete le otto Valchirie, ma anche bambine che giocano… perché la loro Cavalcata è un gioco di ombre con cavalli giocattolo ingigantiti da un fascio di luce. Sonja Herranen è Gerhilde, Hedvig Haugerud Ortlinde, Claire Barnett-Jones Waltraute, Claudia Huckle Schwertleite, Dorothea Herbert Helmwige, Virginie Verrez Siegrune, Anna Lapkovskaja Grimgerde, Štěpánka Pučálková Rossweisse.

Gli dei vacillano. Scricchiola il loro potere. Cade l’impero. E il pensiero, sulle note di Wagner, va al nostro presente, affacciato sull’orlo dell’abisso.

Nelle foto @ansc©musa Die Walküre a Santa Cecilia