Rossini, quando l’amore estingue la Cambiale

Al Rof torna la prima opera scritta dal compositore a 18 anni Dirige Christopher Franklin, regia del 2020 di Laurence Dale Cantano Swanson e Spagnoli. Soirèes musicales come prologo

Grembiule ben allacciato, cappello da cuoco in testa. Una ciotola e una frusta in mano. Il forno, di quelli grandi e belli e di ghisa delle cucine delle case nobiliari dell’Ottocento inglese, è acceso. Ci sarà un matrimonio e serve una torta, di quelle a più piani, con in cima i pupazzetti degli sposi. La cucina questa torta… un orso. Di quelli che la letteratura per l’infanzia, specie inglese, ha raccontato come se fossero uomini, rendendoceli simpatici… erano gli anni Settanta, reminiscenze di infanzia. Strano che un orso cucini una torta? Per di più sul palco del Teatro Rossini, per il secondo titolo del Rossini opera festival 2025? Va bene, ammettiamolo… ma con Rossini può succedere (anzi succede sempre) di tutto. Ma poi, perché, non è strano che un padre ceda la figlia come mercanzia? Come una qualsiasi delle sue partite di stoffa. Con tanto di cambiale da pagare al portatore? Sembra di essere in un sogno (o in un incubo). Ma con Rossini tutto è possibile. E non è (ancora più) strano che uno, un selvaggio tutto vestito di pelli e pelo che viene dal Canada, che ha acquistato il diritto alla sposa la ceda e rinunci al contratto… vedendo che lei ama un altro? Forse, questo regalo all’amore, è la cosa più strana di tutte, inaspettata e fuori moda oggi, in un mondo dove l’egoismo è la parola d’ordine… Cosa c’è di più strano del sacrificio per il bene di un altro?

L’orso, stranezza che fa sorridere, impallidisce di fronte a questa “stranezza”. Sorridi (e rifletti, perché no, anche un po’ inaspettatamente) con La cambiale di matrimonio – rifletti soprattutto con quella di Rossini perché quella del regista Laurence Dale un po’ ti fa arrabbiare… (è bastato poco, una carezza, uno scambio di sguardi…) ma il perché ce lo teniamo per dopo… Rifletti e sorridi con la prima opera del compositore che nel 1810, quando La cambiale di matrimonio è andata in scena a Venezia, aveva solo 18 anni… piccolo capolavoro, concentrato in nemmeno un’ora e mezza di musica del Rossini che verrà… dentro echi di Barbiere e di Moise, dunque i germogli del genio. Il Rossini buffo e il Rossini serio. Che, poi, sono la stessa cosa, non nelle trame, certo (forse nel modo di guardare la vita, però, sì), ma nel modo di trattare la materia, nel dipanare il racconto musicale attraverso quei meccanismi (quei tic…) quei ritorni ricorrenti che ti aspetti e che aspetti… per muovere le spalle sulle colorature, per battere il piede a ritmo… ma anche per cercare di trattenere qualche lacrima. Concentrato musicale e formale. Una sinfonia, duetti e terzetti, la sortita del tenore, la grande scena per la prima donna… il basso buffo che alla fine resta beffato, ma perdona tutti, il baritono scaltro che fa da deus ex machina… il coro finale. Tutto “in miniature”. Giganteggia, però, la “morale”.

Che, però, non c’è in questa ripresa dello spettacolo – nato in tempo di Covid, allora (era l’estate 2020) orchestra in platea, pubblico distanziatissimo nei palchi e streaming, oggi, che quella stagione sembra un lontano ricordo, tutti sono tornati ai loro posti – non c’è in questa ripresa dello spettacolo di Laurence Dale quella morale spiccia (e dunque chiarissima, cristallina), da buon padre di famiglia che chiude l’opera… «Come consola il core un fortunato amore! Brillar fa una bell’anima l’altrui felicità». Perché Slook, il selvaggio, è felice di vedere felici Fannì (la ragazza che aveva “comprato” dal padre Tobia con la Cambiale…) ed Edoardo… eppure… eppure a un certo punto spunta una carezza di Slook ad Edoardo (nessuno scandalo… ci mancherebbe!), un complimento… uno sguardo (invadente, perché la sensazione sulla pelle, a vederlo così da vicino nella sala raccolta del Teatro Rossini è stata quella di fastidio…) uno sguardo di troppo che Fannì intercetta… e con un’occhiata stronca.  Nulla di male si diceva… ma un piccolo gesto, uno sguardo (così invadente) messo lì da Dale (o da chi per lui… chissà… ripensando al 2020 non lo si ricorda…) stravolge tutto. Stravolge il bello e il buono di un gesto gratuito.

Un piccolo gesto, uno sguardo che “sporcano” uno spettacolo perfetto. Ironico, misuratissimo (humor inglese… come inglese è la vicenda raccontata al libretto di Gaetano Rossi). Una macchina perfetta di incastri scenografici – Gary McCann, che disegna anche i costumi, ci porta dentro la casa di Tobia Mill, in cucina, in camera da letto, nel salotto che poi si trasforma in giardino (tra sogno e incubo con le luci di Ralph Kopp)… facendoci entrare dalla porta principale della casa (un po’ casa della bambole) tutta mattoni e finestre e fiori – per raccontare la beffa a questo uomo bizzarro, Tobia Mill, commerciante che tratta anche la figlia Fannì come se fosse merce e la cede con una cambiale di matrimonio… al bel selvaggio Slook (arriva dal Canada, ha sempre pelli e pelo addosso… ma il politicamente corretto non era di casa ai tempi) che diventa anche buono perché fa trionfare l’amore tra la ragazza e il suo Edoardo Millfort. Tempi comici azzeccati, momenti languenti giustamente languidi, sorriso e malinconia nella regia azzeccatissima di Dale. Caricaturale, da racconto illustrato con tratto tenue e poetico (l’orso è anche poetico, sì). Tutta sulla musica di Rossini.

Che in buca, dove c’è una non sempre precisissima e pulita Filarmonica Gioachino Rossini – pare che il prossimo anno sarà l’orchestra “titolare” del Rossini opera festival dopo che il ritorno a Pesaro dell’Orchestra del Comunale di Bologna potrebbe durare solo un Rof –, è raccontata con braccio saldo e passo teatrale spedito da Christopher Franklin. Che sbalza con gusto tutto il rossiniano della partitura, sempre a servizio del canto. Dove svettano Pietro Spagnoli e Jack Swanson. Il migliore in campo, senza dubbio, Swanson, artista in continua crescita musicalissimo, acuti sempre centrati, colorature a fuoco, presenza scenica “giusta” per Edoardo Milfort. Lezione di stile e di misura per Spagnoli, mai un accento fuori posto, mai un gesto di troppo… il suo Tobia Mill ci fa sorridere senza esagerazioni, senza caricature, senza eccessi, ma con una recitazione e un canto (impeccabile lo stile) cesellatissimi. Bella voce, ancora intatta, quella di Spagnoli. Come bella e piena, indubbiamente, è la voce di Mattia Olivieri che, però, non entra mai fino in fondo nel personaggio di Slook, lo guarda dall’esterno portando sul palco scenicamente (si prende qualche primo piano di troppo, anche quando la scena è di altri), certo, ma anche vocalmente in un canto tecnicamente a posto, ma troppo compiaciuto, se stesso. Il pubblico applaude… e va bene così (forse). Applausi anche per Paola Leoci, precisa e musicale Fannì, rossiniana “come una volta” nel canto sempre controllato. Sestetto completato da Ramiro Maturana e Inés Lorans.

Applauditissimo anche l’orso. Stralunato e capace di colorare di sana follia la Cambiale. Incorniciata, come si dice, per “fare serata” (nel 2020 c’era la cantata Giovanna d’Arco), dalle Soirèes musicales, raccolta di musica da salotto che Rossini pubblica nel 1835, otto arie e quattro duetti orchestrati da Fabio Maestri. Musica da salotto… perché non “inglobarla” nella Cambiale – sul modello del Fledermaus viennese dove alla festa di Orlofsky c’è sempre qualche ospite che si esibisce… – collocandole nel salotto di Mill, visioni stralunate (sul modello dell’orso) delle dodici pagine (testi tra Metastasio e Carlo Pepoli) che alternano sorriso, dramma e malinconia… con La danza e Li marinari. Pagine che si ascoltano prima della Cambiale come in un concerto, l’orchestra sempre in buca, sul podio sempre Christopher Franklin, sul palco, davanti al sipario storico del Teatro Rossini, Vittoriana De Amicis, Andrea Niño, Paolo Nevi e Gurgen Baveyan. Soprano e tenore si dividono le arie. Vittoriana De Amicis passa con gusto da pagine più languide e dolenti ad arie dove il carattere e la personalità avvolge e rafforza la voce… La danza, La pastorella delle alpi e il ricamo vocale de La regata veneziana con Andrea Niño.  Paolo Nevi, che in Zelmira aveva lasciato il segno, qui non convince per la poca precisione del canto e l’intonazione sempre sul crinale, pecche riscattate, però, nel finale con Gurgen Baveyan ne Li marinari.

Quadri stralunati. Racconti in miniatura. Storie. Che iniziano e finiscono nel tempo di una canzone. Per raccontare, con Rossini, proprio come succede nella Cambiale, magari attraverso lo sguardo stupito di un orso… come va il mondo degli uomini.

Nelle foto @Amati/Bacciardi La cambiale di matrimonio al Rof di Pesaro