Scala, con Rossini il mio canto libero per Gaza

Il tenore siciliano è a Pesaro per il quarto anno consecutivo protagonista della Zelmira che inaugura l’edizione 2025 del Rof «Per sempre belcantista. Rossini? Un’ottima cura per la voce Come artisti dobbiamo impegnarci contro guerre e violenza» 

«Antenore?». Che è poi il personaggio che Enea Scala interpreta nella Zelmira di Gioachino Rossini che il 10 agosto inaugura l’edizione 2025, la numero quaranteasei, del Rossini opera festival di Pesaro. «Antenore?». C’è solo l’imbarazzo della scelta. «Perché assomiglia, tragicamente, a tanti politici che oggi popolano la scena internazionale». Un tiranno. Che trama per ottenere il potere. «Un antieroe. E come tale lo dipingo. Un bambino mai cresciuto che nei momenti di solitudine mostra tutte le sue fragilità». Forse non pienamente colpevole. «Perché manovrato da Leucippo. Ma questo non lo scusa». Come non ci sono scuse «per l’Occidente che oggi volta le spalle a quello che succede dall’altra parte del mondo». L’altra parte del mondo «è il Medioriente dove si muore di fame, dove vengono uccisi bambini innocenti». Non si tira indietro il tenore siciliano, classe 1979, alla sua quarta presenza consecutiva al Rof: Otello, Edoardo e Cristina, Ermione e quest’anno Zelmira. Si schiera Enea Scala. «L’ho sempre fatto, a costo di perderci. Di recente ho postato sui miei social la bandiera palestinese e la scritta Free Palestine. Mi è costato insulti e sono stato costretto a bloccare “amici” virtuali, anche colleghi con i quali avevo lavorato e che mi hanno attaccato». Appassionato nella vita e sulla scena Enea Scala. Nato a Pozzallo, approdo a volte drammatico e altre di speranza, per i migranti che attraversano il Mediterraneo. «Non possiamo giraci dall’altra parte» racconta alla vigilia dell’inaugurazione del Rof 2025. Con lui in scena, all’Audiotrium Scavolini trasformato in un’arena (scena e orchestra al centro, pubblico sugli spalti, azione ovunque), Anastasia Bartoli, Lawrence Brownlee, Marina Viotti, Marko Mimica. «Solo quattro anni fa, dopo Otello, non immaginavo di essere richiamato già l’anno successivo… e siamo già al quarto titolo consecutivo».

E ogni anno con il titolo di punta del cartellone: Otello nei panni del protagonista, la riscoperta Edoardo e Cristina, l’attesissima e festeggiatissima Ermione e ora Zelmira, titolo raro… ma se non si fa a Pesaro dove? Che effetto le fa Enea Scala?

«Un onore, ma anche un onere. I cosiddetti ruoli Nozzari, quelli da baritenore, sono sempre stati territorio di cantanti americani, da Chris Merritt a Gregory Kunde, vocalità estese, enormi. Ora è arrivato anche il momento di noi italiani. Io mi trovo benissimo in questi… rossiniani come pochi, forse solo i ruoli David sono ancora più rossiniani, ma non sono fatti per la mia vocalità».

Zelmira mancava al Rof dal 2009. A Pesaro i titoli più sono rari e più attirano e incuriosiscono. Che opera è Zelmira?

«A livello musicale è un’opera bellissima, completa. Più tradizionale rispetto all’Ermione che ho cantato lo scorso anno che era moderna, avanti, anche per lo stesso Rossini: troppo moderna anche per me, scriveva. E alla prima non fu compresa. Zelmira ha un’impostazione più tradizionale. E il ruolo di Antenore, il personaggio che interpreto, è molto più difficile rispetto al Pirro di cui ho vestito i panni lo scorso anno. C’è una grande aria eroica – eroica nella musica, nell’impostazione, anche se Antenore non è un eroe, ma un antieroe – con salti improvvisi e una scrittura spesso sotto il rigo, Le colorature sembrano scritte per un tenore leggero, con salti repentini. L’aria, poi, non ha l’Andantino, quel tempo di mezzo dove solitamente il personaggio mette a nudo la sua anima. Qui questo tempo è affidato al coro. Un’aria enorme, dura quasi venti minuti».

Lo diceva, scritture impossibili quelle rossiniane che lei ha affrontato qui (e non solo qui). Che cosa occorre per essere un tenore rossiniano? E lei come si prepara a questi ruoli? Natura o tecnica?

«La natura non c’è più, c’è stata sino ai trenta, trentacinque anni. Ma se non canti con la tecnica non arrivi alla fine di opere come questa, non puoi cantarle a distanza di uno o due giorni… come ormai avviene nei teatri di tutto il mondo. Quest’anno, nella stagione appena trascorsa, ho cantato molte opere, Norma, Elisabetta regina d’Inghilterra, Manon di Massenet, Ballo in maschera, Rigoletto, Tamerlano e poi di recente Lucrezia Borgia, Anna Bolena, Lucia di Lammermoor e poi ancora Traviata nelle scorse settimane all’Arena di Verona. Occorre sempre dosare le forze, affrontare, anche in fase di studio, ruoli e repertori simili… non puoi fare Ballo in maschera di Verdi e intanto studiare Rossini. Quest’anno arrivo al Rof con alle spalle il Verdi di Traviata e devo dire che il ruolo di Alfredo in qualche modo ha preparato la mia voce a quello che affronto ora a Pesaro. Un ruolo che ho studiato partendo dalle due arie, la prima ha già la cedenza, scritta da Rossini, che arriva al re bemolle. La seconda si apre con una grande coloratura ed è un’aria che in orchestra non ha una melodia, cambia ogni tre battute: l’orchestra offre gli accordi – tanto che se senti solo la parte musicale non sembra nemmeno un’aria –, ma la linea la dà il cantante. Pagine sublimi che stimolano noi interpreti a restituirle al meglio, ci instillano dentro una grande voglia di farcela».

Chi è per lei Gioachino Rossini?

«Un genio, un maestro come Wolfgang Amadeus Mozart… come certo Verdi. Tutto quello che questi musicisti hanno scritto lo hanno scritto con un canale diretto verso le stelle tanto che quando mi trovo tra le mani la loro musica mi sento di fronte a qualcosa di non terreno, del quale avere rispetto e allo stesso tempo paura».

Rossini e il belcanto, ma anche tanto Verdi in agenda. Come definirebbe la sua voce?

«Belcantista lo sarò per tutta la vita, almeno me lo auguro. Anche perché se nasci belcantista non puoi più smettere di esserlo. Anche in altri repertori. È un modo di essere, di affrontare lo studio e l’interpretazione, il metodo resta sempre quello anche se cambi repertorio. Spero di cantare il Rossini serio il più a lungo possibile perché è salutare, fa bene, aiuta a rimettere a posto la voce ogni volta che c’è qualche disguido. Dopo Rossini tutto è più facile da cantare».

A proposito di belcanto, dopo Rossini un altro padre musicale della patria, Donizetti, perché a novembre al Donizetti opera di Bergamo, dove ha già cantato, sarà il protagonista del titolo inaugurale, la Caterina Cornaro.

«Sono felice di tornare a Bergamo con la Cornaro che ho già cantato, ma in forma di concerto nel 2014. Ora sarà interessante affrontarla in forma scenica. Un titolo del Donizetti maturo, l’ultima opera che il compositore ha scritto nel 1842. E si sente, si sente quanto è vicina al primo Verdi che proprio nel 1842 scriveva Nabucco. A proposito di Verdi, ne avrò tanto in agenda, perché nei prossimi anni debutterò un titolo verdiano a stagione, Manrico de Il trovatore, Don Carlo… Ma comunque non voglio lasciare il belcanto, farei continuamente Lucie, le opere delle Regine donizettiane… Devereux in particolare, anche se Anna Bolena integrale, come l’abbiamo fatta di recente a Venezia, è davvero massacrante per il tenore. Un tempo si facevano (giustamente) tagli, li faceva la Callas ed era un grande successo».

Tornando a Rossini. Come raccontate, insieme al direttore Giacomo Sagripanti e al regista Calixto Bieito Zelmira? Una storia dove c’è l’amore, ma soprattutto ci sono le trame politiche per avere il potere.

«La regia è molto psicologica, per nulla didascalica. C’è una grande pedana al centro del palazzetto e in mezzo a questa pedana c’è l’orchestra, una cosa molto utile per noi cantanti perché cantiamo senza riporti sentendo anche i minimi pizzicati. In questa pedana vengono collocati oggetti funzionali al racconto, c’è la terra, c’è una vasca di acqua nella quale qualcuno finirà per immergersi. Tutto ha una valenza simbolica perché la lettura che Calixto Bieito ha voluto dare è molto interiore. Una regia astratta. La vicenda racconta potere e violenza, ma in scena non ci sono armi. Il luogo, questo palazzetto dove la scena è al centro e il pubblico tutto intorno sugli spalti, richiede una grande concentrazione per seguire l’azione, che si svolge in diversi luoghi, a volte vicino allo spettatore, a volte lontano… a volte in mezzo al pubblico perché noi cantiamo anche sulle gradinate».

Quale attualità in questa vicenda? E lei come cerca di rendere vicino a noi il suo personaggio, Antenore?

«A livello politico è attualissima perché tanti politici di oggi potrebbero essere Antenore, il tiranno che trama per il potere. In questo allestimento lo raccontiamo come un bambino non cresciuto che quando è solo mostra tutte le sue fragilità. Io lo disegno come un antieroe perché, anche se canta musica bella, non è un personaggio positivo. Certo, non è completamente colpevole perché è manovrato da Leucippo, ma questo non lo scusa».

Zelmira, come diceva, va in scena in un luogo insolito per la lirica, non in un teatro, ma in un palazzetto dello sport. Servono questi “luoghi” per avvicinare nuovo pubblico?

«Penso che un allestimento come questo potrebbe essere un punto di svolta. Per coinvolgere nuovo pubblico e per far vivere un’esperienza immersiva e totalizzante dell’opera. Certo, non si può e non si deve fare sempre così, ma in contesti come questo del Rof si può sperimentare. Certo, occorre aver voglia di essere tirati dentro il racconto… un meccanismo difficile da capire per il pubblico e per noi artisti da fare».

Cos’è per lei l’opera lirica? E cosa significa per lei essere un cantante?

«Mi sono avvicinato all’opera perché amavo il canto. Ma non pensavo che un giorno sarei diventato un tenore. Ho iniziato come dilettante, cantando in alcuni cori polifonici. Poi ho iniziato lo studio del canto, ma non con l’intenzione di fare opera. Anche perché non sapevo se potesse essere qualcosa per me, qualcosa che mi sarebbe piaciuto poi fare… non è la recita scolastica all’opera devi cantare e recitare. Il mestiere del teatro musicale impari ad amarlo solo facendolo. E ci si innamora del teatro lavorando con bravi registi, facendo tesoro delle prime esperienze anche se sono quelle che non ti godi per tutte le paure che ti accompagnano: non stonare, stare a tempo, entrare al momento giusto… non dormivo per mesi durante i miei primi spettacoli. L’opera è una forma d’arte stupenda, tra le più complete al mondo, contiene tutto. E per me è interpretazione corporea, fisica e mentale di qualcosa di divino che ci è stato trasmesso».

E quando ha deciso che avrebbe fatto il cantante? E da dove nasce questa passione?

«Nella mia famiglia non ci sono musicisti classici, anche se tutti abbiamo sempre suonato e cantato, mio fratello ed io la chitarra, mia sorella il piano, papà molti strumenti… poi nella mia zona, io sono nato a Pozzallo, non c’erano grandi teatri e non era facile ascoltare l’opera dal vivo. Ho uno zio che da piccolo mi chiese: Ma da grande vuoi fare il tenore? Perché era il tempo dei Tre Tenori a Caracalla e io mi stupivo perché gridavano tanto… così pensavo da ragazzino. L’opera l’ho avvicinata verso i vent’anni quando ho iniziato ad ascoltare musicassette, Callas, Di Stefano, Simionato… E mi piaceva seguire il testo sui libretti. Lì mi sono innamorato di questo mestiere, capendo il grande valore della parola, anche semplice, ma in grado di diventare sublime, poetica, ricca di significati se rivestita di musica e cantata da una Maria Callas capace di dare alla parola “cielo” mille sfumature».

Rinunce, sacrifici? Ha detto dei no?

«Tante certo. Ed è sui no che si costruisce una carriera. Ricordo che anni fa mi offrirono Alfredo de La traviata mi costò dire di no, seguendo i consigli del mio agente e dei miei maestri. Ma poi le soddisfazioni ci sono e sono tante».

Oggi, in un tempo di guerra, violenza, paura, che ruolo hanno il teatro e la musica? E che risposta possono dare ai grandi temi che ci interrogano?

«Fondamentale! E noi artisti dovremmo, dobbiamo fare di più. Io mi vergogno di quello che succede nel mondo e avverto l’impossibilità di fare qualcosa. Certo, non posso addossarmi le colpe della società che lascia che i bambini di Gaza muoiano di fame, non posso farmi carico dell’indifferenza dell’Occidente che volta le spalle a quello che succede dall’altra parte del mondo. A me piace, anche attraverso i miei canali social, accendere una luce su ciò che succede nel mondo. Di recente ho perso “amici” virtuali per aver postato la bandiera della Palestina. Sono stato insultato, accusato anche da colleghi con i quali avevo lavorato di essere antisemita per aver criticato la politica del governo israeliano… ma questo è assurdo. Pochi hanno il coraggio di esporsi. Si teme di perdere il lavoro, di non essere più chiamati… ma questo è incredibile. Noi artisti dovremmo far sentire la nostra voce, avere il coraggio, ad esempio, di non andare più a cantare a Tel Aviv o in Russia sino a che le guerre non saranno finite. Abbiamo una responsabilità che la musica dei grandi autori che ogni sera portiamo in scena ci consegna».

Nelle foto @Amati/Bacciardi Enea Scala in Zelmira al Rof